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martedì 22 maggio 2012



LA BUROCRAZIA BLOCCA I FONDI DEGLI ARTISTI PER L'AQUILA

Dopo il sisma in Abruzzo di tre anni fa, molti artisti italiani vollero dare il proprio sostegno alle popolazioni colpite. Jovanotti, Giuliano Sangiorgi e Mauro Pagani, con altri cinquantatré cantanti, incisero il brano Domani, con cui raccolsero 1 milione 200 mila euro da destinare alla ricostruzione del Conservatorio dell'Aquila.

Oggi quei fondi sono ancora fermi al Ministero dei Beni culturali. Dopo aver fatto sentire la sua voce (di protesta) anche al ministro Fabrizio Barca, Jovanotti ha scritto su Facebook: "Il Ministero ha avuto il merito di non aver intaccato di un solo euro la cifra. In questi giorni dovrebbe avvenire lo sblocco della situazione".

Destino simile per i soldi raccolti da Laura Pausini, Fiorella Mannoia, Gianna Nannini, Elisa e Giorgia con il concerto Amiche per l'Abruzzo. Una parte di quel denaro doveva servire a ristrutturare una scuola elementare. È ancora tutto fermo. 



(andrea andrei-Venerdì di Repubblica 20 aprile 2012)



mercoledì 25 aprile 2012

25 aprile 2012




"Ma siamo ancora qui a ricordare 
come sono andate le cose nel periodo più nero e umiliante della nostra storia.
A ricordare  quell’ alta pagina di solidarietà 
e di civile  dignità, che si chiama Resistenza."



"Secondo alcuni revisionisti, come il senatore Pera, l’antifascismo è da archiviare tra i robivecchi, e la Resistenza, un mito inventato dai comunisti.

Insomma, quelli che come me erano in montagna dall’otto settembre del ’43, e che il diciannove di quel mese erano con Duccio Galimberti a Boves incendiata dalle SS del maggiore Peiper, stavano in un mito. Quarantacinquemila partigiani caduti, ventimila feriti o mutilati, uno dei più forti movimenti di resistenza d’Europa, gli operai e i contadini per la prima volta partecipi di una guerra popolare senza cartolina di precetto, una formazione partigiana in ogni valle alpina o appenninica:ecco che sessantacinque anni dopo dei professorini e dei diffamatori, ci avvertono che era tutta un’invenzione, una favola, un mito.

Ma quel mito non se lo sono inventati dei propagandisti politici, quel mito è nato dai fatti di cui parlano le lapidi e i monumenti in ogni Provincia italiana.

La distinzione tra l'antifascismo e la democrazia è una falsa distinzione. Assistiamo a un revisionismo reazionario che apre la strada a una democrazia autoritaria. Non a caso, nel presente, la globalizzazione economica è un ritorno al colonialismo, con cui l’antifascismo dello stato sociale, delle riforme democratiche, non ha nulla da spartire.

C’è stata una mutazione capitalistica, una rivoluzione tecnologica per cui i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri ed emarginati. Questa è la vera ragione per cui la Resistenza e l’antifascismo appaiono sempre più sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere. Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam. 

Così è riapparso il ventre molle del paese, l’eterno qualunquismo che la Resistenza aveva combattuto. 
Ma siamo ancora qui a ricordare come sono andate le cose nel periodo più nero e umiliante della nostra storia. A ricordare 
quell’ alta pagina di solidarietà e di civile dignità, che si chiama Resistenza."
Giorgio Bocca 


Testo inserito nella terza edizione ( 2008) di "Partigiani della montagna" ,  rielaborato per un discorso tenuto da G. Bocca alla manifestazione dell'ANPI del 25 aprile 2008.



domenica 22 aprile 2012

ESODATI

Gli esodati sono lavoratori over 50 espulsi dal mercato dal lavoro e non ancora ammessi in pensione in conseguenza di un innalzamento dell'età o dei requisiti per accedere al trattamento pensionistico. Gli esodati sono pertanto un sottoinsieme dei disoccupati. E' una fascia sociale particolarmente debole poiché risentono maggiormente delle difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro e, a differenza dei disoccupati giovani, hanno spesso degli obblighi ed oneri economici derivanti dalle spese familiari ( mutuo casa, figli minori, ecc. ). Il termine "esodato" viene coniato nel 2012 dai mass media e dalla classe politica per indicare quei lavoratori che hanno perduto il posto di lavoro a seguito di una ristrutturazione aziendale, di un accordo sindacale o di un accordo economico con il datore di lavoro, contando di poter accedere in breve tempo al trattamento pensionistico e che hanno visto allungarsi il periodo di tempo di attesa con la riforma del sistema pensionistico.

giovedì 12 gennaio 2012

Cosentino libero?

"Ci sarà sicuramente imbarazzo e una vergogna gigantesca in quella Lega che ha costruito la propria immagine sugli stilemi del populismo giustizialista e che si appresta ancora una volta a reggere il moccolo al circo berlusconiano. Cosentino è accusato di aver favorito un'organizzazione criminale come la camorra, non si capisce perché si dovrebbe violare il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge consentendogli ancora una volta di rimanere impunito."
Nichi Vendola

lunedì 19 dicembre 2011

L'articolo 18 non si tocca

Confindustria dice che lo consideriamo un argomento tabù? Sì, è un argomento tabù, perché tocca la carne viva dei lavoratori. Tutti devono stare molto in guardia rispetto alla possibilità di scardinare capisaldi nostra vita democratica. La reazione non potrà che essere determinata e durissima.

Non si può pensare di dare lavoro con il licenziamento facile, sarebbe una perfidia inaccettabile togliere diritti.

Nichi Vendola.


mercoledì 14 dicembre 2011

Enrico Berlinguer!!!!


"Non si può rinunciare
alla lotta per cambiare ciò che non va.
Il difficile, certo, è stare in mezzo alla mischia
mantenendo fermo un ideale
e non lasciandosi invischiare negli aspetti più o meno deteriori che vi sono in ogni battaglia.
Ma alternative non ne esistono."
(Enrico Berlinguer)

venerdì 12 agosto 2011

NOTIZIONA

Pare che tolgano la tredicesima agli statali,
ossia il 7,69% del loro reddito...
News By POPOLO VIOLA!

Mi fa piacere! soprattutto per gli statali

che Berlusclown ... l'hanno votato!
By me







domenica 22 maggio 2011

Referendum 2011: 4 SI per dire NO!




Informati


Il quesito referendario sul nucleare chiede di abrogare le norme in base alle quali, ignorando il verdetto del referendum del 1987, il governo si apprestava a costruire nuove centrali nucleari in siti decise in totale autonomia e segretezza, senza nemmeno chiedere il parere delle popolazioni che abitano quelle località. Di fronte al rischio di essere battuto nelle urne, il governo ha varato una legge truffa che congela per uno o due anni la situazione lasciandosi però le mani libere per poter riprendere senza colpo ferire la costruzione delle centrali una volta finita la moratoria.

Il quesito sul legittimo impedimento chiede di abrogare completamente la legge, eliminando quindi anche le parti che erano state “salvate” dalla sentenza della corte costituzionale. In base a quella sentenza, il presidente del consiglio e i ministri possono infatti impugnare per non presentarsi alle udienze, e chiederne pertanto il rinvio, non solo gli impegni correlati al loro ruolo istituzionale ma anche la preparazione e le conseguenze di quegli stessi impegni. In questa maniera, per il presidente del consiglio resta comunque molto agevole rallentare i processi sino a rendere certa la prescrizione facile.

Il primo dei due quesiti referendari sull’acqua chiede di abrogare le norme che affidano a soggetti privati scelti attraverso gara, oppure a società miste in cui il soggetto privato detenga almeno il 40%, la gestione del servizio idrico. Il secondo chiede di abrogare la norma che consente ai gestori privati di aumentare le bollette del 7% al solo scopo di recuperare il capitale investito.

Il primo referendum prende di mira quella che a tutti gli effetti si configura come la privatizzazione formalmente della gestione dei servizi idrici, ma sostanzialmente dell'acqua pubblica. Il secondo ci concentra sul "cavallo di Troia" che, introducendo la logica del profitto nella gestione dell'acqua, ha aperto la strada alla sua privatizzazione.



... praticamente si tratta di :
‎4 SI


PER DIRE NO!



ABROGARE la legge sul legittimo impedimento,



BLOCCARE la privatizzazione dell'acqua



ed IMPEDIRE che sull''acqua pubblica si possano fare profitti,
BLOCCARE il pericolo del nucleare in Italia


ed IMPEDIRE un'altra Fukushima in casa nostra!!!



12 e 13 giugno 2011 PER LA NOSTRA LIBERTA'


TUTTI AL REFERNDUM



E VOTARE 4 SI PER DIRE NO!!

venerdì 20 maggio 2011

NON DISERTARE IL REFERENDUM

NON DISERTARE IL REFERENDUM (12/13 GIUGNO 2011):
QUESTA VOLTA POTREBBE ESSERE UN SUICIDIO!!!
Adriano Celentano

lunedì 25 aprile 2011

FESTA DELLA LIBERAZIONE 2011



Un estratto della Prefazione de "Partigiani della montagna"di Giorgio Bocca
Prima edizione: Istituto grafico Bertello ottobre 1945
Ultima edizione Aprile 2008





La Resistenza cancellata

A ripensarci sessant’anni dopo, ci chiediamo come sia stata possibile quella guerra di liberazione.

Non la Liberazione del 25 aprile 1945, dell’insurrezione, della discesa nella pianura e nelle città, ma la liberazione di ciascuno di noi dal provincialismo, dal fascismo, dal perbenismo piccolo-borghese.

La prima e più importante cosa che i libri di storia non spiegano, che i documenti non raccontano della guerra partigiana è questo stato d’animo di libertà totale ritrovata proprio negli anni in cui un giovane normale conosce il suo destino obbligato: quale posto, quale lavoro, quale ceto, quale donna sono stati preparati e spesso imposti per lui; quale sarà la sua prevedibile vita, quali vizi dovrà praticare per cavarsela, dove troverà il denaro per campare.
E invece, d’improvviso, in un giorno del settembre del ’43, si ritrova totalmente libero, senza re, senza duce, libero e ribelle, con tutta la grande montagna come rifugio.

Libero anche dal denaro e dalla famiglia. Sì, certo, la famiglia e i suoi affetti rimangono, ma che sia ben chiaro, a casa non si torna fin quando dura la meravigliosa avventura della libertà, dell’essere padrone del proprio destino. Alea iacta est, avremmo potuto dirci quel pomeriggio di settembre in cui varcavamo non il Rubicone ma la Stura di Demonte, diretti alla montagna della Val Grana, verso il Comboscuro degli occitani.

Libertà e intransigenza. Noi giovani eravamo stati, nel fascismo morente, dei possibilisti, dei tira a campare, non più fascisti, cauti antifascisti, ma quell’8 di settembre che ci ha fatti rinascere, ci ha dato un’identità nuova, estrema, irriducibile. La normalità è scomparsa, gli altri è come non ci fossero più, restiamo noi e loro, i primi nuclei partigiani come piccole stelle, piccoli fuochi sulle montagne e loro, i tedeschi, che bruciano i nostri villaggi come nel passato i mori, i gallo-ispani, le soldataglie del Delfino. Noi e l’occupante, in una guerra così impari da esaltarci, da indurirci, da farci sembrare nemici tutti quelli che hanno accettato l’occupazione: anche quelli che lavorano per i tedeschi, anche gli impiegati del distretto o del comune.


Quello stato d’animo! Dopo viene la storia e, come tutte le storie, un va e vieni senza ordine: gli uomini e le armi della iv armata arrivata dalla Francia a sciogliersi nel Cuneese, breve illusione cui segue il tutti a casa irresistibile, poi la voce di un prossimo sbarco degli alleati anglo-americani in Liguria, subito smentito. E invece arriva la guerra totale contro un nemico che è, come dice Benedetto Croce, "non l’umano avversario / delle umane guerre / ma l’atroce presente nemico / della umanità": Boves incendiata, gli ebrei di Meina fucilati sul lungolago, il gruppo ribelle di San Martino presso Varese sterminato.

Contro il terrore non c’è che il terrore. Chi, a distanza di soli sessant’anni, giudica la Resistenza dimentica la prova durissima a cui è stata sottoposta. Nei territori occupati cade il rispetto per le donne e per gli infanti. La guerra di Hitler non ha limiti, non c’è speranza di ammansirla, non resta che combatterla. I giorni della libertà ma anche della necessità. I mille che salgono in montagna nel settembre del ’43 devono imparare tutto, e si impara presto quando la storia esce dalle sue forme consuete e mostra la sua faccia feroce.



La politica partigiana



Che cosa era la politica in quei venti mesi? Era le cose concrete della vita, come la ricerca del potere, la rivalità delle formazioni, l’occupazione del territorio, il rapporto con i parroci, con la popolazione, con la sussistenza, con la ricerca delle armi ma come in un sogno, il sogno in cui tutto
è possibile e coesistente, una società liberale dentro una rivoluzione buona e virtuosa, economia di mercato e socializzazione, democrazia per tutti ma solidarietà e vigilanza partigiane.


Ognuno poteva parlare, promettere, mettere assieme i diversi: tanto le verifiche venivano rimandate alla fine della guerra. I garibaldini legati al Partito comunista cantavano "Evviva il comunismo, evviva la libertà" come se fossero la stessa cosa. Noi giovani non sapevamo cosa era stata la democrazia prefascista e neppure cosa era il comunismo di Stalin.


Nella Resistenza virtuosa e creatrice in cui credevamo, in cui dovevamo credere per tenere insieme i nostri uomini, non c’era posto per la storia delle delusioni e delle deviazioni, per la storia come era stata. La lezione del passato veniva cancellata per lasciare libera la speranza del presente.


Non ho conosciuto un solo comunista, di quelli che erano stati in Russia o in Spagna al tempo del Grande terrore, che lo ricordasse, che ci mettesse in guardia e neppure uno dei democratici che avevano aperto la strada al fascismo, che avevano conosciuto i ministri giolittiani "della malavita" come li chiamava Salvemini, che ci parlasse del mercato delle vacche elettorale, che ci avvisasse che esisteva una questione meridionale, un’Italia disunita. E non perché volessero ingannarci, ma perché anche loro erano convinti che la guerra partigiana avrebbe aperto una nuova storia, perché anche loro vivevano in quell’eccitante sospensione della vita reale, della storia reale come capita quando si apre una nuova utopia.

Nobilitava quell’avventura la presenza della morte, quotidiana, inevitabile e l’assenza dello sterco del diavolo, il denaro. Tutto ciò che ci occorreva – armi, farina, carne, casa – o era preda bellica o veniva acquistato con i buoni del Comitato di liberazione nazionale, con le donazioni degli industriali, con fondi trovati nella cassa della iv armata che era stata di presidio alla Francia del Sud, e persino con il contrabbando di denaro con la Svizzera. Per mesi andai in giro senza una lira in tasca, come si diceva di Gianni Agnelli, a cui tutti davano e di cui tutti si fidavano. La nostra politica intransigente con il nemico tedesco o fascista era nelle nostre formazioni tollerante e ottimista. I quadri del Partito comunista avevano con i loro uomini e con noi di altre formazioni un rapporto flessibile. Si provavano a introdurre nella inafferrabilità del partigianato alcune direttive elementari del leninismo, ma si fermavano appena capivano che erano controproducenti perché essere garibaldini non significava essere comunisti, più spesso mossi dalla casualità, dalle amicizie. Basti ricordare che il comando dei garibaldini piemontesi era affidato a un gruppo di ufficiali di cavalleria che avevano seguito in Val Po il comunista in guanti bianchi Pompeo Colajanni, antifascista siciliano.

Come aveva intuito Vittorio Foa, la politica partigiana era la politica delle larghe alleanze democratiche già sperimentata nella guerra di Spagna. In sostanza un riformismo socialdemocratico che per la prima volta annullava le millenarie divisioni di classe facendo rientrare fra i cittadini di pieno diritto gli operai e i contadini. Quella fabbrica della democrazia che era la guerra partigiana, la solidarietà tra combattenti contro un comune nemico avevano cancellato i pregiudizi e le opposte propagande. Ci si poteva fidare di un comunista come di un badogliano, il monarchico reazionario
Edgardo Sogno rischiava la vita per liberare Ferruccio Parri, il capo di "Giustizia e Libertà", io appena arrivato nelle Langhe dalla montagna trovavo naturale fare visita di cortesia al maggiore Mauri comandante dei fazzoletti blu monarchici.

Lo spirito di corpo era scambiato spesso per una scelta politica ma a nessuno di noi veniva in mente di interrogarci, di confessarci sulla scelta di una formazione. La nostra politica era una mescolanza di tradizione e di rinnovamento, di recupero del passato e di società nascente. Ci presentavamo alla gente come i rinnovatori dell’ordine costituito ma senza ben capire come, stampavamo giornali in cui si parlava di democrazia, di liberalsocialismo, di comunismo senza sapere bene di che si trattasse ma con la convinzione che tutto si sarebbe risolto nel migliore dei modi. I comunisti avevano rispetto agli altri una superiore esperienza di cospirazione e di metodo del potere. Furono i primi a usare in modo spregiudicato l’arma della propaganda, a chiamare brigate, divisioni i loro gruppi numerosi ma male armati e male comandati. Ma dovemmo seguirli perché alla propaganda non si resiste, fummo per così dire costretti a dare nomi altisonanti anche alle nostre formazioni, chiamarle divisioni alpine "Giustizia e Libertà", opporre ai loro fazzoletti rossi quelli verdi come le mostrine degli alpini, il mito delle penne nere a quello dell’eroe dei due mondi. Ma nella moderazione dei quadri comunisti c’era altro che non conoscevamo.


L’ombra dello stalinismo che li aveva seguiti in Russia e in Spagna.



lunedì 4 aprile 2011

I racconti shock dei nazisti


"Che gioia uccidere italiani"

BERLINO - "In Italia, in ogni luogo dove arrivavamo, il tenente ci diceva sempre "cominciate ad ammazzarne un po'". Io parlavo italiano, avevo compiti speciali". Conversazione quotidiana tra un caporalmaggiore della Wehrmacht e un suo compagno di prigionia, registrata dai servizi segreti alleati durante la seconda guerra mondiale. Una delle tante. Citando e narrando questi documenti, un libro d'imminente uscita in Germania racconta con la precisa freddezza degli storici una realtà agghiacciante, che i tedeschi del dopoguerra, nelle due Germanie e dopo la riunificazione, avevano amato rimuovere: la Wehrmacht non fu l'esercito implacabile ma "pulito" e cavalleresco. Fu nell'animo collettivo pieno complice sia dell'Olocausto, sia dei crimini di guerra. Ancora una volta la Germania democratica, antinucleare, pacifista fino al no alle bombe contro Gheddafi, rifà i conti con il passato. "Soldaten, Protokolle von Kaempfen, Toeten und Sterben", cioè "Soldati, protocolli del combattere, dell'uccidere e del morire", s'intitola il libro degli storici Soenke Neitzel e Harald Welzer, in uscita per i tipi della S. Fischer Verlag di Francoforte (524 pagine, 22,95 euro). Un documento nuovo, testimonianza dell'onestà spietata con se stessi con cui i nuovi tedeschi guardano alla loro Storia. Per anni, Neitzel e Welzer hanno studiato oltre 150mila pagine di archivi dell'Intelligence Service britannico e dello Oss americano.

Erano le registrazioni dattiloscritte dei colloqui tra prigionieri tedeschi, selezionati a caso dai servizi alleati. I britannici effettuarono l'operazione soprattutto a Trent Park, concentrandosi sugli ufficiali, gli americani a Fort Hunt privilegiando soldati semplici e graduati. Volevano capire la psicologia del nemico, scoprirono l'orrore. Ignari d'essere ascoltati, soldati e ufficiali della Wehrmacht parlavano liberamente, si vantavano a gara tra chi era stato più spavaldo e spietato. "In un villaggio in Russia c'erano partigiani. E' chiaro che dovevamo fare terra bruciata, uccidemmo donne, bambini, tutto e tutti", dice un soldato a un altro. Oppure, ricordando l'aggressione alla Polonia: "Bombardavamo e mitragliavamo a volo radente attorno a Poznan, volevamo fare tutto il possibile con le mitragliatrici di bordo. Soldati, civili?

La gente non mi faceva pena, ma uccidemmo anche cavalli, per i cavalli fui dispiaciuto fino all'ultimo giorno". Diciotto milioni di uomini, 4 uomini tedeschi adulti su 10, servirono nella Wehrmacht. Queste conversazioni di prigionia tra gente comune, non tra nazisti convinti prescelti nelle SS, narrano l'adesione spontanea alla guerra totale hitleriana. Torniamo ai massacri in Italia: "Il tenente ci diceva, ammazzatene venti, così avremo un po' di pace, alla minima loro sciocchezza via altri cinquanta. Ra-ta-ta-ta con le mitragliatrici, lui urlava, "crepate, maiali", odiava gli italiani con rabbia".

Anche altrove: "In Caucaso, se uccidevano uno di noi, il tenente non aveva bisogno di impartire ordini. Pistole pronte, donne, bambini, tutto quel che vedevamo, via!": Il raptus sterminatore non contagiava solo fanti, bensì anche marinai della Reichskriegsmarine e i piloti della Luftwaffe tanto mitizzati come cavalieri dell'aria. "Col nostro U-Boot affondammo un cargo trasporta-bambini", dice il marinaio Solm nel 1943 a un compagno di prigionia. (Ndr erano le navi con cui i bimbi inglesi venivano portati in salvo dai bombardamenti, in Usa e Canada). "Tutti affogati? Sì, tutti. E la nave? Seimila tonnellate".

Durante la Battaglia aerea d'Inghilterra, affrontare in duello Spitfires e Hurricanes della Royal Air Force non faceva piacere, ma accanirsi sui civili sì. "Avevamo un cannone da 20 mm, volando bassi su Eastbourne abbiamo visto una festa in una villa, abbiamo sparato, ragazze in abito sexy e uomini eleganti schizzavano via nel sangue, amico mio che divertimento!", si confessano gli ex piloti Baeumer e Greim. Poi c'era il sesso di guerra: "In quella casa a Radom in Polonia", disse il soldato Wallus, "ci portavano con i camion, ogni donna doveva avere una quindicina di noi ogni ora, ogni due settimane dovevano sostituirle". Con le partigiane, ancora più duri, ricorda il militare Reimbold: "In Russia prendemmo una spia, le infilzammo i seni con spini, le infilammo la canna del fucile di dietro, poi ce la facemmo. Poi la buttammo giù dal camion, le tirammo granate attorno, figurati, urlava ogni volta che esplodevano vicino!".

Tratto da Repubblica.it

lunedì 28 febbraio 2011

Anche la musica con la scuola pubblica

Firmano Jovanotti, Ligabue e la Mannoia Assieme alle migliaia di commenti dei lettori, cresce di minuto in minuto anche il numero delle adesioni illustri all'iniziativa lanciata da Repubblica a difesa della scuola pubblica dopo le offensive parole rivolte da Berlusconi agli insegnanti. Raccolte subito le firme di Dario Fo e Franca Rame, Umberto Veronesi, Andrea Camilleri, del "prof" Roberto Vecchioni e della moglie Daria Colombo, anche lei insegnante, di Marco Lodoli e Paola Mastrocola, scrittori e docenti, della giornalista e scrittrice Benedetta Tobagi, spiccano adesso le firme del regista Ferzan Ozpetek e dell'attore Riccardo Scamarcio, come della giornalista e conduttrice Ilaria D'Amico. Ma è soprattutto il mondo della musica a mettersi in movimento. Siglano l'appello di Repubblica, tra gli altri, Ligabue, Jovanotti, Fiorella Mannoia, Carmen Consoli, Paola Turci, Francesco Renga, Caparezza, Max Pezzali, i Subsonica, Vinicio Capossela, Eros Ramazzotti, i Verdena, Arisa, i Baustelle. Ci sono anche l'ex rapper e ora conduttrice radiofonica La Pina, il musicista e produttore Paolo Benvegnù, il rapper militante Assalti Frontali, il rapper Marracash, il cantautore Roberto Angelini, Giovanni Gulino di Marta sui Tubi, Giampaolo Felici degli Ardecore, il cantautore milanese Emil, la cantante e autrice Federica Camba.

Fiorella Mannoia: "E' grottesco che il capo del governo critichi la scuola pubblica, visto che è lui che dovrebbe garantirla. Siamo all'assurdo!" I Baustelle commentano così la loro adesione. "Difendo la scuola pubblica - scrive il frontman Francesco Bianconi -. Anche quella sbagliata, scalcinata, violentata. La difendo perché la mia maestra delle elementari e il mio professore di italiano al liceo erano persone per bene. La difendo perché mio figlio ci possa andare, e abbia almeno, nella peggiore delle ipotesi, anche un istante solo, l'illusione che gli uomini son tutti uguali". Il chitarrista Claudio Brasini: "Difendo la scuola pubblica perché è il nostro futuro, perché il diritto all'istruzione non deve essere oggetto di logiche di mercato e solo 'di chi se lo può permettere', perché i nostri figli possano formarsi liberamente. Difendo la scuola pubblica perché è libertà". Dal cinema, il commento del regista Ferzan Ozpetek: "La scuola è il luogo per eccellenza del confronto di idee, dei docenti con altri docenti, degli alunni con altri alunni, e soprattutto dei maestri professori e cattedratici con i propri allievi studenti e universitari - scrive Ozpetek -. Un maestro o un professore ha tante cose da insegnare ma pure da imparare, un alunno o uno studente ha tanto da imparare ma pure da insegnare. La scuola è la casa di tutti, preziosa e accogliente, maestra di democrazia, di rispetto e solidarietà. Luogo del sapere e della conoscenza, dell'educazione, del diritto e del dovere all'apprendimento, all'emancipazione e al riconoscimento del merito. Così dovrebbe essere ma purtroppo spesso non lo è. Per essere libera la scuola deve essere pubblica, restare pubblica e trasparente, libera di accogliere anche le esigenze di chi preferisce frequentare la scuola privata".

Si torna ai musicisti. Ecco Arisa: "Difendo la scuola pubblica perché se non fosse stato per essa io non avrei potuto studiare. Difendo la scuola pubblica perché mi ha dato la possibilità di avere la visione del mondo, seppur ridotta, di quello che c'era al di là delle pareti della mia stanza; mi ha insegnato che tante persone, anche tanto diverse tra loro, per status economico o per nazionalità, possono alimentare la loro crescita attraverso un confronto costante e spontaneo, in un clima di condivisione alla pari. Difendo la scuola pubblica perché, come diceva mio nonno, 'il sapere è luce', e tutti devono avere la possibilità di 'splendere' di luce propria, e di maturare, attraverso le conoscenze acquisite nel corso degli anni, una propria coscienza critica. Difendo la scuola pubblica perché più conosci, più sei libero, e la libertà è un valore che deve appartenere a tutti, non può essere quantificabile con una retta scolastica. Difendo la scuola pubblica perché non è giusto che i ragazzi che provengono da famiglie meno agiate debbano mortificare i loro sogni. 'Volere è potere'.. e deve esserlo per tutti, sempre".

Scrive Max Pezzali: "La scuola pubblica è il luogo nel quale si trasmettono i valori condivisi che sono elemento costitutivo primario di un popolo; andrebbe perciò sostenuta, migliorata, resa più forte e mai boicottata".

Eros Ramazzotti firma e dichiara: "Difendo la scuola pubblica perché è lì che si forma il popolo, è lì che si formano i cittadini, è lì che si formano gli uomini e le donne che guideranno le sorti del nostro futuro e dei nostri figli. E, soprattutto, è lì che i ragazzi apprendono quel senso civico che la nostra Italia sta perdendo. Mi pare che tutto rientri in un quadro ben determinato del governo contro la cultura, che questo scempio faccia il pari con le dichiarazioni del Presidente del consiglio contro i matrimoni gay e l'adozione dei single. La scuola pubblica è sacra. Certamente va cambiata, migliorata, bonificata. Chi se lo può permettere - non era nelle mie possibilità quando abitavo a Cinecittà - frequenti pure quelle a pagamento. Ma non è detto e non deve essere garantito che da lì escano le menti migliori".

Seconda a Sanremo con i Modà, ma presente anche alla manifestazione delle donne "Se non ora quando?", ecco Emma. "Difendo la scuola pubblica perché non ritengo giusto distruggere una conquista come quella dell'istruzione per tutti, anche per chi non si può permettere di pagare le rette di una scuola privata. Io stessa ho frequentato solo scuole pubbliche".

Ginko di Villa Ada Posse scrive: "Difendo la scuola pubblica perché il diritto allo studio va garantito a tutti, specialmente in tempi di crisi. Uno Stato deve offrire istruzione gratuita per far crescere e sviluppare nei giovani un senso critico e per dare gli strumenti necessari a comprendere la realtà. Questo governo sta cercando in tutti i modi di distruggere il settore pubblico, con tagli alla scuola, all'università, alla cultura e alla ricerca, e nel contempo finanzia le scuole private".

Scrive Federica Camba, tra l'altro autrice per Laura Pausini, Alessandra Amoroso e Gianni Morandi: "Elimina la scuola per tutti ed eliminerai la tribù, il posto in cui impariamo a crescere tutti uguali e ad accettarci integrando ogni tipo di provenienza, razza, religione...sembra un passo indietro più che uno che guarda al futuro e a cosa necessita il nostro paese. Certo che il modo deve cambiare, certo che tutto è da riformulare, ma lo vedo un diritto che porta ad una crescita sana che conosce il momento e le difficoltà che stiamo vivendo. SCUOLA e ACQUA due diritti intoccabili...entrambi costruiscono il futuro". Anansi, giovane talento reggae visto all'ultimo Sanremo: "Difendo la scuola pubblica perché è soprattutto grazie ad essa che sono quello che sono: un giovane studente, un giovane artista, un giovane uomo. La difendo perché non credo in un governo che compie un atto di discriminazione verso la scuola pubblica e quella privata e soprattutto verso i loro componenti. La ricchezza di un paese si misura in rapporto al patrimonio culturale che riesce a costruire e a manifestare, al pari di un albero dalle profonde radici che sia capace di dare ottimi frutti, che non sia soltanto legna da ardere". In una lunga lettera, i Port-Royal (Attilio Bruzzone, Ettore Di Roberto, Emilio Pozzolini) progetto elettronico genovese tra i più apprezzati in Italia e all'estero, scrivono. "E' essenziale che la Cultura debba e possa restare libera, nel duplice senso della parola inglese free: ovvero, sostanzialmente gratuita e alla portata di tutti (fatto garantito solo dalla scuola pubblica), e libera da condizionamenti partigiani, usi strumentali e dirigismi vari (ancora una volta ciò viene pienamente assicurato dalla scuola pubblica, che è sganciata dalle squallide logiche aziendali da consiglio di amministrazione). Per tutti questi motivi desideriamo firmare questa petizione, che supponiamo e speriamo essere intesa contro l'abbruttimento bestiale in cui versa il Paese, contro la devastazione dello spirito operata ogni giorno, contro il bieco materialismo da tre soldi che spinge a giudicare la Cultura come un optional sacrificabile, contro la mortificazione del pensiero, e contro l'imperante opportunismo sfacciato".

La testimonianza di Max Collini di Offlaga Disco Pax: "La mia insegnante di lettere dell'Istituto per Geometri (pubblico) che ho frequentato a Reggio Emilia, la professoressa Incerti, mi insegnò negli anni Ottanta due cose importanti. La prima è che quello che è di tutti è anche nostro, mentre molti, forse troppi, pensano che quello che è di tutti non sia di nessuno. La seconda è che l'ignoranza non è una virtù. La scuola pubblica è di tutti, nessuno si senta escluso". Andrea Satta, frontman dei Tetes de Bois, si rivolge direttamente a Berlusconi con un toccante ricordo: "Signor Presidente, meno male che mio padre è morto. Così ha potuto evitarsi le sue ultime offese. Lui era un professore di francese delle scuole medie. Sapeva coinvolgere i ragazzi, li amava come figli. A tutti ha dato un motivo in più per credere in se stessi". Questa la denuncia di Fabio de Min della band Non voglio che Clara: "In 30 anni di televisioni e 15 di governo, Silvio Berlusconi è riuscito a mettere in atto un autentico golpe culturale, squalificando agli occhi dell'opinione pubblica i ruoli delle istituzioni, della giustizia e dell'istruzione. Difendo la scuola pubblica perché l'istruzione libera è uno tra i fondamenti di un paese democratico, il primo strumento utile alla realizzazione delle proprie inclinazioni e all'auto-determinazione di ciascun individuo. Difendo la cultura e l'istruzione perché sono la principale influenza nella capacità di scelta di un popolo, compresa la scelta di leader migliori". Ricordiamo ancora le parole del premier: "Libertà vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare princìpi che sono il contrario di quelli dei genitori".

Frase rivelatoria dell'idea che Berlusconi ha dell'istruzione, a cui così replica, firmando l'appello di Repubblica, il premio Nobel Dario Fo assieme alla moglie Franca Rame: "Difendo la scuola pubblica perché ci siamo cresciuti, ci ha fatto diventare grandi e perché è la sola istituzione pedagogica che ha creato una tradizione culturale nel nostro Paese, basta pensare che il rapporto degli alunni che frequentano la scuola pubblica e quelli iscritti alla privata è di 1 milione a 50mila".

I "perché" di Benedetta Tobagi: "Difendo la scuola pubblica perché è un luogo reale di integrazione: più la società diventa multietnica, più ce n'è bisogno. Perché è gratuita e aperta a tutti: più si allarga la forbice tra ricchi e poveri, più è importante non discriminare ulteriormente chi parte da una situazione difficile con un'educazione di serie B. Perché è laica, come dovrebbe essere lo Stato. Perché bisogna proteggere la nostra scuola primaria, che è un'eccellenza a livello internazionale. Perché una scuola che può formare figli - e cittadini - capaci di pensare criticamente e in autonomia da genitori e capi di governo, è un tesoro da tutelare".


Tratto da Repubblica.it

giovedì 2 dicembre 2010

Ma è troppo chiedere una riverniciata al parco ospiti della TV?

... almeno una riverniciata al parco ospiti, un pò di rispetto per l’intelligenza del pubblico a casa, sarebbe già un enorme passo avanti o come va di moda dire adesso per ogni minima fesseria: UNA GRANDE RIFORMA.


Con la caduta del berlusconismo, si spera, sarà interessante verificare se per caso finisce anche questa terrificante riunione di condominio che dura da anni nei salotti Rai e ha ormai sfondato il livello del grottesco. Queste venti o trenta personcine di folgorante mediocrità che fingono ogni sera di litigare, non importa quale sia il programma, e poi vanno tutti insieme a far casino in trattoria coi soldi del canone.

Sarebbe tutto soltanto ridicolo, se questa pagliacciata non fosse diventata l’unica rappresentazione del dibattito pubblico per milioni di cittadini e un’intera generazione di giovani. Agli ultimi, in particolare, va detto che nel mondo civile la tv pubblica non funziona in questo modo.

Nei dibattiti televisivi sulle reti pubbliche in Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, tanto per cominciare gli ospiti non sono così maleducati. I conduttori, gente seria, li correggono quando citano un dato o un fatto sbagliati. Pazzesco, vero? I giornalisti si dividono anche là fra quelli di destra e quelli di sinistra, ma di fondo fanno i giornalisti. Quelli di destra per esempio non sono stipendiati dal presidente del Consiglio e non passano la vita a esaltare l’editore, perché nel resto del mondo i giornalisti si vergognano di fare i servi.

Gli esperti di economia sono veri esperti di economia, chiamati perché magari insegnano in grandi università o hanno vinto un Nobel e non perché portano una barba da carnevale, la giacca fucsia e il farfallino arancione, come quel tale Oscar Giannino. Un profeta del neoliberismo che invoca tagli e massacri sociali dall’alto di una carriera trascorsa a scrivere su giornalini mantenuti coi soldi pubblici, al solito buttati nel cesso, nel caso specifico La Voce Repubblicana, il Foglio, Libero e Il riformista.

Nelle televisioni civili naturalmente è impensabile organizzare sessanta o settanta puntate di talk show, con compagnia fissa e plastico del luogo del delitto, per fare audience sull’assassino di un bambino o una bambina. In compenso se il premier viene beccato a frequentare giri di minorenni, usa la decenza di presentarsi alla tv pubblica e rispondere a tutte le domande dei giornalisti, invece di fare lo spiritoso e mandare il personale in giro per studi con il mandato di difenderlo, in genere insultando gli interlocutori.

Ora, non si pretende che i televisionari italioti e i loro degno dirigenti, affaccendati come sono a leccare gli stivali dei padroni, si comportino come i loro colleghi liberi. Ma almeno una riverniciata la parco ospiti, un pò di rispetto per l’intelligenza del pubblico a casa, sarebbe già un enorme passo avanti o come va di moda dire adesso per ogni minima fesseria: una grande riforma.


di Curzio Maltese

tratto da la rubrica CONTROMANO de "Il Venerdì di Repubblica"

26 Novembre 2010

martedì 16 novembre 2010

Chi si ritiene di sinistra


" Chi si ritiene di sinistra, chi si ritiene progressista
DEVE TENERE VIVO IL SOGNO DI UN MONDO IN PACE SENZA ODIO E VIOLENZA
e deve compattere contro
LA PENA DI MORTE, LA TORTURA,
ogni altra SOPRAFFAZIONE fisica o morale
e ogni ILLEGALITA'.
Essere progressisti significa combattere
l'AGGRESIVITA' che ci abita dentro:
quella del PIU' FORTE SUL PIU' DEBOLE,
DELL'UOMO SULLA DONNA,
DI CHI HA POTERE SU CHI NON NE HA,
E PRENDERE LA PARTE DI CHI HA MENO FORZA E MENO VOCE!"
Pierluigi Bersani

venerdì 29 ottobre 2010

Appello al PD: Le priorità per un'Italia migliore

Riforma elettorale, conflitto d'interessi, informazione, lavoro, scuola, sanità, evasione fiscale, lotta alla corruzione, laicità dello Stato e costi della politica. Un gruppo di intellettuali e professionisti chiede al Pd di definire in modo chiaro le priorità del suo futuro governo.

Siamo un gruppo di cittadini che fanno riferimento a diverse aree politiche e culturali. Ci unisce la convinzione che la grave crisi del paese impone al maggiore partito della opposizione, il PD, di affrontare alcuni temi particolarmente sentiti dai cittadini e su quelli formulare proposte che segnino una coraggiosa rottura con i silenzi e le ambiguità del passato. Diamo per scontati due provvedimenti da presentare nel primo Consiglio dei Ministri della nuova Legislatura: una riforma elettorale per cui dai "nominati" si torni agli eletti; una stringente normativa sul conflitto di interessi, che consenta tra l'altro di riportare la RAI al suo ruolo di servizio pubblico.

1) I problemi del lavoro, che la Costituzione pone a fondamento della Repubblica e che costituiscono la prima preoccupazione degli italiani: impegno per il pieno impiego; riduzione del precariato; emersione del lavoro nero e rafforzamento degli ammortizzatori sociali, a partire da una vera indennità di disoccupazione; efficaci controlli e pesanti sanzioni in tema di sicurezza per contrastare il fenomeno inaccettabile delle "morti bianche".

2) I settori che condizionano il futuro del Paese: la scuola; l'università e la ricerca (per le quali lo Stato spende 11 miliardi l'anno, la metà del costo delle province); un grande programma di educazione ricorrente degli adulti (il 40% dei quali è analfabeta, semianalfabeta o analfabeta di ritorno).

3) Una efficace politica di solidarietà sociale e di sanità. L'Italia è il paese più vecchio d'Europa, ma nel 2010 – malgrado i continui proclami sulla centralità di questi temi - le spese per il sostegno delle famiglie e la natalità sono ferme all'1% del PIL contro il 3% della Francia e percentuali analoghe dei maggiori paesi comparabili con il nostro. Una misura importante sarebbe la introduzione del quoziente familiare. Se la giovani famiglie sono in difficoltà, non meno gravi sono i problemi per i malati, per i tre milioni di disabili e di anziani non autosufficienti, i cui problemi devono essere affrontati con pesanti sacrifici dai familiari. Per la sanità occorre assicurare il rispetto dei Livelli Essenziali di Assistenza e fissare inderogabili e trasparenti criteri di professionalità per le nomine ai vertici delle ASL e delle Aziende Ospedaliere; per la disabilità, introdurre nuove forme di assicurazione obbligatoria sul modello di quanto positivamente attuato in Germania e in Francia.

4) Certezza della pena per la lotta all'evasione fiscale, il più ripugnante tra i reati economici ed il più grave, visto che nel 2009 si stima abbia superato i 120 miliardi di euro. Per batterla – come dimostra l'esperienza degli USA, dove in sette anni sono state arrestate per questo reato 11.700 persone, condannate mediamente a 30 mesi – occorrono norme che inaspriscano sensibilmente le pene per gli evasori e prevedano l'esclusione dagli albi professionali per i professionisti ed il ritiro della licenza e delle autorizzazioni per i commercianti e gli artigiani. Grazie alla certezza della pena ed al potenziamento delle risorse a disposizione della amministrazione finanzaria, ci si potrebbe porre l'ambizioso obiettivo di recuperare buona parte della evasione, fino a 50 miliardi di euro. Per ovvie ragioni di equità, va aumentata dal 12,5% al 20% la tassazione sulle rendite finanziarie e dichiarata la volontà di destinare quota parte delle risorse rivenienti dalla lotta all'evasione alla riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente.

5) Il ripristino della legalità con rigorose norme contro la corruzione (secondo la Corte dei Conti essa costituisce una vera e propria "tassa occulta" per i cittadini, valutabile in 60 miliardi l'anno) puntando sulla totale trasparenza della Pubblica Amministrazione, a partire dalla normativa sugli appalti pubblici. Lo Stato deve intervenire nei confronti degli enti locali risolutamente, anche con misure di commissariamento, laddove vengano a crearsi situazioni di costante e sprezzante violazione delle regole del vivere civile, come avvenuto nelle due principali città del Mezzogiorno, Napoli e Palermo, ma in misura minore anche in altre grandi città, a partire dalla Capitale. L'inquietante circolo vizioso di aggressività e violenza che deriva dai fenomeni di degrado della vita collettiva si spezza facendo rispettare le leggi esistenti (e non con i proclami sulla sicurezza e con la demonizzazione degli immigrati e dei "diversi") e destinando idonee risorse e mezzi alle forze dell'ordine. Nel capitolo "ripristino della legalità" un posto di primo piano spetta alla riforma della giustizia: per giungere a processi che si concludano in tempi certi è necessario riorganizzare e potenziare la Magistratura, riaffermandone con forza la assoluta indipendenza.

6) La laicità dello Stato e i diritti civili. I punti principali sono: legge sul testamento biologico, che abbia come fondamento il principio dell'autodeterminazione, sancito dalla Corte Costituzionale; indagine e conseguente dibattito parlamentare sulla eutanasia clandestina; legge sulle unioni di fatto, a partire dalle coppie omosessuali; profonda revisione della legge sulla fecondazione assistita; divorzio breve; leggi "inclusive" e non razziste sugli immigrati e la società multirazziale in cui vivremo; radicali interventi sulle carceri, per evitare la vergogna della degradazione umana e dei suicidi, e sostituzione, ove opportuno, delle pene detentive con attività di utilità sociale. Il governo dovrà invitare il Vaticano ad attenersi alla norma basilare del Concordato ("La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti"). Dovrà quindi respingere le interferenze delle gerarchie ecclesiastiche nelle vicende legislative italiane, che potrebbero indurre a rimettere in discussione lo stesso Concordato ed i molteplici benefici che ne derivano per la Chiesa Cattolica.

Poiché non vi sono riforme senza risorse, bisogna tagliare drasticamente il costo eccessivo della politica, che è anche uno dei principali motivi del dilagante qualunquismo tra gli elettori. Occorre ridurre del 30% il numero dei parlamentari e dei consiglieri degli enti locali; fissare un tetto alle retribuzioni di tutti gli eletti; abolire il livello elettivo delle province e gran parte dei municipi e delle comunità montane; aggregare i piccoli comuni; ridurre il costo della governance delle aziende dipendenti dallo Stato e dagli enti locali, con il loro esercito di circa 40 mila consiglieri di amministrazione; contenere in limiti accettabili la spesa per le auto blu e gli altri fringe benefits. Con questi interventi si potrebbero recuperare almeno 50 miliardi di euro l'anno. Sommandoli ai 50 derivanti dalla lotta alla evasione, si giunge a 100 miliardi di euro l'anno di maggiori disponibilità. Per dare un'idea della entità di questo "tesoro" – pari a 3 o 4 leggi finanziarie - basta ricordare che esso consentirebbe di dare oltre 1.000 euro al mese a ciascuno degli otto milioni di poveri censiti dall'Istat.

Agendo sulle leve della legalità, della educazione, del lavoro e della solidarietà si possono anche gettare le basi per affrontare con decisione altri gravissimi problemi che affliggono da sempre l'Italia: il ritardo del Mezzogiorno e la criminalità organizzata (due fenomeni ovviamente interdipendenti), il debito pubblico, le gravi carenze della politica industriale, la devastazione dell'ambiente. Essi sono ben presenti ai firmatari di questo appello e non possono che divenire i capitoli centrali di un programma di governo più complessivo e di più lunga durata.


Per aderire basta inviare una mail a appellopd@gmail.com con nome cognome e attività professionale
Appello al PD: le prime 150 firme

Alberto Abruzzese. Sociologo, prorettore Università IULM di Milano
Maria Teresa Agati . Imprenditrice settore farmaceutico
Ennio Andreani. Dirigente di azienda
Hilda Andreani. Casalinga
Isabella Andreani. Impiegata
Sebastiano Bagnara . Ordinario di Psicologia cognitiva Università di Sassari
Chiara Bannella. Giornalista
Paolo Benedettini. Dirigente di azienda
Silvia Baroncelli. Biologa
Rocco Berardo. Consigliere regionale Lazio
Giorgio Bertini. Docente di sociologia della organizzazione Roma Tre
Francesco Bevivino. Editore
Mirella Boccaccini. Impiegata ente pubblico
Eugenio Borgia. Ingegnere. Ordinario di Trasporti, Università di Roma "La Sapienza"
Enrico Brizioli. Direttore Generale Istituto di riabilitazione S. Stefano
Francesca Brunelli. Funzionario Telecom
Palma Caioni. Associazione Amici della Terra
Anna Maria Calabrese. Insegnante
Luciano Calabrese. Primario ospedaliero
Sergio Calabrese. Dirigente azienda ICT
Antonio Capocasa. Dirigente di azienda
Franca Capomasi. Funzionaria statale
Giorgio Capomasi . Operatore ITC
Renato Capomasi. Funzionario Alitalia
Patrizia Cardelli. Dirigente RAI
Sandra Carini. Giornalista
Antonio Castracane. Medico
Mirella Castracane Mombelli. Storica, Università di Roma "La Sapienza"
Lucia Ceci. Dirigente di azienda
Sergio Centofanti. Dirigente di azienda
Maurizio Cevoli. Libero professionista
Vittorina Checchia. Insegnante
Anna Ciccarelli . Ostetrica
Paolo Ciprotti. Imprenditore ITC
Franco Cochelli. Esperto sistemi di telecomunicazioni
Giovanni Cochelli. Operatore ITC
Massimo Coccia. Avvocato. Docente diritto internazionale Università "La Sapienza"
Silvia Conti. Avvocato
Marcello Crivellini. Ordinario Analisi dei sistemi sanitari, Politecnico di Milano
Antonio D'Annunzio. Dirigente di banca
Cristiana D'Annunzio. Casalinga
Caterina D'Asaro. Dipendente statale
Filippo D'Asaro. Psicologo clinico
Laura De Crescenzio. Insegnante
Roberta De Crescenzio. Funzionaria statale
Umberto Del Canuto. Esperto di formazione manageriale
Vittorio Del Duce. Ingegnere delle Telecomunicazioni
Riccardo Della Monica. Economista, consulente manageriale.
Annia Della Penna. Statistica
Mariano Delle Rose. Storico dell'arte, Enciclopedia Italiana
Giulia De Paolis. Psicologa
Tommaso De Santis. Funzionario di banca
Lidia Di Cairano. Casalinga
Luciana Di Felice. Psicologa
Piero Di Girolamo. Storico, Università di Teramo
Erminia Ermini. Dipendente Telecom
Dario Faggioni. Esperto di comunicazione. Presidente DF&A
Maurizio Fiasco. Sociologo. Esperto di sicurezza
Fabio Filiberti. Imprenditore ITC
Marcello Flores. Storico, assessore alla Cultura Comune di Siena
Gustavo Fraticelli. Disabile. Associazione Luca Coscioni
Calogero Fricano. Insegnante
Luigi Fulci. Dirigente sindacale.
Anna Maria Fusella. Insegnante
Paolo Franchi. Giornalista
Luigi Galella. Insegnante
Filomena Gallo. Avvocato. Presidente associazione Amica Cicogna
Massimo Gatti. Dirigente società assicurazioni
Antonio Ghirelli. Giornalista
Cesare Giannotti. Regista RAI
Aldo Giovannelli. Dirigente di azienda
Alberto Giuliani. Giornalista
Nicoletta Giuliani. Dipendente INPS
Stefano Gorelli. Economista. Università della Tuscia
Cristina Grado. Doppiatrice cinematografica e televisiva
Caterina Grauso. Assistente sociale
Giovanni Grauso. Ingegnere. Dirigente di azienda
Cristina Imperi. Funzionaria Poste Italiane
Gian Piero Jacobelli. Giornalista. Università di Roma "La Sapienza"
Paolo La Bombarda. Ingegnere. Dirigente di azienda
Alberto La Volpe. Giornalista
Annalisa Liberi. Funzionaria RAI
Sergio Liberi. Dirigente di azienda
Giiuseppe Lo Mastro. Presidente Istituto internazionale consumo e ambiente
Eufrosina Majoli. Impiegata
Paolo Mancini. Ordinario Sociologia delle Comunicazioni, Università di Perugia
Carlo Masini. Giornalista
Eva Masini. Storica
Angelo Materazzo. Magistrato
Carlo Mattacchini. Psicologo psicoterapeuta
Anna Maria Mazzanti. Chimico, insegnante
Emma Mazzucchelli. Psicologo psicoterapeuta
Marco Mele. Giornalista
Paola Menesini. Casalinga
Paola Maria Minucci. Università di Roma "La Sapienza"
Gerardo Mombelli. Giornalista. Dirigente Comunità Europea
Franco Monteleone. Storico della radio e della televisione. Università di Roma Tre
Giuseppe Morabito. Ingegnere. Dirigente di azienda
Mario Morcellini. Preside Facoltà Scienze della Comunicazione Roma "La Sapienza"
Antonio Moriconi. Vice presidente associazione "Roma Nuovo Secolo"
Lilia Mosca. Insegnante
Marilena Mosco. Storica dell'arte
Agostino Paci. Dirigente di azienda
Umberto Paniccia. Dirigente di azienda
Mirella Parachini. Ginecologa
Mario Patrono. Ordinario di diritto pubblico, Università di Roma "La Sapienza"
Lorenzo Pazzi. Dirigente società assicurazioni
Camillo Piccone. Dirigente di azienda
Maria Piccone. Impiegata
Carlo Pontesilli. Presidente Anticlericale.net
Rosella Porreca . Insegnante
Francesca Pranzetti. Insegnante
Luisa Pranzetti . Università di Roma "La Sapienza"
Paola Rostan. Insegnante
Fausta Rotondo. Redattrice casa editrice
Antonio Rullo. Fondazione Brigata Maiella
Elena Rummo. Dirigente di azienda
Franco Russolillo. Economista
Luca Salvatici. Economista. Università di Campobasso
Giuseppe Sammartino. Dirigente di azienda
Giuseppe Scaramuzza. Storico
Alessandro Sibona. Impiegato
Roberta Sibona. Giornalista
Alessandro Solipaca. Dirigente ISTAT
Bruno Somalvico. Storico dei media
Celestino Spada. Capo redattore "Economia della cultura"
Gianfranco Spadaccia. Giornalista
Fabrizio Starace. Direttore servizi psichiatrici di Modena
Alberto Statera. Giornalista
Lanfranco Tassi. Dirigente CNR
Gianni Testa. Primario ospedaliero
Carlo Troilo. Esperto di comunicazioni
Claudia Troilo. Ricercatrice Università di Roma Tre
Daniela Troilo. Avvocato
Francesca Troilo. Avvocato
Gregorio Troilo. Avvocato
Luca Troilo. Funzionario Ferservizi
Nicola Troilo. Avvocato
Chiara Vacca. Insegnante
Ermellina Valenzi . Casalinga
Viviana Verbaro. Giornalista
Vincenzo Visco Comandini. Docente Economia delle Istituzioni, Roma Tor Vergata
Maria Teresa Vitale. Insegnante
Aldo Vitturini. Dirigente di azienda
Mina Welby. Associazione Luca Coscioni
Alberto Zuliani. Ordinario di Statistica, Università di Roma "La Sapienza

giovedì 28 ottobre 2010

Matteo Renzi: faccio il sindaco, non il Pierino!


Spina nel fianco della dirigenza nazionale Pd, cui ha caldamente consigliato la rottamazione in un’intervista ormai famosa, e sindaco di Firenze dal giugno 2009, eletto mentre il suo partito gli metteva i bastoni tra le ruote, il giovane Matteo Renzi anche da piccolo amava molto dire la sua, a giudicare dal totem, o nome scout, che gli fu assegnato durante la sua lunga militanza tra gli esploratori cattolici: Grillo Esuberante. Oggi a 35 anni, ancora abbastanza grillo e decisamente esuberante, siede sulla poltrona che fu di Giorgio La Pira con la cravatta in mano - l’ha appena tolta dopo un pranzo ufficiale - tra gli affreschi di Palazzo Vecchio. Tra le sgridate di Bersani e Rosy Bindi si è preso più di una soddisfazione: l’ultimo sondaggio di Monitor Città, per esempio, ha detto che è il sindaco più amato d’Italia.
Signor sindaco, le bacchettate pubbliche da parte dei vecchi leader, dopo la sua proposta di rottamarli, si possono anche capire. Ma in privato vi sarete spiegati. Avranno avuto la curiosità di conoscerla meglio. O no?Non ci parlavo granché prima, continuo a non parlarci adesso. Mi dà un po’ noia che cerchino di farmi passare come un Pierino, mentre io faccio un mestiere molto serio, il sindaco. Non ce l’ho con i vecchi, ma con i pigri. È pigro chi pensa di potere sempre restare dov’è. È coraggioso chi rischia. Bersani credo di non averlo mai sentito per telefono. Lui vive bene anche senza telefonarmi evidentemente, e io per fare il sindaco non ho bisogno di chiamare il segretario del partito: rispondo ai fiorentini, non a lui. Comunque non si è fatto vivo nessuno.
Politicamente di chi si sente figlio?Avevo 18 anni nel ’93, nel pieno di Tangentopoli. Mio padre era consigliere comunale democristiano di Rignano sull’Arno, all’opposizione del Pci, ma la prima volta che ho votato, nel ’94, la Dc, il Pci, il Psi non esistevano già più. Parlare di politica non era di moda. L’impegno mio è nato da diverse esperienze personali: lo scoutismo, che è una grandissima educazione al carattere, alla socialità, alla responsabilità. Poi avere fatto l’arbitro di calcio, perché sei costretto a decidere, senza avere paura dei ragazzi più grandi che ti gridano in faccia di tutto su tua mamma e tua sorella. Poi mia madre, ex insegnante di lettere, che mi raccontava dei Kennedy. E la lotta di Nelson Mandela contro l’apartheid. Padrini in senso stretto non ne ho. Però se ho fatto il presidente della Provincia a 29 anni non è perché fossi un ganzo, ma per cooptazione.
Com’è successo?In sette o otto amici avevamo deciso di fare politica con la Margherita. Per prima cosa, lanciammo un’operazione perché in tutti i comuni della provincia si potesse fare un ordine del giorno per la remissione del debito dei Paesi poveri. Non ci filò nessuno. Un mese e mezzo dopo Jovanotti andò a Sanremo con Bono degli U2 e fece il rap “Rimetti il debito, cancella il debito”. Il giorno dopo ne parlavano tutti i giornali. Così capii che la politica oggi è in larga misura capacità di raccontare bene quello che fai ai mezzi di comunicazione. Chiarito questo, facemmo diverse iniziative e nel 2004 l’ex sindaco Leonardo Domenici e altri dirigenti Ds decisero di candidarmi alla presidenza della Provincia. Senza di loro non avrei avuto chance. Alla fine del mandato mi consigliarono di star lì buono e fermo per altri cinque anni, ma io sentivo che fuori il mondo era cambiato. Dissi: faccio le primarie e corro per diventare sindaco di Firenze, se perdo vado a lavorare, ma se vinco non prendo ordini dai partiti. Infatti sono il primo sindaco di Firenze che ha una giunta con metà donne e metà uomini, perché l’avevo promesso. Il primo che ha messo alla guida delle aziende persone liberamente scelte, non frutto degli accordi tra partiti.
Se le dicono “uomo di potere” qual è il primo nome che le viene in mente?Giulio Andreotti. Venne una volta in Provincia e lo feci sedere alla scrivania per firmare il libro d’onore, come si usa, e lui mi chiese: «Di chi è questa poltrona?». Dissi che era mia. E lui: «Posso darle un suggerimento? Non la ceda mai, neanche in prestito».
Che cosa le piace del potere?Il potere è un’esperienza importante, che considero transitoria.
Una cosa di cui è orgoglioso come amministratore?La pedonalizzazione di piazza del Duomo a Firenze.
Una cosa che le dispiace?
Abbiamo sbagliato… la politica di occupazione delle piazze, troppo banale? Ne trovo una più cattiva. Ecco: non abbiamo sufficientemente tutelato la vita notturna dei residenti.
Ci sarebbe la Corte dei conti che ha messo sotto processo la sua giunta provinciale per danno erariale da due milioni di euro.Sono molto amareggiato dal punto di vista umano perché noi abbiamo tagliato le tasse, le consulenze e il personale: la Provincia di Firenze, quando l’abbiamo lasciata, costava meno di quando l’abbiamo presa. L’accusa è che le segreterie politiche del presidente e degli assessori siano state inquadrate a un livello più alto di quello previsto dalla legge. Stiamo parlando di circa 25 persone con contratto a tempo determinato per cinque anni che avrebbero preso 1.200 euro al mese invece che 1.150, per decisione di tecnici che hanno applicato un regolamento. Ciò detto, noi i processi ce li facciamo fare e rispondiamo nel merito, se abbiamo sbagliato pagheremo.
Lei non è il primo a dire di essere nuovo a sinistra. L’hanno detto Beppe Grillo e Nichi Vendola, per esempio.Io non dico di essere nuovo. Però Beppe Grillo me lo ricordo quando faceva la pubblicità agli yogurt e quando spaccava i computer alla fine degli spettacoli, adesso dice che la Rete è il futuro, che la pubblicità è il demonio. A Vendola voglio bene e lo stimo, ma fatico a dimenticare che è stato uno di quelli che hanno mandato a casa il governo Prodi. Però se continuiamo a parlare di nomi riproduciamo in piccolo la vecchia discussione. Dalemiani o veltroniani?
Il problema delle alleanze non si può eliminare dalla politica. Con chi non governerebbe? Con Berlusconi, perché non ha mantenuto le sue promesse. Con Fini, perché ha detto tutto e il contrario di tutto. Con Bossi, perché sono impaurito dall’ideologia che mette le mani sulla scuola. Con la sinistra estremista che dicendo di no su tutto ha ucciso l’esperienza del governo Prodi. E poi con i voltagabbana, quelli che passano da un partito all’altro, dall’opposizione al governo.
In Inghilterra tra i leader dell’ultima leva la famiglia fa tendenza. La compagna di Ed Milliband è incinta, David Cameron ha avuto una bambina…
… un mese fa, l’ha chiamata Florence, sua moglie Samantha adora Firenze.
Quindi la sua strada sembra segnata. Lei vince le primarie del Pd e poi fa il quarto bambino.La mia candidatura alle primarie del Pd è un’ipotesi molto improbabile, come anche il quarto bambino…
Alla nascita dei suoi figli ha mai preso un congedo di paternità?No, mai. Con i primi due figli lavoravo nel privato ed era difficile. Con la terza ero presidente della Provincia e mi sembrava una mossa troppo mediatica.
Milliband ha detto anche: abbiamo perso perché il Labour è diventato il partito dei banchieri.
Intanto hanno governato per dieci anni. Quanto ai banchieri, chi si è formato come piccolo imprenditore, come me, vede la banca più con sospetto che con entusiasmo. Giusto parlare degli sprechi della politica, ma se penso a quanti asili nido sistemerei qui a Firenze con la liquidazione di un banchiere…
È giusto che un amministratore delegato guadagni 300 volte il salario di un operaio della sua azienda?Su proposta del presidente dell’azienda dei trasporti pubblici, Filippo Bonaccorsi, noi abbiamo messo una regola per cui i vertici delle aziende pubbliche di Firenze possono guadagnare al massimo dieci volte di più dei lavoratori di base. Qualcosa non funziona comunque. Il sindaco di Firenze guadagna 4mila euro netti al mese, che va bene ma è meno di quel che prende il capo segreteria di un consigliere regionale.
Vorrebbe una legge nazionale sulle unioni di fatto? Sì. Io sono contrario all’adozione di figli da parte delle coppie gay, mentre sono assolutamente favorevole al riconoscimento di diritti veri per chi sta insieme e si vuole bene. Però al Comune di Firenze abbiamo da dieci anni il registro delle unioni civili, dove si sono iscritte 37 coppie in tutto. Il che vuol dire che la legge non è certo il problema principale degli omosessuali. Ho passato una sera all’ospedale con un ragazzo fiorentino al quale avevano spaccato la faccia perché era gay. Lui non l’aveva mai detto ai suoi genitori, che l’hanno scoperto proprio quella sera lì. Ecco, credo che a loro interesserebbe di più parlare della discriminazioni che subiscono.
Scuola privata o scuola pubblica?Niente contro le private, ma la priorità è la pubblica e col tempo pieno. Quest’anno a Firenze dovevamo tagliare il tempo pieno a 24 classi ma abbiamo fatto un accordo con il ministero: il Comune ne ha finanziate metà, il ministero il resto. Io cerco di governare, non faccio discorsi: il ministro Gelmini ci ha aiutato, il ministro Alfano ci ha dato una mano per il nuovo palazzo di Giustizia. Con il ministro Bondi invece per ora non abbiamo combinato niente.
Le famiglie rom hanno accesso alle case popolari?I rom hanno oggi 59 abitazioni popolari sulle 8mila di Firenze. Da quando sono qui io abbiamo fatto quattro sgomberi, senza manganelli ma con la polizia municipale e i servizi sociali. Tutti quelli che volevano stare nei percorsi dei servizi sociali - che non separano le famiglie - hanno potuto farlo. Però i bambini devono andare a scuola e chi delinque non ha diritto alla comprensione. La sinistra deve riappropriarsi dell’idea di legalità. È un’idea di sinistra.
Ci sono dei commentatori che parlano già di renzismo, lei sa cos’è?Non proprio, ma ha l’aria di una grave malattia. Speriamo che guariscano.

TRE COSE SU: IL RENZISMO È DI DESTRA O DI SINISTRA?

1 - Figlio di un piccolo imprenditore e di un’insegnante, Matteo Renzi è cresciuto a Rignano sull’Arno, 5mila abitanti. È stato negli scout cattolici per 12 anni. Si è laureato in Giurisprudenza con una tesi su Giorgio La Pira.
2 - È diventato padre a 26 anni; oggi ha tre bambini. Sua moglie Agnese, insegnante precaria disoccupata, ha ricevuto due offerte di lavoro da scuole private, ma ha preferito rimanere in graduatoria alla pubblica.
3 - Ha detto anche: «A differenza di molti politici di sinistra, a me le piccole imprese stanno simpatiche. So quanta fatica si fa e com’è difficile trattare con le banche. Apprezzo chi rischia del proprio per fare l’imprenditore».