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martedì 22 maggio 2012



LA BUROCRAZIA BLOCCA I FONDI DEGLI ARTISTI PER L'AQUILA

Dopo il sisma in Abruzzo di tre anni fa, molti artisti italiani vollero dare il proprio sostegno alle popolazioni colpite. Jovanotti, Giuliano Sangiorgi e Mauro Pagani, con altri cinquantatré cantanti, incisero il brano Domani, con cui raccolsero 1 milione 200 mila euro da destinare alla ricostruzione del Conservatorio dell'Aquila.

Oggi quei fondi sono ancora fermi al Ministero dei Beni culturali. Dopo aver fatto sentire la sua voce (di protesta) anche al ministro Fabrizio Barca, Jovanotti ha scritto su Facebook: "Il Ministero ha avuto il merito di non aver intaccato di un solo euro la cifra. In questi giorni dovrebbe avvenire lo sblocco della situazione".

Destino simile per i soldi raccolti da Laura Pausini, Fiorella Mannoia, Gianna Nannini, Elisa e Giorgia con il concerto Amiche per l'Abruzzo. Una parte di quel denaro doveva servire a ristrutturare una scuola elementare. È ancora tutto fermo. 



(andrea andrei-Venerdì di Repubblica 20 aprile 2012)



martedì 1 maggio 2012

OTTIMISMO TECNOLOGICO? 


NO GRAZIE!

Un docente accusa: italiani ignoranti, due righe su twitter non fanno cultura

Viviamo nell'età dell'ignoranza e crediamo di poter essere onniscienti. 
La velocità ha preso il posto dell'accuratezza. Siamo in balia di una moda rovinosamente populista. Il futuro appare fosco. In Italia più che altrove. Fabrizio Tonello non fa molti sconti nel suo nuovo libro: L'età dell'ignoranza. È possibile una democrazia senza cultura? (Bruno Mondadori, pp. 151, euro 15). Professore di Scienze politiche a Padova, ha lavorato negli Stati Uniti e lì ha deciso di scrivere il suo atto d'accusa."Mi sono reso conto che il clima anti-intellettuale che si è andato creando in Italia è parte di un contesto culturale più ampio. Possiamo finire bolliti prima di accorgercene. La temperatura dell'acqua sale lentamente".
Ci spieghi...
"Nel libro ho evitato di citare Bossi e Berlusconi. Non volevo sembrasse un pamphlet contro chi è fuori gioco. Ma quanto ci è costato dover assistere per anni alle cene di Berlusconi e alle canottiere di Bossi? Tanto che poi si deve ricorrere ai tecnici e siamo quasi stupiti che sappiano governare. Scopriamo che un Quintino Sella come ministro è meglio di Bartali. Bella scoperta".
Della competenza che manca ai governanti parlava già Socrate.
"Ma quel che è successo nel mondo occidentale dagli anni 80 è unico. Reagan vinse le elezioni con le sue battute di spirito, umiliando Carter che appariva un noioso ingegnere. Poi, prima dei suoi incontri importanti, ricorreva a una chiromante. Sempre meglio del bunga bunga, certo. Ora siamo contenti di avere un premier che invece di fare le corna sa far di conto. Ne siamo stupiti".
Nel suo libro le riflessioni più accorate riguardano la scuola.
"Più del 50 per cento degli italiani non ha mai letto un libro. La scuola elementare resiste. Ma poi non si formano più giovani con capacità linguistiche che li mettano in condizioni di trarre profitto dai corsi universitari".
Lei se la prende anche con i nuovi supporti elettronici.
"Sono contrario all'ottimismo tecnologico. A ogni innovazione si grida al miracolo e a un futuro migliore. Telegrafo, radio, aviazione, televisione. I risultati li abbiamo sotto gli occhi. Il problema è saper usare l'enorme massa di informazioni. Serve il senso critico. Ma oggi trionfano la velocità e la brevità. Come posso approfondire qualcosa con twitter? Centoquaranta caratteri. Due righe e mezza. Dove sono l'approfondimento e la discussione? I politici che twittano sono il trionfo del non pensiero. E del sentimentalismo. Le emozioni sono ciò che può essere veicolato in due frasi. Il sentimento privo di letterarietà. Moccia. I talk show. Un romanticismo d'accatto".

mercoledì 25 aprile 2012

25 aprile 2012




"Ma siamo ancora qui a ricordare 
come sono andate le cose nel periodo più nero e umiliante della nostra storia.
A ricordare  quell’ alta pagina di solidarietà 
e di civile  dignità, che si chiama Resistenza."



"Secondo alcuni revisionisti, come il senatore Pera, l’antifascismo è da archiviare tra i robivecchi, e la Resistenza, un mito inventato dai comunisti.

Insomma, quelli che come me erano in montagna dall’otto settembre del ’43, e che il diciannove di quel mese erano con Duccio Galimberti a Boves incendiata dalle SS del maggiore Peiper, stavano in un mito. Quarantacinquemila partigiani caduti, ventimila feriti o mutilati, uno dei più forti movimenti di resistenza d’Europa, gli operai e i contadini per la prima volta partecipi di una guerra popolare senza cartolina di precetto, una formazione partigiana in ogni valle alpina o appenninica:ecco che sessantacinque anni dopo dei professorini e dei diffamatori, ci avvertono che era tutta un’invenzione, una favola, un mito.

Ma quel mito non se lo sono inventati dei propagandisti politici, quel mito è nato dai fatti di cui parlano le lapidi e i monumenti in ogni Provincia italiana.

La distinzione tra l'antifascismo e la democrazia è una falsa distinzione. Assistiamo a un revisionismo reazionario che apre la strada a una democrazia autoritaria. Non a caso, nel presente, la globalizzazione economica è un ritorno al colonialismo, con cui l’antifascismo dello stato sociale, delle riforme democratiche, non ha nulla da spartire.

C’è stata una mutazione capitalistica, una rivoluzione tecnologica per cui i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri ed emarginati. Questa è la vera ragione per cui la Resistenza e l’antifascismo appaiono sempre più sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere. Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam. 

Così è riapparso il ventre molle del paese, l’eterno qualunquismo che la Resistenza aveva combattuto. 
Ma siamo ancora qui a ricordare come sono andate le cose nel periodo più nero e umiliante della nostra storia. A ricordare 
quell’ alta pagina di solidarietà e di civile dignità, che si chiama Resistenza."
Giorgio Bocca 


Testo inserito nella terza edizione ( 2008) di "Partigiani della montagna" ,  rielaborato per un discorso tenuto da G. Bocca alla manifestazione dell'ANPI del 25 aprile 2008.



domenica 22 aprile 2012

ESODATI

Gli esodati sono lavoratori over 50 espulsi dal mercato dal lavoro e non ancora ammessi in pensione in conseguenza di un innalzamento dell'età o dei requisiti per accedere al trattamento pensionistico. Gli esodati sono pertanto un sottoinsieme dei disoccupati. E' una fascia sociale particolarmente debole poiché risentono maggiormente delle difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro e, a differenza dei disoccupati giovani, hanno spesso degli obblighi ed oneri economici derivanti dalle spese familiari ( mutuo casa, figli minori, ecc. ). Il termine "esodato" viene coniato nel 2012 dai mass media e dalla classe politica per indicare quei lavoratori che hanno perduto il posto di lavoro a seguito di una ristrutturazione aziendale, di un accordo sindacale o di un accordo economico con il datore di lavoro, contando di poter accedere in breve tempo al trattamento pensionistico e che hanno visto allungarsi il periodo di tempo di attesa con la riforma del sistema pensionistico.

domenica 15 aprile 2012

Romanzo di una strage


Paradossalmente, per avvicinarsi a Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana bisogna dimenticare all’ingresso del cinema ciò che si sa, ciò che si pensa di sapere e, soprattutto, le proprie convinzioni ideologiche. Non per banalmente accettare supinamente la tesi del regista e degli sceneggiatori Rulli e Petraglia ma, semplicemente, per godere, innocentemente (casomai fosse possibile…), di un buon film italiano animato da una tensione civile forte e nobile e che, al tempo stesso, non depone linguaggio e poetica ai piedi dell’altare dell’invettiva. 


Premessa quasi pedante e purtroppo inevitabile. Perché di fronte alla ferita che rappresenta la strage di piazza Fontana nella coscienza e nell’immaginario dell’Italia è quasi inevitabile parlare d’altro, e questo senza tenere conto delle pratiche giudiziarie che nel corso degli anni sono aumentate come l’inevitabile metastasi del cancro della prima menzogna pronunciata per coprire quell’infame colpo inferto a una democrazia debole e fragile. 


Marco Tullio Giordana è un regista contraddittorio. Un cinefilo melomane ossessionato dalla figura del Padre (maiuscola obbligatoria) che inevitabilmente non può fare a meno di fiondarsi nell’agone della storia (più o meno) recente. Non a caso la sua versione di Romanzo di una strage, nonostante tutta la tensione profusa nel film, per giungere a offrire l’immagine di una verità possibile, è soprattutto la rappresentazione della lotta titanica fra i figli smarriti sotto la tenda del circo della storia di un paese uscito da poco dalla tragedia della seconda guerra mondiale - sulla soglia di una modernità avvertita come matrigna e ingannatrice - mentre padri lontani, distanti e traditori, celano il loro volto nelle ombre del buio che una mancata rielaborazione dell’esperienza fascista alimentava e ancora alimenta. 


Romanzo di una strage è il pianto attonito che constata un tradimento: il tradimento dei padri consumato ai danni dei loro figli. Nel film di Giordana, però, nessun angelo ferma la mano di Abramo. Anzi. Il sacrificio si compie. E il sangue non si laverà mai. 

Rispetto ai due grandi esempi del cinema civile italiano, Elio Petri e Francesco Rosi, Giordana cela la sua voce tra le pieghe di un racconto piano e apparentemente senza scosse. Lineare, come una classicità post-televisiva. Se in Rosi la supremazia della forma offriva vigore alla tesi politica, non essendo Rosi al servizio di nessuna verità ufficiale pur essendo un intellettuale schierato a sinistra, in Petri la torsione del grottesco (accolta da Sorrentino per il suo Divo), favoriva una deriva barocca spagnoleggiante che, in ultima analisi, diventava angosciata invettiva. 

Giordana, invece, si trova a osservare la storia del paese dei padri, dalla prospettiva di un figlio postumo. Maledetti vi amerò, suo primo lungometraggio, distribuito nel 1980, non era solo il segno di uno smarrimento di una generazione alla fine degli anni Settanta, quanto la testimonianza di un esilio dalla storia, propria, individuale e collettiva. E, soprattutto, la documentazione di un paesaggio nel quale i padri, ancora una volta, avevano consumato un atroce tradimento. 

In questo senso il cinema civile secondo Giordana è sempre la storia di un figlio ucciso dal padre. Romanzo di una strage, in questo senso, tenta un approfondimento prospettico ulteriore: i figli uccisi, attraverso il lavoro prodotto dallo scavo della verità, vengono ricondotti al ruolo originario di padre negato loro dalla storia e della violenza. La storia interrotta, riconosciuto ciò che l’ha spezzata, può continuare. Forse.

Ed è proprio in questo movimento che il film di Giordana, nonostante gli inevitabili distinguo, precisazioni, polemiche e quant’altro un film su piazza Fontana inevitabilmente evoca, diventa anche un film interessante e che, ci pare, fa avanzare la poetica di un regista sino a questo momento indeciso fra il lutto per i padri esemplari trucidati (il film su Pasolini) e i figli traditi dai padri (il filone maggiore della sua poetica e che ne I cento passi trova la sua formulazione più problematica). 

E se dunque prima il cinema di Giordana sembrava come riferirsi a un’autorità esterna (una mancanza interrogata cui il cinema tentava di dare corpo), cui la cinefilia mai taciuta dell’autore conferiva un’identità traslata, con Romanzo di una strage, nel processo di rielaborare un lutto indicibile, il regista si trova a dare vita finalmente a padri, inevitabilmente assenti essendo stati assassinati, ma che è possibile recuperare alla loro funzione educativa, seppur postumi. 

Se dunque questo è l’arco etico del film, che si tende da Aldo Moro cui la rappresentazione sofferta di Gifuni offre l’immagine ascetica di un servitore totale e assoluto dello stato e della democrazia, al quale la sceneggiatura offre addirittura una battuta dove invoca il martirio pur di difendere la patria e un anelito antimoderno quasi pasoliniano, il binomio Calabresi-Pinelli, antinomico ma complementare, offre l’immagine di una “meglio gioventù” sacrificata ai piedi di un altare del tradimento, di promesse non mantenute. Non a caso Giordana in conferenza stampa evocava Shakespeare, i cui principi chiamati a sostituire i padri riverberano in quasi tutti i personaggi del regista. Ciò che quindi attrae fortemente nel film, è l’assunzione di responsabilità attraverso la quale Giordana opera, letteralmente, in senso strettamente etimologico, una revisione dell’intera vicenda di piazza Fontana, sottraendo dunque il revisionismo (ossia il vedere di nuovo…) alle spinte più reazionarie del paese. Rivedere per partecipare di una storia cristallizzata in posizioni trasmesse quasi come testimoni generazionali e per andare al di là delle barriere di un linguaggio segmentato. Un’operazione schiettamente cinefila, se si vuole. 


In questo processo, affascinante e rischioso, in cui allo spettatore spetta il compito di orientarsi in un film compatto e teso come un thriller, nel quale si torna a respirare un po’ di cinema italiano come si usava qualche decennio fa, inevitabilmente ci si scontra anche con scelte discutibili, come il ritratto (quasi) umano del golpista Borghese che di fronte ai numeri della strage mette in riga il fascista Delle Chiaie (ben altra cosa è l’acido muriatico monicelliano di Vogliamo i colonnelli) ricordandogli che lui non è un “soldato”. C’è un desiderio niente affatto celato di una ricomposizione, nella quale, forse troppo generosamente, gli unici “cattivi” sono coloro che restan fuori dal perimetro dell’inquadratura, che non si vedono mai e che vanno sotto l’indicazione generica di “servizi deviati” o “le parti più oltranziste della Nato” (cosa che però fa sorgere un’osservazione: quindi la Nato è oltranzista? Qual è la parte meno oltranzista…?). Come dire che gli attori in campo hanno tutti una loro motivazione… A ciascuno la sua catarsi. 


Romanzo di una strage, dunque, rischia di essere un film insoddisfacente se lo si approccia con il metro del desiderio non confessato/confessabile che il film aderisca quanto più possibile alle proprie convinzioni ideologiche e giudiziarie sulle strage, ed è facilmente prevedibile che intorno a Romanzo di una strage si scatenerà una teoria di discussioni e polemiche notevole. 


Può invece risultare il film più convincente di Giordana, se si accetta il rischio poetico di un autore che osa dare nomi ai propri fantasmi individuandoli nell’agone di una storia collettiva la cui ferita ha contaminato in profondità il corpo della democrazia italiana. 

Perché, diradato il fumo delle bombe, a Giordana interessa individuare, soprattutto, il nome del padre. Di un altro padre. Perché un altro padre è possibile. E con Romanzo di una strage, Giordana ci va davvero molto vicino.
di Giona A. Nazzaro Micromega.it (29/03/2012) 

martedì 10 aprile 2012

Veganismo


Cosa significa Vegan?

Vegan è chi evita di usare o consumare prodotti di origine animale. Mentre i vegetariani evitano solo la carne, i Vegani evitano anche latte e formaggi, uova, pellicce, cuoio, lana e tutti i prodotti testati sugli animali. Vegan (o Vegano) è la contrazione del termine inglese vegetarian. L'analogo italiano è Vegetaliano, dal latino vegetalis, ossia: appartenente al regno vegetale. Un termine che è però caduto in disuso. Recentemente Jeff e Sabrina Nelson, fondatori del più visitato portale del mondo vegetariano (www.vegsource.com), hanno coniato il vocabolo Vegitan, che definisce solo chi non usa cibi di origine animale e non è indicativo di convinzioni politiche, filosofiche o etiche ma si limita a descrivere un tipo di alimentazione, senza entrare nel merito delle motivazioni.

Perché Vegan?

Il Veganismo è il passo successivo del vegetarismo. componente essenziale di uno stile di vita libero da crudeltà. Fornisce indubbi benefici alla salute e allo spirito, oltreché agli animali e all'ambiente.


L'origine del Veganismo

La parola ''vegan'', che ha assunto anche il significato di vegetariani radicali, fu coniata da Donald Watson (morto il 16 novembre 2005, a 95 anni) e da Elsie Shrigley nel novembre 1944, quando a Londra fondarono l'associazione Vegan Society. Inizialmente gli iscritti alla Vegan Society furono 25, mentre oggi sono circa 5.000. Si stima che solo in Gran Bretagna i vegani siano 300 mila. In 60 anni di storia, il veganismo, secondo fonti dell'associazione, avrebbe fatto almeno 4 milioni di proseliti nel mondo.

Il veganismo fu presentato da Watson come uno stile di vita non violento, che elimina lo sfruttamento, la sofferenza e l'uccisione degli animali. I vegan mangiano infatti vegetali e non carne, uova o latte; indossano indumenti di cotone e sintetici e non pelle, seta, lana o pellicce; usano prodotti vegetali e sintetici ma non di origine animale ne' testati su di loro. Spettò proprio a Donald Watson scrivere a macchina il programma della nascente associazione in quel novembre del 1944, in una piccola stanza di Evesham Road. Quel programma venne poi stampato e diffuso come il primo numero di ''Vegan News''. 

Nei suoi scritti teorici, Donald Watson spiegava che si diventa vegan per risparmiare la vita agli animali ed eliminare la loro sofferenza; per proteggere e conservare l'ambiente; per nutrire un numero molto maggiore di persone in tutto il mondo; per migliorare la propria salute.

La Vegan Society - che ha affiliazioni in numerose nazioni - sostiene la scelta di migliaia di vegan in tutto il mondo con libri, giornali (il trimestrale ''The Vegan''), video ed organizzando un ricco sito web; promuove inoltre un marchio commerciale, utile ad identificare i prodotti coerenti con la scelta vegana ed una rete di associazioni locali e punti di contatto in vari paesi.

Quanti Vegetariani e Vegani in Italia

Secondo il Rapporto Eurispes 2011 vegetariani e vegani in Italia sono il 6,7%. L’amore e il rispetto per gli animali a volte finiscono per influenzare anche le abitudini alimentari dei soggetti che, per tutelare l’ambiente e proteggere la biodiversità, rinunciano a carne, pesce e talvolta anche a uova e latte. Che si chiamino vegetariani o, nell’accezione più estrema, vegani, essi costituiscono ormai anche nel nostro Paese un fenomeno sociale sul quale è opportuno soffermarsi ad indagare. Mangiare esclusivamente vegetali è un’abitudine per il 6,3% della popolazione che ha eliminato dalla propria dieta carne e pesce, lo 0,4% ha optato per una decisione ancora più drastica che prevede l’esclusione anche del latte e delle uova: il veganismo. A preferire uno stile alimentare di tipo vegetariano o vegano sono in prevalenza le donne (rispettivamente 7,2% vs 5,3% degli uomini; 0,5% vs 0,3%), i giovanissimi tra i 18 e i 24 anni (13,5%) e, a sorpresa, tra gli over 65 (9,3%). Vegetariani e vegani soprattutto per una scelta alimentare più salutare. Ma da dove nasce la spinta ad abbandonare la dieta mediterranea, con la sua varietà di alimenti e sapori, e rivolgere il proprio interesse esclusivamente verso determinate tipologie di cibo? Nel 48% dei casi questa scelta dipende fondamentalmente dal fatto che mangiare esclusivamente frutta e verdura arrechi benefici alla salute. Molto alta appare, poi, la percentuale di coloro che sono mossi in tal senso da ideologie animaliste (44%) che mal sopportano l’uccisione di animali per la macellazione delle carni. A questo risultato si associa la parte degli intervistati che scelgono la via del vegetarismo per ragioni di tipo ambientalista (2%). Questo tipo di dieta comporta infatti un minore spreco di risorse e provoca meno danni al territorio.
Fonte: Vegan Italia (http://www.veganitalia.com)

giovedì 12 gennaio 2012

Cosentino libero?

"Ci sarà sicuramente imbarazzo e una vergogna gigantesca in quella Lega che ha costruito la propria immagine sugli stilemi del populismo giustizialista e che si appresta ancora una volta a reggere il moccolo al circo berlusconiano. Cosentino è accusato di aver favorito un'organizzazione criminale come la camorra, non si capisce perché si dovrebbe violare il principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge consentendogli ancora una volta di rimanere impunito."
Nichi Vendola

venerdì 12 agosto 2011

NOTIZIONA

Pare che tolgano la tredicesima agli statali,
ossia il 7,69% del loro reddito...
News By POPOLO VIOLA!

Mi fa piacere! soprattutto per gli statali

che Berlusclown ... l'hanno votato!
By me







martedì 26 luglio 2011

NON BOCCIATE E' DANNOSO



















I consigli dell'Ocse ai prof
"Non bocciate, è dannoso"


L'Organizzazione contesta il vecchio sistema di far ripetere l'anno scolastico: rafforza le diseguaglianze e pesa sui bilanci. L'Austria vuole abolirlo, la Francia discute la riforma. L'Italia ventiduesima nella classifica dei Paesi più severi


PARIGI - Tutti promossi. Non è il nuovo slogan degli studenti fannulloni ma il suggerimento, molto serio, dell'ultimo rapporto Ocse sull'organizzazione dei principali sistemi educativi nel mondo. Lo studio conferma quello che molti esperti vanno dicendo ormai da anni. Ripetere un anno di scuola non sempre serve a recuperare il ritardo sul programma. Anzi, spesso è un modo di penalizzare ancora di più l'alunno in difficoltà. Numeri alla mano, l'organizzazione internazionale dimostra che laddove esistono molti "ripetenti" peggiorano i risultati complessivi delle classi e, in finale, anche la percentuale degli alunni che riescono a diplomarsi. Se anziché bocciare si organizzano corsi di recupero personalizzati o altre misure di sostegno (succede per esempio in Finlandia o in Gran Bretagna), allora l'efficienza nello studio migliora e il ritardo didattico può scomparire.

Come il voto e le pagelle, la bocciatura fa parte di una scuola "all'antica" oggi rimessa in discussione. In Europa, alcuni paesi si stanno già distaccando dal vecchio modello. L'Austria ha annunciato che abolirà le bocciature dall'anno prossimo mentre in Francia, con record di "ripetenti" sul continente, si discute una possibile riforma. E pazienza per chi sostiene, come il ministro Gelmini, che ci sia il rischio di essere troppo "buonisti". "Sono contraria ad una scuola modello '68 che non distingue chi si impegna e merita dai lavativi, che promuove tutti senza differenze".

"Nei paesi in cui un maggior numero di studenti ripete gli anni scolastici - osserva l'Ocse - la performance globale tende ad essere inferiore, e il background sociale ha un impatto maggiore sui risultati di apprendimento". Ovvero: la bocciatura rafforza le disuguaglianze, emargina ancora di più quei bambini o ragazzi con problemi scolastici. I ragazzi che devono ripetere l'anno non vengono quasi mai seguiti individualmente, perdono fiducia in se stessi e si allontanano dallo studio. Eppure, nonostante le tante critiche, continua a essere una tendenza diffusa. Secondo la classifica Pisa - che valuta i sistemi educativi nell'area Ocse - più di uno studente su dieci (il 13%) è stato bocciato almeno una volta nel suo percorso di studio. Il 7% alle elementari, il 6% alle scuole medie e il 2% al liceo. L'Italia si colloca appena al di sopra della media Ocse, con una percentuale di allievi bocciati del 18%. I ricercatori danno inoltre un giudizio negativo su un'altra pratica comunemente utilizzata per trattare gli studenti che vanno male a scuola, o hanno un comportamento inadeguato: il trasferimento in altre strutture scolastiche. Un metodo che, scrivono, "tende ad essere associato con una segregazione nel sistema scolastico, in cui gli studenti che provengono da contesti avvantaggiati finiscono in scuole con risultati migliori mentre quelli di origini svantaggiate finiscono in scuole peggiori".

L'Ocse raccomanda anche maggiore elasticità da parte dei dirigenti scolastici sulla valutazione di fine anno, in base a criteri meno rigidi. Laddove i presidi hanno infatti più autonomia nel decidere la promozione, spesso vengono agevolati percorsi di accompagnamento che incentivano gli alunni più in difficoltà. Ultimo argomento: bocciare costa. Oltre a non garantire il progresso educativo, far ripetere un anno scolastico pesa sui bilanci dell'Istruzione pubblica, proprio in un momento di crisi economica e tagli alle scuole. Ogni bocciatura, hanno calcolato gli esperti dell'Ocse, costa in media tra i 10 e i 15 mila dollari annuali. In paesi come la Spagna, il Belgio o l'Olanda, i "ripetenti" incidono sul 10% del budget complessivo per l'educazione. Un altro effetto di lungo termine, registrato dall'Ocse, è il ritardato ingresso dello studente nel mondo del lavoro e la diminuzione di manodopera qualificata. Se le bocciature si ripetono nel ciclo scolastico, gli alunni tendono ad abbandonare lo studio, già prima del diploma. Un fallimento. Non solo per loro.

ANAIS GINORI
Repubblica.it 26/07/2011

giovedì 2 dicembre 2010

Ma è troppo chiedere una riverniciata al parco ospiti della TV?

... almeno una riverniciata al parco ospiti, un pò di rispetto per l’intelligenza del pubblico a casa, sarebbe già un enorme passo avanti o come va di moda dire adesso per ogni minima fesseria: UNA GRANDE RIFORMA.


Con la caduta del berlusconismo, si spera, sarà interessante verificare se per caso finisce anche questa terrificante riunione di condominio che dura da anni nei salotti Rai e ha ormai sfondato il livello del grottesco. Queste venti o trenta personcine di folgorante mediocrità che fingono ogni sera di litigare, non importa quale sia il programma, e poi vanno tutti insieme a far casino in trattoria coi soldi del canone.

Sarebbe tutto soltanto ridicolo, se questa pagliacciata non fosse diventata l’unica rappresentazione del dibattito pubblico per milioni di cittadini e un’intera generazione di giovani. Agli ultimi, in particolare, va detto che nel mondo civile la tv pubblica non funziona in questo modo.

Nei dibattiti televisivi sulle reti pubbliche in Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, tanto per cominciare gli ospiti non sono così maleducati. I conduttori, gente seria, li correggono quando citano un dato o un fatto sbagliati. Pazzesco, vero? I giornalisti si dividono anche là fra quelli di destra e quelli di sinistra, ma di fondo fanno i giornalisti. Quelli di destra per esempio non sono stipendiati dal presidente del Consiglio e non passano la vita a esaltare l’editore, perché nel resto del mondo i giornalisti si vergognano di fare i servi.

Gli esperti di economia sono veri esperti di economia, chiamati perché magari insegnano in grandi università o hanno vinto un Nobel e non perché portano una barba da carnevale, la giacca fucsia e il farfallino arancione, come quel tale Oscar Giannino. Un profeta del neoliberismo che invoca tagli e massacri sociali dall’alto di una carriera trascorsa a scrivere su giornalini mantenuti coi soldi pubblici, al solito buttati nel cesso, nel caso specifico La Voce Repubblicana, il Foglio, Libero e Il riformista.

Nelle televisioni civili naturalmente è impensabile organizzare sessanta o settanta puntate di talk show, con compagnia fissa e plastico del luogo del delitto, per fare audience sull’assassino di un bambino o una bambina. In compenso se il premier viene beccato a frequentare giri di minorenni, usa la decenza di presentarsi alla tv pubblica e rispondere a tutte le domande dei giornalisti, invece di fare lo spiritoso e mandare il personale in giro per studi con il mandato di difenderlo, in genere insultando gli interlocutori.

Ora, non si pretende che i televisionari italioti e i loro degno dirigenti, affaccendati come sono a leccare gli stivali dei padroni, si comportino come i loro colleghi liberi. Ma almeno una riverniciata la parco ospiti, un pò di rispetto per l’intelligenza del pubblico a casa, sarebbe già un enorme passo avanti o come va di moda dire adesso per ogni minima fesseria: una grande riforma.


di Curzio Maltese

tratto da la rubrica CONTROMANO de "Il Venerdì di Repubblica"

26 Novembre 2010

venerdì 29 ottobre 2010

la polizia ci spia su FACEBOOK

esclusivo l'ESPRESSO 28 OTTOBRE 2010
di Giorgio Florian


Un patto segreto con il social network. Che consente alle forze dell'ordine di entrare arbitrariamente e senza mandato della magistratura in tutti i profili degli utenti italiani. Lo hanno appena firmato in California

Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dal Congresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati. In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto. I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.

Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell'ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l'autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.

Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d'anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perché alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l'enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui è molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l'amicizia a qualcuno che graviti in ambienti "interessanti" per le forze dell'ordine.

A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi "ghisa" nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell'ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad altri ragazzi sudamericani, permettendo così agli agenti di conoscere il loro organigramma.

Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito Internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.
"Il nostro obiettivo è quello di prevenire i rave party prima che abbiano inizio", spiegano, "e per questo ci inseriamo nelle comunicazioni tra organizzatori e partecipanti, nei social network, nei forum e nei blog". Così può capitare che anche chi ha semplicemente partecipato ad una chat per commentare un gruppo musicale finisca per essere radiografato a sua insaputa.

In teoria queste attività sono coordinate dalle procure che conducono le indagini su singoli fatti o su fenomeni più ampi. I responsabili dei social network non ci tengono a farlo sapere e parlano di una generica offerta di collaborazione con le forze dell'ordine per impedire che le loro piattaforme favoriscano alcuni delitti.

Un investigatore milanese rivela a "L'espresso" che, grazie alle autorizzazioni della magistratura, da tempo ottiene dai responsabili di Facebook Italia di visualizzare centinaia di profili riservati di altrettanti utenti, riuscendo persino ad avere accesso ai contenuti delle chat andando indietro nel tempo fino ad un anno. Chi crede di aver impostato le funzioni di riservatezza in modo da non permettere a nessuno di vedere le foto, i post e gli scambi di messaggi con altri amici, in realtà, se nel suo gruppo c'è un sospetto, viene messo a nudo e di queste intrusioni non verrà mai a conoscenza.

E non sempre l'autorità giudiziaria viene messa al corrente delle modalità con cui vengono condotte alcune indagini telematiche. Un ufficiale dei Carabinieri, che chiede di rimanere anonimo, ammette che certe violazioni della legge sulla riservatezza delle comunicazioni vengono praticate con disinvoltura: "Talvolta", spiega l'ufficiale "creiamo una falsa identità femminile su Fb, su Msn o su altre chat, inseriamo nel profilo la foto di un carabiniere donna, meglio se giovane e carina, e lanciamo l'esca. Il nostro carabiniere virtuale tenta un approccio con la persona su cui vogliamo raccogliere informazioni, magari complimentandosi per un tatuaggio. E in men che non si dica facciamo parte del suo gruppo, riuscendo a diventare "amici" di tutti i soggetti che ci interessano".

Di tutta questa attività, spiega ancora l'ufficiale, "non sempre facciamo un resoconto alla procura e nei verbali ci limitiamo a citare una fantomatica fonte confidenziale". Da oggi, in virtù dell'accordo di collaborazione con Mark Zuckerberg siglato dalla Polizia, chi conduce queste indagini potrà fare a meno di chiedere avvisare un magistrato perché "la fantasia investigativa può spaziare", prevede un funzionario della Polposta, "e le osservazioni virtuali potranno essere impiegate anche in indagini preventive".

sabato 21 agosto 2010

Addio Ferribotte!

il cinema piange Tiberio Murgia

E' morto il caratterista ottantunenne scoperto da Monicelli. Nato in Sardegna, promessa del Pci "bruciata" da una relazione proibita, fu reso famoso dai ruoli di (finto) siciliano, con la voce doppiata...



ROMA - E' stato un volto celebre del cinema, uno dei più noti caratteristi della commedia all'italiana. Tiberio Murgia se ne è andato: è morto ieri all'età di 81 anni, in una casa di cura per anziani di Tolfa, in provincia di Roma. Una scomparsa che lascia il segno. Perché è anche grazie a quelle facce un po' così come la sua, al suo nome non troppo noto al di là della ristretta cerchia degli appassionati, che i film cult della nostra filmografia hanno avuto tanto successo. Come è avvenuto per il suo ruolo forse più famoso: Ferribotte, il siciliano focoso dei Soliti ignoti.

Ed è un'ironia della sorte, questa. Perché Murgia era sì isolano, ma di un'isola molto diversa dalla Sicilia: la Sardegna. Era nato infatti a Oristano nel 1929, da una famiglia con pochi mezzi. La sua è una giovinezza tumultuosa, rispetto alla morale dell'epoca: fa il manovale, poi il venditore ambulante dell'Unità, poi viene mandato dal partito a frequentare la famosa scuola delle Frattocchie. Tornato a casa, la relazione con una "compagna" provoca scandalo nel Pci, tanto da costringerlo a emigrare. Dopo un'altra serie di peripezie, e di relazioni sentimentali extraconiugali, si ritrova a lavorare in una trattoria di Roma. Ed è qui che lo nota un regista dall'intuito straordinario come Mario Monicelli. Che resta affascinato, cinematograficamente parlando, da quella sua faccia molto meridionale e molto da sciupaffemine. Tanto da affidargli, nel 1958, il ruolo di Ferribotte (storpiatura di ferry boat, il traghetto che unisce la Sicilia al continente) nei Soliti Ignoti.

Malgrado la presenza di star come Totò, Murgia non passa inosservato. Ma questo lo condanna anche a ripetere, quasi all'infinito, quel chiché. Le sue apparizioni, sempre come caratterista, sono comunque numerose: oltre ai sequel L'audace colpo dei soliti ignoti e I soliti ignoti vent'anni dopo, vanno ricordati La grande guerra (1959, sempre con Monicelli), Caccia alla volpe (1966, regia di Vittorio De Sica), La ragazza con la pistola (1968, ancora diretto da Monicelli, al fianco di Monica Vitti). Poi ci sono i suoi ruoli in pellicole più commerciali: da Il giorno più corto con Totò a L'onorata società con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Con gli anni Settanta, arrivano anche la partecipazioni al filone erotico della commedia all'italiana, che in quel periodo vive il suo exploit.

Col passare del tempo Murgia resta attivo, apparendo in film di vario tipo. Vale la pena ricordare, fra i tanti, almeno Operazione Pappagallo (1988), opera prima del regista romano Marco Di Tillo: non tanto per il valore della pellicola, ma perché, per la prima volta, non viene doppiato ma parla con la sua voce. Dall'inflessione decisamente sarda: altro che siciliano...

Nel nuovo Millennio, infine, Murgia appare al fianco di Nino Manfredi in Una milanese a Roma, recita in Ribelli per caso di Vincenzo Terracciano e in Chi nasce tondo di Alessandro Valori, accanto a Valerio Mastandrea. Recentissimamente, in tv, ha preso parte a Tutti pazzi per amore 2: un modo allegro, leggero leggero, per concludere la sua carriera da faccia un po' così.

venerdì 2 luglio 2010

ASPETTANDO LA RIVOLTA DEI GIOVANI


Ma perché questi ragazzi non si ribelanno?
A chi serve andare avanti così?
Essere giovani in Italia significa ormai rinunciare alla dignità del vivere. Il lavoro, quando c'è, fa schifo, è precario e sottopagato. Ma sempre pi spesso non c'è. Gli hanno raccontato che con la flessibilità non vi sarebbe stata disoccupazione e se la sono bevuta, incredibilmente, hanno condiviso il finto liberismo dei padroni e sono diventati schiavi. Il risultato è che un giovane su tre è disoccupato. Comunque anche i fortunati, si fa per dire, con lo stipendio non riescono a mantenersi e devono pescare dalla borsetta di mammà, come cantava Carosone. Ora si berranno forse la favola che la colpa di tutto è dei lavoratori pi anziani, dei loro diritti acquisiti. Ma quei diritti le generazioni precedenti se li sono conquistati al prezzo di lotte durissime, mica abboccando alle balle dei presidenti di Confindustria o dei miiardari prestati alla politica.
L'Italia è un Paese di vecchi che odiano i giovani e le donne. Ma giovani e donne votano per una classe dirigente di uomini vecchi e quindi il cerchio si chiude.
Il progressivo rimbecillimento della nazione si compie senza conflitti generazionali.
Da giovane detestavo chi parlava di «giovani», senza distinguere, perché i «giovani» naturalmente non esistono come categoria. Eppure quanto avviene da noi nel rapporto fra generazioni merita attenzione, perché non accade altrove. Non esiste un Paese europeo dove il governo possa tagliare fondi all'istruzione senza provocare rivolte di piazza. I giovani europei sanno benissimo che l'unica speranza di avere un futuro nel mondo globalizzato consiste nel ricevere una buona formazione in scuole e università di eccellenza. Ora da noi le scuole pubbliche non hanno i soldi per la carta nei cessi e le università se la battono nelle classifiche internazionali con l'Africa. Ebbene il governo demolisce quel poco che rimane e gli studenti stanno zitti e buoni. Ad aspettare che cosa? Un lavoretto per l'estate e un altro per l'autunno? A prendersela con gli immigrati? In Italia non esiste sostegno ai giovani disoccupati, non esiste una politica della casa per le nuove coppie. Tutto è delegato a mammà e papà. Vista bene? Si fa davvero fatica a capirvi. Certo, tutta quella televisione assunta fin dalla prima infanzia deve aver fatto parecchio male.
Ma, insomma, ragazzi svegliatevi, non fidatevi di delegare a qualche furbastro la protesta, scendete in piazza, fate qualcosa, arrangiatevi. Oppure smettetela di arrangiarvi. Che cosa avete da perdere?
Curzio Maltese
Tratto CONTROMANO-Venerdì di Repubblica 2 luglio 2010

domenica 24 gennaio 2010

La lotta all'evasione fiscale che nessuno vuole fare

di Curzio Maltese


La vera ingiustizia fiscale in Italia è l'evasione.

Quindici anni di chiacchere e slogan per arrivare alla conclusione che la riforma fiscale non si può più fare. Le due aliquote, al 23 e al 33 per cento, rimangono nel voluminoso libro dei sogni della destra.
Berlusconi ha scoperto di colpo che l'Italia porta il peso di un gigantesco debito pubblico, grazie anche allo statista Craxi, e bisogna pagare ogni anno otto miliardi d'interessi.
Mancano i fondi per finanziare il taglio alle tasse, come si sapeva da una vita.
E invece non è vero. I fondi ci sono, basta volerli cercare dove vanno trovati: nell'evasione fiscale.
La riforma fiscale sarebbe costata, secondo Tremonti, circa sette miliardi di euro l'anno. Secondo altri calcoli più seri, per cambiare il regime fiscale occorre almeno il doppio, 14 miliardi. Una cifra enorme, si capisce. Ma non se confrontata con l'iceberg dell'evasione fiscale, che ammonta ogni anno in Italia a 140-150 miliardi di euro. Basterebbe insomma ridurre del dieci per cento l'evasione per finanziare il taglio alle tasse. In che modo?
Con gli stessi sistemi che usano nel resto d'Europa, dove in media l'evasione fiscale è meno della metà di quella italiana.
Questo gli economisti lo sanno e lo sa perfino Tremonti, che non è un economista ma un profeta con un passato da commercialista.
Soltanto che non basta, bisogna avere la volontà politica di combattere la più grande ingiustizia italiana. Ed è questa che manca alla destra berlusconiana, che fin dal principio ha stretto un patto tacito con la grande massa degli evasori.
Quello che non si capisce è perchè tale volontà politica manchi anche al centrosinistra. In tutti questi anni, difronte alle favole berlusconiane, il centrosinistra ha scelto la posizione di gran lunga più impopolare, quella del veto ideologico.
Un errore colossale e doppio. Intanto perchè accreditava come reale la volontà riformatrice che Silvio Berlusconi non ha mai avuto.
Secondo, perchè un taglio fiscale sarebbe oggi la scelta più democratica e civile per ridistribuire il reddito.
Assai più che mantenere le attuali aliquote, che non danneggiano i ricchi ma piuttosto i fessi onesti che pagano.
La vera ingiustizia fiscale in Italia è l'evasione.
Costringere Berlusconi a fare la lotta all'evasione sarebbe il miglior modo per metterlo spalle al muro. Farsi costringere da Berlusconi a parlare ormai soltanto di riforma della giustizia, ovvero del modo di fermare le procure. è al contrario il miglior sistema per andare alla catastrofe.
Tratto dal "Venerdì" di Repubblica 22 Gennaio 2010

mercoledì 20 gennaio 2010

Quanto guadagnano?


Ho una curiosità che spero di condividere con un pò di persone che come me sono dipendenti di aziende private, guadagnano 900, 00 euro nette mensili; assunti stagionalmente e "pensionati" per i restanti 5 / 6 mesi.

Qualche giorno fa ho pubblicato un interessante articolo apparso su l'Espresso in merito ai costi che ci infligge il Capo del nostro Governo "Berlusclown"e quindi, non con poco stupore, ho appreso quanto ci fa spendere e soprattutto quanti cortigiani, ben pagati, ha.

Ma ora mi sovviene una domanda interessante:

Quanto guadagnano i parlamentari, i consiglieri regionali, provinciali e comunali?


.... i parlamentari?

STIPENDIO Euro 19.150
STIPENDIO BASE Euro 9.980
PORTABORSE Euro 4.030 (generalmente parenti
o familiari)
RIMBORSO SPESE AFFITTO Euro 2.900
INDENNITA? DI CARICA tra Euro 335 ed Euro 6.455

TUTTO ESENTASSE!!!

più
TELEFONO CELLULARE Gratis (pare trattasi di rimborso forfaittario e non tel gratis... poi dovremmo sapere a quanto ammonta il rimborso!!
TESSERA DEL CINEMA Gratis
TESSERA TEATRO Gratis
TESSERA AUTOBUS METROPOLITANA Gratis
FRANCOBOLLI Gratis
VIAGGI AEREI NAZIONALI Gratis
CIRCOLAZIONE su AUTOSTRADE Gratis
PISCINE e PALESTRE Gratis
TRENI Gratis
AEREO DI STATO Gratis
AMBASCIATE Gratis
CLINICHE Gratis
ASSICURAZIONE INFORTUNI Gratis
ASSICURAZIONE DECESSO Gratis
AUTO BLU CON AUTISTA Gratis
RISTORANTE Gratis (nel 1999 hanno mangiato e bevuto gratis per Euro 1.472.000)

Hanno diritto alla pensione dopo 35 mesi in Parlamento, mentre obbligano i cittadini a 35 anni di contributi (per ora!!!). Circa 103.000 euro li incassano con il rimborso spese elettorali (in violazione alla legge sul finanziamento ai partiti), più i privilegi per coloro che sono stati Presidenti della Repubblica, del Senato o della Camera (es: la sig.ra Pivetti ha a disposizione e gratis un ufficio, una segretaria, l'auto blu ed una scorta sempre al suo servizio).

La classe politica ha causato al paese un danno di 1 MILIARDO e 255 MILIONI di URO.
La sola Camera dei Deputati costa al cittadino Euro 215 al MINUTO !!

... i consiglieri regionali?
REGIONE CAMPANIA
PRESIDENTE 17.384.155
MEMBRO DI GIUNTA 15.452.582
CONSIGLIERE 12.555.223

Li chiamano "onorevolini": i consiglieri regionali, infatti, hanno come massima aspirazione, almeno salariale, di assomigliare ai loro modelli che siedono in Parlamento. Dopo le elezioni del 16 aprile una schiera di oltre 700 di loro si è accomodata sulle poltrone. Guidati dai presidenti, i primi eletti direttamente dalla gente che non sa quale favore economico, oltre che politico, ha fatto loro. Anche se ha creato qualche disparità Roberto Formigoni, presidente lombardo, solo di stipendio base guadagna due milioni al mese in più del compagno Antonio Bassolino, 19.316.000 lire lorde contro 17.384.000. Lo stesso schiaffo, Bassolino, lo deve subire sia dal nuovo venuto presidente della regione veneto Giancarlo Galan, sia dal veterano dell’Emilia e Romagna Vasco Errani. Forse che sull’onda della vittoria Lega-Forza Italia abbiano applicato le gabbie salariali più al Nord e meno al Sud? Ci mancherebbe, anche il Lazio non scherza: il nuovo presidente Francesco Storace, appena arrivato, già guadagna quanto al suo amico Formigoni.

Per non parlare dei siciliani, i quali si fanno chiamare onorevoli senza diminutivi, si arrabbiano se li si considera consiglieri perché la loro è "un’assemblea e non un consiglio" e, per mettere bene in chiaro le cose, si attribuiscono stipendi copiati dal Senato.

Così, il presidente della regione Sicilia Angelo Capodicasa, porta a casa ogni mese, solo di retribuzione fissa, 32.243.838 lire lorde (senza tenere conto di altre entrate quali diaria, rimborsi spese ecc). Naturalmente gli onorevoli dell’assemblea siciliana si offenderebbero se per loro valessero regole diverse e, così, sbaragliano le altre regioni intascando come i senatori, 19.201.830 lire lorde al mese.

La maggioranza dei consiglieri non siciliana, invece, è più modesta e si accontenta del 65% dello stipendio base di un deputato. Una modestia che, comunque, significa un salario fisso di tutto rispetto: 12.555.223 lire lorde.

Fosse tutto qui, il gap con l’italiano medio sarebbe notevole ma non eccezionale.

Fortuna che i consiglieri recuperano con altre ragguardevoli sommette, oltre a sconti, esenzioni e benefit vari.

E i poveri ex non rieletti possono andarsene con un saluto e una stretta di mano?

Non sia mai detto, c’è il premio di trombatura, la liquidazione, quella che per suscitare pathos hanno chiamato "indennità di reinserimento nella vita civile" (come se avessero scontato qualche anno di galera e, dopo l’espiazione della pena, dovranno essere reinseriti. O forse per insegnare loro un mestiere perché possano finalmente lavorare?). Questa indennità è, in genere, di una mensilità per ogni anno di mandato effettuato. I consiglieri ancora in carica, invece, possono godere di tutti i "rimborsi". Cifre, questa volta, tutte al netto. In primis la diaria mensile per la partecipazione alle sedute (non tante a dire il vero: in media 10 al mese in Piemonte e Sardegna, 7 in Lombardia, Emilia -Romagna e Friuli, 2 in Basilicata, Puglia e Calabria. A parte gli outsider siciliani, i più modesti si limitano a 3.575.715 lire al mese. I campani partono con un fisso di 4.017.671 lire nette, ai quali aggiungono dalle 100 alle 600 mila di rimborso forfetario per spese di trasporto. Non che le altre regioni siano più parche sui trasporti: viaggiano su cifre analoghe solo non contate come rimborsi fissi. Andare in "missione" fuori regione, poi, è sempre una buona cosa: frutta dalle 80 alle 150 mila lire al giorno in più. E in Lazio e Campania chi documenta le spese avrà restituito il 10% in più del dovuto (il 20% all’estero).

I consiglieri, infine, quando vanno in pensione intascano un vitalizio che, per molte regioni, varia da 3.750.000 al mese per cinque anni di Consiglio, a un massimo di 8 milioni per 15 anni.

Tratto da http://digilander.libero.it/fgurbon/stipreg.htm


.... I consiglieri provinciali (POCA SODDISFAZIONE!), le indennità mensili della Provincia di Ascoli erano tra le più basse d’Italia, pari a 534 euro. Dico ‘erano’ perché con la finanziaria 2008 il Governo Prodi, nell’ambito del più generale impegno volto alla riduzione dei costi della politica, ha abolito anche queste indennità mensili sostituendole con i gettoni di presenza per la partecipazione alle riunioni delle commissioni consiliari e dei Consigli Provinciali.


Tratto da http://www.ilpartigiano.it/
.... Sindaci, Assessori, Consiglieri?
Gli stipendi (come i redditi degli italiani, peraltro) sono pubblici, in questo caso stabiliti con atti della pubblica amministrazione in ottemperanza a quanto stabilito dalla legge, in particolare dalle varie Finanziarie. La legge divide i comuni in più classi a seconda degli abitanti: più grande il comune e più è alto lo stipendio. Sugli stipendi dei Sindaci influiscono poi anche altri fattori come ad esempio il bilancio comunale rapportato alla media regionale e la professione che svolgono. Chi è dipendente o pensionato si vede ad esempio dividere per 2 la cifra di indennità, contrariamente a chi è libero professionista. Negli ultimi anni gli stipendi sono andati progressivamente calando per le progressive "strette" imposte dal Governo. L'autonomia dei Comuni nel decidere gli stipendi è comunque nulla, contrariamente a quanto avviene invece per le Regioni o per i parlamentari.

Ad ogni modo...la fatidica domanda "quanto prendi al mese?" l'abbiamo fatta, a livello indicativo, al Sindaco cortonese Vignini, al castiglionese Brandi e al lucignanese Seri. Tre comuni: uno medio-grande, uno medio e uno relativamente piccolo. Ebbene:Vignini e Brandi sono sullo stesso livello, visto che la legge prevede un'unica classe da 10 a 30 mila abitanti. La loro indennità (per 12 mensilità) è pari a 2.034 euro mensili. Seri percepisce invece 1.557 euro.

Per i vice-sindaci il compenso di Cortona e Castiglion Fiorentino è di 1.224 euro.

Gli assessori guadagnano una cifra variabile da 559 a 1.036 euro a seconda degli scaglioni Irpef applicati. Solitamente però la cifra che ricevono tutti i mesi è di poco superiore a 600 euro.

Il vice-sindaco di Lucignano guadagna invece 399 euro, mentre sempre nel paese della Maggiolata un assessore percepisce 307 euro.
Tratto da http://pollodellavaldichiana.splinder.com/

martedì 19 gennaio 2010

BERLUSCONI: Tassa digitale?

EQUO COMPENSO, EQUO?






Mentre noi eravamo in vacanza, il 30 dicembre il ministro Bondi – per fare un favore alla Siae e proteggere il diritto d’autore degli “artisti” – ha concepito l’ennesima mostruosità di questo governo in termini di innovazione e tecnologia. Si parla del cosiddetto equo compenso. Per chi non lo sapesse è una tassa preventiva che ognuno di noi paga (già oggi) quando acquista un cd o un dvd vergine. L’obiettivo di tale tassa (che entra nelle casse della Siae) è quello di prendere dei soldi ai consumatori per il POSSIBILE MA NON CERTO mancato acquisto di un’opera protetta dal diritto d’autore. In altre parole la Siae cattura del denaro nella previsione che io registri sul cd acquistato l’ultimo album di Eros Ramazzotti o di Lucio Dalla; ma li cattura anche se su quello stesso cd metto le foto di mio figlio o delle vacanze che sono di mia proprietà.

Bene, anzi male. Mentre noi eravamo a smaltire le scorie dei pasti natalizi, dicevamo, il ministro Bondi ha firmato un decreto (DECRETO, neanche una “normale” legge) per estendere l’equo compenso anche ad altri supporti che non siano il cd o il dvd. Come si legge nel testo, d’ora in poi questa tassa si pagherà su cd, dvd, hard disk, lettori multimediali portatili, chiavette usb e telefonini. Insomma, su tutti i supporti su cui è possibile registrare un file audio, video, un’immagine o qualsiasi cosa possa essere protetta dal diritto d’autore.
Ma il bello (o il peggio) deve ancora arrivare. Già, perchè ora veniamo ai prezzi.
E se per hard disk, cd, dvd e chiavette il costo aggiuntivo è qualche frazione di euro (comunque un’enormità, considerando il mercato complessivo), i più tartassati dall’invenzione di Bondi e collaboratori sono i dispositivi portatili come lettori e cellulari.

Come si legge nella tabella qui sopra, con questo decreto il prezzo di un lettore o di un cellulare potrebbe crescere di quasi 30 euro se particolarmente capiente.

A questo punto sono evidenti tre cose.

1- Che i consumatori (e le loro associazioni) faranno casino.

2- Che anche le aziende hi-tech si arrabbieranno e potranno a) decidere di allearsi con i consumatori (proposta: una class action contro il governo?) o b) di far ricadere sugli utenti – aumentando i prezzi – l’iniziativa del governo.

3- Che l’Italia – se non cambiano i governanti (ma anche i loro oppositori) – è destinata a una arretratezza tecnologica senza pari nei paesi industrializzati. Una mossa del genere, infatti, rischia di dare un serio colpo al nostro consumo di tecnologia e a tutto quello che a questo consumo è collegato.
p.s.: Le tasse non sono solo quelle sul lavoro e sulla casa.

Risposta della SIAE (Società Italiana Autori ed Editori)

La Siae, attraverso una nota ufficiale, risponde a chi – come noi – chiama l’equo compenso una tassa. La Società Italiana degli Autori e degli Editori sostiene che “no, non è una tassa, perché si tratta di diritti d’autore. I diritti d’autore sono “lo stipendio” di chi crea un’ opera (musica, film, romanzi, testi teatrali)”.

Ipotesi (banale): sui miei cellulari e hard disk ho solo le foto dei miei viaggi. Quando acquisterò un nuovo telefonino (o hard disk), dunque, la Siae mi ridarà quei soldi usciti dal mio protafoglio per pagare le mie opere di ingegno?
Ipotesi (un po’ meno banale): è mia abitudine conservare sul mio lettore solo musica trasferita da cd originali. Perché devo pagare l’equo compenso se acquisto un nuovo lettore?
Ha quindi senso dire – come dice la Siae per difendere il decreto Bondi – “Cosa sarebbe un iPod senza canzoni?”. Io credo proprio di no.

Silvio, quanto ci costi

Conti fuori controllo, 1.400 dipendenti di troppo, milioni buttati per gli show del Cavaliere, segretarie pagate come direttori.

Ecco come Berlusconi ha trasformato la presidenza del Consiglio in una reggia.

Una vera reggia, dove si moltiplicano dipendenti e sprechi. Con oltre un miliardo di euro l'anno bruciato per alimentare una burocrazia di corte che si allarga a dismisura e conta già 1.400 persone più del previsto.
Mentre per allestire i set televisivi degli show del sovrano si spendono cinque milioni e si arriva a pagare 250 euro il noleggio di un computer per una sola giornata. E dove ci sono segretarie con la stessa qualifica e retribuzione dei grandi capi.
Una follia, impossibile da immaginare nell'Italia normale dove aziende ed enti pubblici tagliano e licenziano a tutto spiano per fare quadrare i conti. Ma non alla presidenza del Consiglio dove il miracolo si ripete nei piani più alti della nomenklatura berlusconiana.
Prendete Marinella Brambilla, storica segretaria del Cavaliere che da oltre vent'anni custodisce la sua agenda. E confrontate il suo curriculum con Manlio Strano, autore di saggi su riviste giuridiche e persino del regolamento interno del Consiglio dei ministri, appena nominato dal governo consigliere della Corte dei Conti. Manlio Strano, dopo una lunga trafila al servizio dello Stato, è diventato segretario generale di Palazzo Chigi lo scorso aprile. La sua qualifica? Dirigente generale di prima fascia, il top della carriera pubblica. E indovinate qual è la qualifica della fedelissima Brambilla? Anche lei direttore generale. E la Brambilla non è la sola miracolata. Come lei sono state graziosamente elevate al rango di superdirigenti generali anche Lina Coletta, segretaria di Gianni Letta; Maria Serena Ziliotto, che assiste il sottosegretario alle Politiche per la famiglia Carlo Giovanardi e Patrizia Rossi, che tiene invece l'agenda del sottosegretario allo Sport Rocco Crimi.

Quella delle qualifiche-facili non è la sola anomalia in cui ci si imbatte scandagliando la giungla della presidenza del Consiglio. Ci sono plotoni di alti funzionari senza incarichi operativi che passano il tempo conducendo improbabili studi, mentre si continua a imbarcare nuovi assunti con pingui stipendi e striminziti curriculum. Secondo i dati che "L'espresso" è riuscito a reperire, a palazzo Chigi lavorano ben 4.500 persone, oltre 1.400 in più di quelle previste nella pianta organica, a dimostrazione del fatto che quella dei dipendenti è ormai una spesa fuori controllo.

LA CORTE DEI MIRACOLI
La corsa dei costi di Palazzo Chigi sembra infatti ormai inarrestabile: 3 miliardi 621 milioni nel 2006; 4 miliardi 280 milioni nel 2007; ancora di più, 4 miliardi 294 milioni, nel 2008. Soldi che se ne vanno per mille rivoli e che finanziano le strutture che sono proliferate sotto il governo Berlusconi tra uffici di diretta collaborazione (23) e dipartimenti retti da sottosegretari e ministri senza portafoglio: i centri di spesa in bilancio sono ben 19. Degli oltre 4 miliardi, più del 70 per cento se ne va per le cosiddette "politiche attive" dei dipartimenti, a cominciare dalla Protezione civile che da sola nel 2008 ha divorato 2.132 milioni. Quello che resta viene inghiottito dal funzionamento dell'apparato, degno di una corte barocca. L'organizzazione di Palazzo Chigi è molto ramificata tra uffici di staff del presidente (consigliere diplomatico, militare, eccetera), quelli sottoposti al segretario generale che assicurano il funzionamento della macchina (bilancio, controllo, voli di Stato, gestione degli immobili) e i dipartimenti retti da sottosegretari e da ben dieci ministri. Senza contare la miriade di comitati e commissioni di cui in molti casi solo con grande sforzi si ravvisa la necessità. È per finanziare questo immenso apparato che le spese hanno toccato la cifra record del 2008, mentre nulla ancora si sa sul rendiconto 2009 che potrebbe segnare un nuovo primato.

SI VA IN SCENA
Gli italiani conoscono benissimo quanto Berlusconi sia attento alla cura della propria immagine. Non a caso organizza le sue uscite cercando di sfruttarle al meglio a fini televisivi.
Quello che i cittadini ignorano è quanto questo costi alle casse di Palazzo Chigi. Per cominciare, il Cavaliere ha reclutato all'interno di una propria struttura ("ufficio del presidente") due personaggi con il compito di curare i suoi "eventi": Mario Catalano, idolo dei cultori del porno soft per essere stato lo scenografo di "Colpo Grosso", il primo spettacolo tv davvero scollacciato degli anni '80, e Roberto Gasparotti, ex teleoperatore Fininvest, cerimoniere dalle maniere forti e dai precedenti poco rassicuranti (vedi box nella pagina accanto) che come responsabile dell'immagine del premier lo precede preparando il "set" e bonificandolo persino dalle presenze sgradite. Ebbene, Gasparotti ha avuto anche lui la superqualifica di dirigente generale. Mentre per esaudire le esigenze sceniche del premier sta contribuendo non poco a fare impennare le spese. Qualche perla tra le tante.
Il 29 settembre, l'Aquila, consegna di qualche centinaio di appartamenti ai terremotati in contrada Bazzano. Per Berlusconi è previsto un rigido programma: arrivo alle 15.30, saluti e discorso, poi consegna delle chiavi a tre famiglie.
Il tutto, naturalmente, sotto l'occhio delle telecamere che lo seguono passo passo grazie a un set attrezzatissimo. Attrezzatissimo ma anche molto costoso. Stando ai preventivi della "D and di lighting & truck", di cui "L'espresso" è entrato in possesso, la fornitura comprende tra l'altro telecamere, maxischermi, impianti elettrici e di illuminazione, e persino «tre personal computer completi di pacchetto office» al costo di 1.500 euro, cioè 500 euro a computer. Uno pensa: computer acquistati. Macché: i 1.500 euro sono il costo del noleggio, ben 500 euro a pc per sole 48 ore. Una follia che contribuisce allo scandaloso costo finale dell'"operazione case": oltre 300 mila euro, cifra con la quale si potevano costruire altri sei di quegli appartamenti da 50 metri consegnati quel giorno ai terremotati. E quella abruzzese non è la sola prestazione da vertigine della "D and di". Da mettemettere in bilancio per il 2009 ci sono anche gli oltre 110 mila euro delle attrezzature noleggiate per la cena in onore del Keren Hayesold United Israel appeal (agenzia internazionale che raccoglie fondi per sostenere Israele) a Villa Madama il 3 novembre: 10 mila euro se ne sono andati solo per l'impianto audio di un gruppo musicale, 4 mila per una troupe appositamente attivata per «seguire il presidente durante l'evento» e altri 700 euro per una sola «telecamera fissa su cavalletto da posizionare fronte president». Come pure i costi per l'incontro organizzato sempre a palazzo Madama il 6 maggio con gli industriali de "L'Italia del fare": quella cena, solo di apparecchiature è costata oltre 60 mila euro. Secondo quanto risulta a "L'espresso", dal suo insediamento (maggio 2008) alla fine di ottobre, cioè in 17 mesi, la gestione berlusconiana di questi eventi mediatici è costata quasi 5 milioni di euro: un'enormità a confronto dei 150 mila spesi da Romano Prodi per fronteggiare le stesse esigenze nei 25 mesi del suo ultimo governo.
Ma così vanno le cose alla presidenza nella cui gestione finanziaria nessuno riesce a mettere becco.

MIRACOLO IN BUSTA PAGA
Il bilancio di Palazzo Chigi è infatti totalmente autonomo e viene alimentato dal ministero dell'Economia attraverso un apposito fondo. E da questo tesoretto pesca la presidenza per fare fronte anche ai costi dei dipendenti che continuano a crescere anno dopo anno:
202 milioni nel 2005,
229 l'anno successivo,
237 nel 2007,
oltre 246 nel 2008.
Le ragioni dell'escalation? L'inarrestabile lievitare degli organici che non conosce tregua. All'inizio erano previste 3.063 persone:
368 dirigenti e 2.695 impiegati.
Oggi al lavoro ne risultano invece ben 4.542.
Con una particolarità: il numero esorbitante dei "comandati", cioè il personale chiamato da altri ministeri o amministrazioni pubbliche, che ormai sono 1.600 unità. La ragione di questa esplosione sta nel fatto che la presidenza, da semplice organo di coordinamento dell'attività di governo si è trasformata in un contenitore di sottosegretariati e ministeri senza portafoglio che hanno comportato l'istituzione di dipartimenti e staff. Risultato? Non potendo nemmeno assumere per concorso per il blocco imposto dalla Finanziaria, la presidenza si è riempita di comandati- raccomandati la cui presenza in molti casi va avanti anche da più di un ventennio. Le professionalità rappresentate sono le più diverse: ci sono persino segretari comunali e un cantoniere reclutato dal Comune di Paliano (Frosinone). Per non parlare poi dei militari e degli agenti di ogni arma e grado: 370 in tutto secondo la presidenza, oltre 500 secondo altri dati avuti da "L'espresso". Quando si parla di potenziare la lotta al crimine, spesso i sindacati più combattivi chiedono il ritorno sulle strade di questi "comandati". Ma l'impresa è difficilissima: l'impiego a palazzo Chigi è infatti molto ambito. Merito dell'"accessorio" che compensa in busta paga la flessibilità degli orari e la reperibilità anche nei giorni festivi: per un funzionario di categoria A consente di aggiungere alla retribuzione media di 3.100 euro fino ad altri mille euro lordi. Così come appetibili sono anche gli stipendi dei dirigenti il cui top - incluse tutte le voci - arriva a riscuotere mediamente 180 mila euro lordi l'anno. Tra le eccezioni, il capo dipartimento della Protezione civile Guido Bertolaso (ma lui è anche sottosegretario) che arriva a 280 mila e il segretario generale Manlio Strano che grazie all'indennità del suo ruolo raggiunge i 297 mila euro lordi.

Questi i compensi più alti.
Ma ottima è anche la retribuzione di Antonio Ragusa, ex generale dei carabinieri e dei servizi segreti, che dopo essere stato pensionato è stato riassunto dalla presidenza del Consiglio con un lauto contratto (184 mila euro lordi) come capo del dipartimento per le Risorse strumentali.
Così come dalla pensione sono stati riesumati Carlo Sica, ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi, titolare di una consulenza da 40 mila euro, e l'ex dirigente Giancarlo Bravi collocato invece alla struttura di missione sui 150 anni dell'Unità d'Italia (139 mila euro).

Così vanno le cose a Palazzo Chigi: molti dirigenti di ruolo non hanno nulla da fare, ma si continua a conferire incarichi agli estranei senza il minimo ritegno. Un andazzo che prevale non solo per i compiti dirigenziali. L'esempio viene proprio da Berlusconi. Il suo "ufficio del presidente", composto da 45 persone, ne ha oltre 20 assunte dall'esterno. A parte la Brambilla, Catalano e Gasparotti, nel conto ci sono pure i due segretari-deputati Sestino Giacomoni e Valentino Valentini (a Palazzo Chigi assicurano che a loro spetta solo un rimborso spese), per non parlare del fotografo personale Livio Anticoli, l'ex ministro Giuliano Urbani (18 mila euro) più una serie di personaggi sconosciuti le cui occupazioni potrebbero sicuramente essere svolte dal personale interno.

Missione continua
Stessa musica negli uffici di Letta e di quasi tutti gli altri sottosegretari e ministri senza portafoglio che continuano a elargire incarichi e prebende sfruttando anche la miriade di comitati e commissioni (ne abbiamo contate oltre 60) di cui la presidenza è disseminata.

Una deriva di cui si è accorta anche la Corte dei Conti che, non potendo mettere becco sulla gestione del bilancio autonomo, una stangata alla presidenza l'ha comunque rifilata passando in rassegna le "strutture di missione", un altro sperpero di palazzo Chigi. Dovrebbero essere comitati di durata temporanea per affrontare eventi speciali. Ma ne esistono una trentina, nati in tempi lontanissimi e puntualmente riconfermati.

La struttura di supporto alla delegazione governativa per la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione è stata varata nel lontano 2002 dal governo Berlusconi, confermata da Prodi nel 2007 e riconfermata di nuovo dal Cavaliere nel 2008, per esempio. Al 2003 risale invece la nascita della struttura dedicata all'e-government, ancora oggi in vita, per non parlare dell'unità strategica per la comunicazione sull'attività del governo battezzata nel 2007 da Prodi (come dirigente generale c'è il giornalista Fabrizio Ravoni). E come giudicare la struttura per il rilancio dell'immagine dell'Italia, l'altra per cogliere le "opportunità delle Regioni in Europa" o quella che istituisce la segreteria tecnica dell'Unità per la semplificazione, un apparato nel quale lavorano 3 dirigenti, 4 impiegati, più 12 esperti assunti all'esterno con contratti di collaborazione? Conclusione della Corte: «Le strutture di missione non sempre presentano i requisiti peculiari dell'istituto, e cioè specialità delle funzioni e temporaneità ». Una politica dalle maniche larghe che fa la gioia dei tanti fortunati che continuano a sbarcare in presidenza con il massimo delle qualifiche.

TUTTI GENERALI
Maurizio Bosatra per esempio solo poco anni fa conduceva la vita grama di tanti militanti leghisti. Nel 2003 forniva informazioni ai partecipanti dell'assemblea federale della Padania all'ex Palavobis di Milano: oggi lo ritroviamo invece nel cuore dello Stato come direttore generale del ministro Calderoli.
Un miracolo toccato pure a Cristina Cappellini che nel 2007 stendeva ancora anonimi documenti per il comitato organizzativo del parlamentino del Nord. Lei, adesso, è addirittura capo del settore legislativo del ministero per le Riforme di Umberto Bossi. Nemmeno i giornalisti possono lamentarsi: quando sbarcano a Palazzo Chigi ottengono spesso il massimo dei gradi. Come Marco Antonio Ventura e Fabrizio De Feo, due penne del "Giornale", impiegati nell'ufficio stampa del portavoce Paolo Bonaiuti; oppure come Fabrizio Carcano, redattore della "Padania" e ora capoufficio stampa di Calderoli, o Raffaele Gorgoni, inviato del Tgr Puglia, approdato al ministero per gli affari regionali del conterraneo Raffaele Fitto. Anch'essi assunti come direttori generali.

Gradi a parte, la presidenza si rivela un approdo ambito anche per molti che non ti aspetti di trovare. Sempre negli uffici del sottosegretario Bonaiuti troviamo come consulenti i deputati Pdl Giorgio Lainati, Piero Testoni e Beatrice Lorenzin. E non solo loro: ci sono pure il giornalista Fabio Vazio, ex ufficio stampa di Fi, l'ex portavoce di Carlo Azeglio Ciampi Paolo Peluffo, che dopo essere sbarcato alla Corte dei Conti riscuote a palazzo Chigi altri 15 mila euro; e il generale della guardia di finanza Fabrizio Lisi (12 mila euro) comandante della scuola dell'Aquila.

PER GRAZIA RICEVUTA
Ma nella corsa all'elargizione degli incarichi che pesano sul bilancio di Palazzo Chigi, come quasi tutti i suoi colleghi ministri senza portafoglio, non si risparmia neanche l'ammazza-fannulloni Brunetta (tra i suoi consulenti i parlamentari Cinzia Bonfrisco, Maurizio Castro e l'ultras berlusconiano Giorgio Stracquadanio). Che ha inserito molti amici nei ranghi della presidenza. Come gli affiliati alla sua associazione Freefoundation.
Se chiamate però al numero telefonico del think tank vi risponde il centralino dello studio del commercialista Canio Zampaglione che oltre ad essere presidente dell'associazione è anche presidente del collegio dei revisori dei conti dell'Agenzia per l'innovazione, guarda caso sottoposta all'autorità di Brunetta. Un altro amico Rodolfo Ridolfi, vicepresidente di Freefoundation, risulta invece consulente sempre da Brunetta (45 mila euro il suo compenso). Idem altri due membri come Davide Giacalone, nominato esperto a 40 mila euro, mentre Stefania Profili, che Brunetta aveva avuto come segretaria nella sede nazionale di Forza Italia, con la stessa mansione è stata nominata dirigente generale al ministero. E non è finita. Perché tra le file degli esperti di Brunetta, oltre all'ex ministro Gianni De Michelis (13 mila euro) c'è pure Secondo Amalfitano (26 mila euro), noto solo per essere stato sindaco di Ravello, località nella quale Brunetta ha preso casa.

Anche Mara Carfagna, ministro senza portafoglio alle Pari opportunità, si dà molto da fare per incrementare l'abbuffata degli incarichi. Lei recluta esperti e consulenti con occhio attento a tutti i fronti aperti. Alle giuste amicizie di partito, per cominciare. Ed ecco spuntare a capo dipartimento del suo ministero Isabella Rauti (165 mila euro), moglie del sindaco di Roma Gianni Alemanno. Ma anche al collegio elettorale campano: Antonio Mauro Russo, segretario organizzativo provinciale del Pdl di Salerno, città natale del ministro, ha una consulenza da 28 mila euro e il compito di curare i collegamenti con il territorio. Infine Federica Mondani reclutata (circa 20 mila euro) come adviser per le materie giuridiche ma, in quanto avvocato del Foro di Roma, messa al lavoro dal ministro per patrocinare alcune cause che gli stanno particolarmente a cuore contro Sabina Guzzanti e il quotidiano "la Repubblica". Altro caso da manuale, infine, quello del ministero del Turismo, regno di Maria Vittoria Brambilla. Giovanissima, Mvb aveva tentato la strada della tv nella trasmissione di Canale 5 "Misteri della notte". A tenerla a battesimo fu il curatore del programma Cesare Medail. Ma l'esordio si rivelò un fiasco. Girata la ruota della fortuna, la Brambilla non ha però dimenticato il suo mentore Medail, ingaggiato come esperto al Turismo (29 mila euro) dopo che lo aveva anche ripescato come direttore della "Tv delle libertà", fallimentare organo dei suoi omonimi circoli. I quali confezionavano anche un "Giornale delle libertà", nel quale spiccava come consulente editoriale una vecchia gloria del giornalismo come Vittorio Bruno. Naufragati i circoli, la Brambilla ha ripescato anche lui con un compenso di 70 mila euro lordi.
Una goccia nel mare magnum delle super spese della presidenza.


di Primo Di Nicola