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martedì 16 novembre 2010

Chi si ritiene di sinistra


" Chi si ritiene di sinistra, chi si ritiene progressista
DEVE TENERE VIVO IL SOGNO DI UN MONDO IN PACE SENZA ODIO E VIOLENZA
e deve compattere contro
LA PENA DI MORTE, LA TORTURA,
ogni altra SOPRAFFAZIONE fisica o morale
e ogni ILLEGALITA'.
Essere progressisti significa combattere
l'AGGRESIVITA' che ci abita dentro:
quella del PIU' FORTE SUL PIU' DEBOLE,
DELL'UOMO SULLA DONNA,
DI CHI HA POTERE SU CHI NON NE HA,
E PRENDERE LA PARTE DI CHI HA MENO FORZA E MENO VOCE!"
Pierluigi Bersani

venerdì 2 luglio 2010

LEGGE BAVAGLIO


La battaglia al malaffare
L'arrivo a sorpresa di Roberto Saviano è stato il momento più forte della manifestazione di ieri a piazza Navona contro la legge bavaglio.
Parole semplici, quelle dell'autore di Gomorra, senza slogan, senza retorica, come la parole di tanti giovani della rete che si sono appassionati a questa battaglia civile, di cittadini, non dei giornalisti.

Parole giuste per togliere la maschera di tutela della privacy a una legge semplicemente e indecentemente liberticida. L'unica tutela che si vuole con questa legge è la privacy del malaffare. L'unica divisione che alimenta nel Paese non è fra destra e sinistra, ma fra "le persone perbene e i banditi". Stavolta l'appello populista, il referendum permanente che è lo stilema del berlusconismo, non funzionano, sono sospesi. Non è il popolo, alle prese con ben altri problemi, a volere una legge scudo per i corrotti contro il lavoro di magistrati e giornalisti. Non è il popolo, nemmeno di destra, a non voler più essere informato sulle case di Scajola, le mazzette di Brancher, sui favori di Dell'Utri agli amici degli amici di Dell'Utri, sulle mille altre ruberie di una classe dirigente corrotta che poi chiede sacrifici ai cittadini per uscire dalla crisi. Sono soltanto loro, i signori del malaffare, ad avere bisogno disperato di uno scudo contro la ricerca della verità, tanto da stravolgere l'agenda parlamentare per approvarlo in fretta e furia, meglio se quando i cittadini sono in vacanza.

Così agiscono appunto i ladri. Tanto più che diventa ogni giorno più difficile darla a bere alla famosa gente, nonostante tutte le loro televisioni e le legioni di giornalisti servi e contenti. È difficile convincere le istituzioni, dal Quirinale alla presidenza della Camera, perfino gli stessi parlamentari della maggioranza, dell'assoluta, quasi sacra urgenza di un'altra guerra di casta contro magistrati e giornalisti nell'Italia dilaniata da disoccupazione e sfiducia.

E' una legge anti-italiana. Sono loro gli anti-italiani, ha detto Saviano. Diffamano l'immagine del nostro Paese all'estero, riducendola a quella di una repubblica delle banane. Per due motivi. Entrambi evidenti dalle reazioni di queste settimane. Il primo è che la classe dirigente al potere non si riconosce nel valore comune della Costituzione. Non esiste d'altra parte una democrazia al mondo dove il governo, sia di destra o di sinistra, attacchi un giorno sì e l'altro pure il patto comune. Il berlusconismo si conferma sempre di più nella sua natura eversiva, ormai apertamente anti-costituzionale. Vengono da un'altra storia, parlano un'altra lingua, hanno altri valori. Hanno altri eroi. Un mafioso assassino e trafficante d'eroina, per esempio. Scambiano l'omertà mafiosa per coraggio, così come scambiano la censura per privacy.

L'altro motivo, strettamente collegato, è che abbiamo al potere la classe dirigente più corrotta dell'Occidente e della storia repubblicana. Non sono impressioni o valutazioni politiche. Sono dati. Ai tempi di Tangentopoli si calcolava che gli italiani versassero alla corruzione politica ogni anno il valore di "un'altra finanzaria". Oggi, secondo la Corte dei Conti, la tassa della corruzione è di sessanta miliardi all'anno, il triplo di una finanziaria.
Questi sono i fatti, che nessun bavaglio ci impedirà di continuare a raccontare. La giornata di piazza Navona è stato un passaggio di una battaglia che continuerà nelle piazze, nelle istituzioni, in Parlamento, sui giornali, sulla rete. Finché non saremo tutti rassegnati all'impunità dei banditi, oppure finché la casta non si arrenderà alle regole della democrazia.
CURZIO MALTESE
Italia 2 Luglio 2010
Tratto da "la Repubblica"
Intervento di Roberto Saviano alla manifestazione "no" alla legge bavaglio avvenuta ieri a in Piazza Navona - Roma
Il diritto di raccontare
IO semplicemente volevo essere qui per partecipare, non sono bravo a parlare in piazza. Tutti questi vostri applausi mi tagliano il fiato, però volevo esserci, ma innanzitutto raccontare quello che sta accadendo. Diventa sempre più difficile e sempre più necessario. Come ho cercato anche di scrivere, c'è un grande fraintendimento in questa vicenda. Ci viene raccontato che questa legge difenderà la privacy. La privacy è sacra, è un elemento fondamentale della democrazia, rendere fragile, compromettere la privacy significa in qualche modo compromettere tutto il resto, tutta la struttura che ha una democrazia.

Ma questa legge non difende affatto la privacy. Su questo bisogna essere chiari, semplici, diretti nel raccontare, nel far capire questo. Non è vero che questa legge difende, come è stato detto, le telefonate tra fidanzati. Questa legge ha un unico scopo: impedire che i giornalisti, e non soltanto loro, possano farci conoscere quello che sta accadendo; impedire che il potere possa essere raccontato.

Quindi la privacy che loro vogliono difendere è la privacy degli affari, anzi dei malaffari. Questo è fondamentale capirlo, è fondamentale capire anche un'altra cosa che forse è nel profondo di tutti i visi che sto vedendo, di tutte le persone che sono qui questo pomeriggio, in questa serata infrasettimanale nonostante il lavoro, nonostante il caldo. Ciò che stiamo facendo, ciò state facendo, supera i confini italiani, perché compromettere la libertà di stampa, il racconto, compromette anche la possibilità di indagare in Europa. Ecco, difendere la democrazia qui significa non permettere che possa essere compromessa in Europa.

Quello che stiamo facendo lo stiamo facendo anche e soprattutto in nome di regole universali. Che permettono altrove di raccontare, di essere liberi. Tutt'altro che diffamare il paese, tutt'altro che compromettere l'immagine dell'Italia nel mondo. Insomma, io sono anche convinto che questa battaglia sia trasversale, è una battaglia che non riguarda neanche più le parti politiche. Sono convinto che, in qualche modo, in Italia stia accadendo qualcosa di molto pericoloso e complicato, cioè che si stia iniziando a dividere il paese in persone perbene, indipendentemente dalle idee, e banditi, indipendentemente dalle idee. Mi hanno ferito ieri le parole di Marcello Dell'Utri che per l'ennesima volta ha definito Mangano un eroe. Semplicemente non possiamo far passare queste cose come naturali, come una boutade politica, come una semplice provocazione. È gravissimo, non è pensabile.

L'utilizzo delle intercettazioni, per esempio, ha permesso a molti di raccontare gli affari che riguardano l'imprenditoria criminale che aveva coinvolto Nicola Cosentino, il sottosegretario allo Sviluppo. Se ci fosse stata questa legge-bavaglio non avremmo mai potuto saperlo. Ecco, quello che voglio ribadire è che in qualche modo ci stanno spingendo a dire: "Tanto è tutto uno schifo, è tutto una chiavica", come si dice al mio paese. E questo non bisogna pensarlo, perché è esattamente quello che vogliono.

Resistere è una parola complicata, forse spesso un po' abusata, quasi come la parola amore che se la ripeti troppo spesso, se la spendi troppo insomma, si lercia. In qualche modo resistere oggi significa permettere di raccontare, voi lo racconterete a qualcun altro e qualcun altro ancora a qualcun altro e soprattutto senza avere paura di confrontarsi con gli altri, senza pensare male o criminalizzare chi ha votato in maniera differente, chi la pensa in maniera diversa. Credo che ci sia uno spazio in questo momento per parlare al cuore delle persone. Ieri ero a Viterbo, una città feudo del Pdl eppure c'erano migliaia di persone ad ascoltare delle storie che qualcuno non ha condiviso e qualcun altro sì. Secondo me questo è il momento per parlare al cuore di molte persone e sognare un paese diverso. Danilo Dolci, che era un grande filosofo che visse in Sicilia nonostante fosse settentrionale, diceva che possiamo crescere solo se sappiamo sognare di crescere. Allora io credo che l'Italia potrà crescere solo se iniziamo a sognarla.

ROBERTO SAVIANO
Italia 1 Luglio 2010

mercoledì 30 dicembre 2009

"500mila firme per un'Italia diversa"

Il ringraziamento dello scrittore Roberto Saviano
ai lettori che hanno firmato il suo appello contro il ddl sul processo breve.
"Un risultato incredibile"


ROMA - "Migliaia di persone che chiedono al governo di ritirare una legge non sono una rumorosa minoranza, sono la democrazia". Roberto Saviano ringrazia i lettori di Repubblica. Quel mezzo milione e oltre (ieri sera il conteggio diceva 505.018) che in tre settimane ha firmato il suo appello contro il processo breve. Cinquecentomila nomi e cognomi lasciati su Repubblica. it per dire no alla "norma del privilegio". Perché il disegno di legge sul cosiddetto processo breve è stato fin da subito percepito come l'ennesima "legge ad personam".

Per questo, Saviano, nel suo appello pubblicato per la prima volta il 15 novembre, scriveva così: "Ritiri la legge sul processo breve e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei".

Per scongiurare questo rischio è partita su Repubblica una mobilitazione rilanciata anche dai social network Facebook e Youtube. Il risultato sono oltre mezzo milione di sottoscrizioni. "Cinquecentomila firme sono un risultato incredibile - dice oggi Saviano - la dimostrazione che questa legge non può essere approvata perché moltissime persone la vedono come un pericolo per il diritto e la giustizia". Una "dote" di firme che lo scrittore di Gomorra vorrebbe "consegnare idealmente al presidente del Consiglio e ai presidenti delle Camere". Perché, spiega, "sappiano che c'è un'Italia che non vuole leggi ad personam".

In un messaggio Saviano ringrazia tutti i firmatari dell'appello. Già nei giorni scorsi aveva letto in questa adesione "una voglia di democrazia". "Vi diranno - spiega - che è solo una minoranza e che firmare non costa nulla. Mi piacerebbe rispondere che una firma è la premessa dell'impegno, la voglia di partecipare. Di promettere in qualche modo che il proprio nome è lì a sostenere un'idea di paese diverso, una difesa del diritto e non di un territorio politico. Perché - conclude - la giustizia non è né di destra né di sinistra".


di Mauro Favale

venerdì 18 settembre 2009

Quel sangue del Sud versato per il Paese

Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l'ennesima strage di soldati non l'accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l'Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c'è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.
Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d'origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un'appendice necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città d'origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado di dargli. Oggi siamo dinanzi all'ennesimo tributo di sangue che le regioni meridionali, le regioni più povere d'Italia, versano all'intero paese. Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non considerare l'origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L'esercito oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani, giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne arriva la conferma ufficiale.
Antonio Fortunato, trentacinque anni, tenente, nato a Lagonegro in Basilicata.
Roberto Valente, trentasette anni, sergente maggiore, di Napoli.
Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in provincia di Lecce.
Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di Viterbo.
Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani, provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di pecore.
Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da cinque anni, non ancora padre.
Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei grossi gipponi "Lince" che hanno fama di essere fra i più sicuri e resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto danaro per imbottire un'auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine, accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e donne inclusi. E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada dell'aeroporto di Kabul, all'altezza di una rotonda intitolata alla memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il grande nemico dell'ultimo esercito che provò ad occupare quell'impervia terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di un'autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili, slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan, Afgrànistan, Afgà. E' anche altro. Quell'altro che era arrivato prima che dai paesini della Campania partissero i soldati: l'afgano, l'hashish migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di spaccio locali. L'hashish e prima ancora l'eroina e oggi di nuovo l'eroina afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l'esplosivo da lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.
E' anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare l'Afganistan una provincia dell'Italia meridionale. Qui come là i signori della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi, del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare. L'eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell'eroina che si consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei cartelli criminali ci fa affari. L'eroina afgana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono sempre senza garanzia di tornare.
Quegli uomini, quei ragazzi possono essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell'esercito.
Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d'Italia. E poi anche per il rifiuto di finire nell'altro esercito, quello della camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.
E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati, che "un'altra guerra è possibile". Che combattere con una divisa per una guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira come dovrebbe, come di una condizione immutabile. Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che, se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più comode, certo non al rischio di finire sventrati da un'autobomba. Infatti loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano "missione di pace".
Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell'Afghanistan possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono di arruolarsi nell'esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in "missione di pace", possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia dell'attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha detto: "Tutti i ragazzi morti sono nostri". Sono nostri è come per dire sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche per Kabul.
E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto ad ogni tragedia. Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito "è sempre andata così". Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati.
Perché a Sud si è in guerra. Sempre.
Roberto Saviano
Repubblica 18 Settembre 2009

venerdì 13 febbraio 2009

Chiedete scusa a Beppino e Eluana Englaro

di Roberto Saviano

DA ITALIANO sento solo la necessità di sperare che il mio paese chieda scusa a Beppino Englaro. Scusa perché si è dimostrato, agli occhi del mondo, un paese crudele, incapace di capire la sofferenza di un uomo e di una donna malata. Scusa perché si è messo a urlare, e accusare, facendo il tifo per una parte e per l'altra, senza che vi fossero parti da difendere.
Qui non si tratta di essere per la vita o per la morte. Non è così. Beppino Englaro non certo tifava per la morte di Eluana, persino il suo sguardo porta i tratti del dolore di un padre che ha perso ogni speranza di felicità - e persino di bellezza - attraverso la sofferenza di sua figlia. Beppino andava e va assolutamente rispettato come uomo e come cittadino anche e soprattutto se non si condividono le sue idee. Perché si è rivolto alle istituzioni e combattendo all'interno delle istituzioni e con le istituzioni, ha solo chiesto che la sentenza della Suprema Corte venisse rispettata.
Senza dubbio chi non condivide la posizione di Beppino (e quella che Eluana innegabilmente aveva espresso in vita) aveva il diritto e, imposto dalla propria coscienza, il dovere di manifestare la contrarietà a interrompere un'alimentazione e un'idratazione che per anni sono avvenute attraverso un sondino. Ma la battaglia doveva essere fatta sulla coscienza e non cercando in ogni modo di interferire con una decisione sulla quale la magistratura si stava interrogando da tempo.
Beppino ha chiesto alla legge e la legge, dopo anni di appelli e ricorsi, gli ha confermato che ciò che chiedeva era un suo diritto. È bastato questo per innescare rabbia e odio nei suoi confronti? Ma la carità cristiana è quella che lo fa chiamare assassino? Dalla storia cristiana ho imparato a riconoscere il dolore altrui prima d'ogni cosa. E a capirlo e sentirlo nella propria carne. E invece qualcuno che nulla sa del dolore per una figlia immobile in un letto, paragona Beppino al "Conte Ugolino" che per fame divora i propri figli? E osano dire queste porcherie in nome di un credo religioso. Ma non è così. Io conosco una chiesa che è l'unica a operare nei territori più difficili, vicina alle situazioni più disperate, unica che dà dignità di vita ai migranti, a chi è ignorato dalle istituzioni, a chi non riesce a galleggiare in questa crisi. Unica nel dare cibo e nell'essere presente verso chi da nessuno troverebbe ascolto. I padri comboniani e la comunità di sant'Egidio, il cardinale Crescenzio Sepe e il cardinale Carlo Maria Martini, sono ordini, associazioni, personalità cristiane fondamentali per la sopravvivenza della dignità del nostro Paese.
Conosco questa storia cristiana. Non quella dell'accusa a un padre inerme che dalla sua ha solo l'arma del diritto. Beppino per rispetto a sua figlia ha diffuso foto di Eluana sorridente e bellissima, proprio per ricordarla in vita, ma poteva mostrare il viso deformato - smunto? Gonfio? - le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli. Ma non voleva vincere con la forza del ricatto dell'immagine, gli bastava la forza di quel diritto che permette all'essere umano, in quanto tale, di poter decidere del proprio destino. A chi pretende di crearsi credito con la chiesa ostentando vicinanza a Eluana chiedo, dov'era quando la chiesa tuonava contro la guerra in Iraq? E dov'è quando la chiesa chiede umanità e rispetto per i migranti stipati tra Lampedusa e gli abissi del Mediterraneo. Dove, quando la chiesa in certi territori, unica voce di resistenza, pretende un intervento decisivo per il Sud e contro le mafie.
Sarebbe bello poter chiedere ai cristiani di tutta Italia di non credere a chi soltanto si sente di speculare su dibattiti dove non si deve dimostrare nulla nei fatti, ma solo parteggiare. Quello che in questi giorni è mancato, come sempre, è stata la capacità di percepire il dolore. Il dolore di un padre. Il dolore di una famiglia. Il "dolore" di una donna immobile da anni e in una condizione irreversibile, che aveva lasciato a suo padre una volontà. E persone che neanche la conoscevano e che non conoscono Beppino, ora, quella volontà mettono in dubbio. E poco o nullo rispetto del diritto. Anche quando questo diritto non lo si considera condiviso dalla propria morale, e proprio perché è un diritto lo si può esercitare o meno. È questa la meraviglia della democrazia. Capisco la volontà di spingere le persone o di cercare di convincerle a non usufruire di quel diritto, ma non a negare il diritto stesso. Lo spettacolo che di sé ha dato l'Italia nel mondo è quello di un paese che ha speculato sull'ennesima vicenda.
Molti politici hanno, ancora una volta, usato il caso Englaro per cercare di aggregare consenso e distrarre l'opinione pubblica, in un paese che è messo in ginocchio dalla crisi, e dove la crisi sta permettendo ai capitali criminali di divorare le banche, dove gli stipendi sono bloccati e non sembra esserci soluzione. Ma questa è un'altra storia. E proprio in un momento di crisi, di frasi scontate, di poco rispetto, Beppino Englaro ha dato forza e senso alle istituzioni italiane e alla possibilità che un cittadino del nostro Paese, nonostante tutto, possa ancora sperare nelle leggi e nella giustizia. Sarebbe bello se l'epilogo di questa storia dolorosa potesse essere che in Italia, domani, grazie alla battaglia pacifica di Beppino Englaro, ciascuno potesse decidere se, in caso di stato neurovegetativo, farsi tenere in vita per decenni dalle macchine o scegliere la propria fine senza emigrare. È questa l'Italia del diritto e dell'empatia - di cui si è già parlato - che permette di rispettare e comprendere anche scelte diverse dalle proprie, un'Italia in cui sarebbe bellissimo riconoscersi.
pubblicato da Repubblica 12 Febbraio 2009

venerdì 16 gennaio 2009

GOMORRA - Roberto Saviano


Roberto Saviano è nato a Napoli nel 1979. Si è laureato in Filosofia all'Università degli Studi di Napoli "Federico II". In Italia collabora con “L’espresso” e “la Repubblica”, negli Stati Uniti con il “Washington Post” e il “Time”, in Spagna con “El pais”, in Germania con “Die Zeit” e “Der Spiegel”.
Il suo primo libro Gomorra (Mondadori) è un bestseller che ha venduto 3.000.000 copie ed è stato tradotto in 50 paesi. È presente nelle classifiche di best seller in Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Francia, Svezia, Finlandia. La letteratura e il reportage sono gli strumenti che Roberto Saviano usa per raccontare la realtà.
Dal 13 ottobre 2006, in seguito al successo del romanzo Gomorra, fortemente accusatorio nei con fronti delle attività camorristiche, ha ricevuto numerose minacce da parte della camorra e vive sotto scorta. Attualmente, per motivi di sicurezza, è costretto a cambiare continuamente dimora.
Da Gomorra sono stati tratti uno spettacolo teatrale, che è valso a Saviano gli Olimpici del Teatro 2008 come miglior autore di novità italiana, e l’omonimo film candidato al premio Oscar come miglior film straniero e premiato a Cannes nel 2008 con il Gran Prix du Jury.

GOMORRA: Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra.
Questo incredibile, sconvolgente viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci "fresche", appena nate, che sotto le forme più svariate - pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi - arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate, si riversano fuori dai giganteschi container per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto, come creature sventrate, private delle viscere. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente "sversate"
nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde - dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi - che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere ma testimoniano utopie farneticanti, pulsioni messianiche, millenarismi oscuri.
Questa è oggi la camorra, anzi, il "Sistema", visto che la parola "camorra" nessuno la usa più: da un lato un'organizzazione affaristica con ramificazioni impressionanti su tutto il pianeta e una zona grigia sempre più estesa in cui diventa arduo distinguere quanta ricchezza è prodotta direttamente dal sangue e quanta da semplici operazioni finanziarie. Dall'altro lato un fenomeno criminale profondamente influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, per cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze a divi del cinema e a creature dell'immaginario, dai gangster di Tarantino alle sinistre apparizioni de Il corvocon Brandon Lee. Figure come Gennarino McKay, Sandokan Schiavone, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo 'o Milionario, se non avessero provocato decine di morti ammazzati potrebbero sembrare in tutto e per tutto personaggi inventati da uno sceneggiatore con troppa fantasia. In questo libro avvincente e scrupolosamente documentato Roberto Saviano ha ricostruito sia le spericolate logiche economico- finanziarie ed espansionistiche dei clan del napoletano e del casertano, da Secondigliano a Casal di Principe, sia le fantasie infiammate che alle logiche imprenditoriali coniugano il fatalismo mortuario dei samurai del medioevo giapponese. Ne viene fuori un libro anomalo e potente, appassionato e brutale, al tempo stesso oggettivo e visionario, di indagine e di letteratura, pieno di orrori come di fascino inquietante, un libro il cui giovanissimo autore, nato e cresciuto nelle terre della più efferata camorra, è sempre coinvolto in prima persona. Sono pagine che afferrano il lettore alla gola e lo trascinano in un abisso dove davvero nessuna immaginazione è in grado di arrivare.

edizioni internazionali di GOMORRA


IL TRAILER DEL LIBRO

martedì 13 gennaio 2009

GOMORRA: quel libro, un gesto politico


"La camorra, che forse non sa distinguere la grande letteratura

che è fuori dallo spazio e dal tempo dalla letteratura militante,

ha capito meglio dei critici letterari che il libro di Saviano

è anzitutto il più poderoso gesto politico compiuto oggi in Italia da un uomo solo.
.
E ora è più temuto che mai anche il clan della letteratura".


L'unica ad avere le idee chiare sull'ardua questione è la camorra. I critici letterari, dopo essersi nei decenni scorsi avvitati intorno ad alti quesiti a cosa serve la letteratura? Ha una funzione politica? Ha un qualche effetto pratico? hanno convenuto che la letteratura è attività che lascia il tempo che trova: appartiene al passato remoto l'illusione che essa possa - illuminismo, romanticismo, verismo, futurismo e neorealismo - contribuire a migliorare il mondo. Ora invece arriva la risposta eloquente, la reazione quasi esplosiva, della camorra: il sapere è potere, e la scrittura, oltre che un'attività, è un'azione. Uccidete insomma l'infame Saviano: Gomorra, è devastante come una battaglia perduta. Nessuna politica aveva mai danneggiato tanto la camorra. La narrativa antimafia di Camilleri? Le bombe delle mafie sono intelligenti: non si ammazza la letteratura se non ha effetti collaterali.
Gomorra è grande letteratura? Si lasci ai critici l'aulico interrogativo, a questi livelli non c'è spazio per la poesia, un impatto simile sulla realtà la letteratura lo sognava da vent'anni. Anche la camorra si ferma alle parole, cioè alle minacce di morte? Se non gliel'avessero impedito, Roberto Saviano, l'inventore di quel savianismo che è alternativo al realismo da conversazione, l'avrebbero spinto ancora più su. Il giovane narratore è quasi salito in cielo, o almeno è andato assai vicino al Polo Nord, all'Accademia dei Nobel, insieme a quel Rushdie che è stato condannato a morte da un tribunale religioso, al cospetto del quale la camorra è una tragedia interpretata da Pasqualino o' Marajà.
La camorra e Kamenei hanno chiaramente manifestato l'intenzione di stroncare un'opera economicamente e religiosamente non condivisa, ma, rispetto ai critici letterari che hanno rimosso l'unità di pensiero e azione, ci mettono un attimo per passare dalla parola alla cosa, in altri termini a stroncare fisicamente gli autori. Non ci sono riusciti, ma nell'attesa si conferma che la stroncatura può in pratica fallire l'obiettivo e al mercato provocare il maggiore successo dell'opera odiata.

Walter Pedullà
Il Messaggero -7 Gennaio 2009-

lunedì 12 gennaio 2009

GOLDEN GLOBE

"GOMORRA" BATTUTO DA "VALZER CON BASHIR"
I Golden Globe hanno bloccato la marcia trionfale di Gomorra vero la conquista dell'Oscar.
Il film di Matteo Garrone non ha convinto Hollywood ed e' stato costretto a cedere il passo al film di animazione israeliano 'Valzer con Bashir', che si e' aggiudicato il Golden Globe come migliore film straniero. Pluripremiato 'The Millionaire' che ha conquistato quattro premi, miglior film drammatico, migliore regia (Danny Boyle), migliore sceneggiatura e migliore colonna sonora, aprendo un'ipoteca sugli Oscar.
Migliore commedia e' stata giudicata il film di Woody Allen 'Vicky Cristina Barcellona' .
Trionfo personale per Kate Winslet: ha vinto sia come migliore attrice drammatica non protagonista sia come protagonista, rispettivamente per 'Revolutionary road' e 'The Readers'. Grande ritorno per Mickey Rourke e 'The Wrestler', premiato come protagonista drammatico maschile. Migliore attore protagonista non drammatico Colin Farrell per 'In Bruges'; per lo stesso ruolo femminile Sally Hawkins per 'Happy Go Lucky'.
Premio postumo, anche qui in vista degli Academy Awards, a Heath Ledger, morto un anno fa per una overdose di medicinali, giudicato miglior attore non protagonista per 'Il Cavaliere Oscuro'. A 'Wall-E', della Pixar il globo per il migliore film animato. Delusione per star del calibro di Tom Cruise, Leonardo Di Caprio, Brad Pitt e Sean Penn a Meryl Streep, Angelina Jolie, e Penelope Cruz.
la Repubblica.it (12 gennaio 2009)

mercoledì 7 gennaio 2009

News su Gomorra - il film



G O M O R R A

Martin Scorsese appoggia la candidatura Oscar USA di GOMORRA, mentre il Campione del Mondo Fabio Cannavaro dice che un eventuale vittoria del film di Garrone non gioverebbe all'Italia.

(ANSA) - NEW YORK, 5 GEN - Il film 'Gomorra', che l'Italia ha presentato nella corsa agli Oscar, ha un nuovo sostenitore di spicco: il regista Martin Scorsese. 'Ammiro la brutalita' di questa pellicola - ha detto Scorsese - e la devozione di Matteo Garrone e di tutto il cast nella ricerca di una terribile verita''. Il film tratto dal libro di Saviano uscira' nelle sale americane il 13 febbraio con il titolo internazionale 'Gomorrah'. Nei crediti comparira' la scritta 'Martin Scorsese presenta'.

GRAZIE A SCORSESE CHE APPOGGERA' LA CANDIDATURA DI GOMORRA AGLI OSCAR STATUNITENSI, MA TANTA DELUSIONE DA UN CAMPIONE DEL MONDO, PALLONE D'ORO, CAMPIONE D'ITALIA (E DI SPAGNA?)

Fabio Cannavaro su un intervista in esclusiva su Chi, si confessa e non ha peli sulla lingua quando tocca argomenti non sportivi, ad esempio il capitano della nazionale italiana, sul film Gomorra, ammette che a lui non dispiarebbe che il film italiano, tra i più in assoluto, vincesse il premio Oscar ma di contro vede in Gomorra come quella faccia sporca che etichetta l’Italia come terra di mafiosi e di illegalità. Fabio Cannavaro vive in Spagna, a Madrid, e non nasconde la cattiva pubblicità che l’Italia negli anni si è fatta su questioni legati alla malavita che hanno per il capitano campione del mondo un po fatto perdere l’immagine.

Ecco perchè Gomorra per Cannavaro mette in risalto il lato brutto della sua terra. Non parla solo di Gomorra ma anche di Ibrahimovic, in tema di Oscar, e qualche sfrecciatina non la risparmia per niente, addirittura lo invita a vedere il suo Pallone d’Oro vinto nel 2006, visto che il suo ex compagno, ai tempi della Juventus, Ibrahmovic, ancora non lo ha vinto ed addirittura Cannavaro in vittorie di squadre dopo il periodo alla Juventus ha addirittura massacrato Ibrahimovic. "Dopo che ci siamo divisi, lui è andato all’Inter e io al Real, ho vinto un Mondiale, un Pallone d’oro, e due scudetti: l’ho massacrato!" conclude cosi Cannavaro con Ibrahimovic.

MA ORA IL GRANDE CAMPIONE ESAGERA! GOMORRA (FILM E LIBRO) PARLA, ANZI GRIDA, LO SQUALLORE, I DISAGI DELLA NOSTRA TERRA!

SCORDIAMOCI I MANDOLINI, GLI SPAGHETTI E LA PIZZA. AGLI OCCHI DEL MONDO SIAMO IL PAESE DELLA CAMORRA, DEI CADAVERI CELATI NEI POZZI E RITROVATI DOPO ANNI, DELLA SPAZZATURA, DEI RIFIUTI TOSSICI.

FINO A QUANDO NN AVREMO IL CORAGGIO DI SPUTARLA, FUORI E GRIDARLA AL MONDO, LA PALLA NELLO STOMACO CHE ABBIAMO TUTTI ( ... DOVREMMO AVERE TUTTI!) NN PASSA, NN VA VIA.

IL CORAGGIO DI UNO SCRITTORE, DI UN GIORNALISTA VA APPREZZATO COSI' COME ANCHE LA SPUDORATA VOGLIA DI UN REGISTA DI VEDERE GOMORRA VINCERE L'AMBITO OSCAR USA.

SI LO VOGLIAMO L'OSCAR, VOGLIAMO METTERCI A NUDO, VOGLIAMO CHE L'AMERICA, L'AUSTRALIA, IL GABON, LA CINA SAPPIANO CHE NOI SAPPIAMO QUANTO FANNO SCHIFO I CAMORRISTI E I LORO AFFILIATI.

MA SOPRATTUTTO VOGLIAMO
CHE TUTTI SAPPIANO CHE ANCHE A NOI FANNO SCHIFO!!!

Purtroppo il caro Cannavaro è in Spagna, se ne andato per guadagnare di più: un campione del mondo non poteva giocare in serie B (e ALEX DEL PIERO?????). Cannavaro a Napoli ritorna in vacanza. Cannavaro avrà letto GOMORRA? Ma no, probabilmente nn sa leggere!

La cattiva pubblicità sulla Campania è lui a farla, rinnegando per sempre la sua terra. VERGOGNA!!!
Rosalba

sabato 20 dicembre 2008

io sono SAVIANO



"Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare,
costi quel che costi, perchè è in ciò che sta l'essenza della dignità umana.
Giovanni Falcone


"La lotta alla mafia
non può essere una distaccata
opera di repressione di magistratura
e forze dell’ordine
ma deve essere un movimento culturale, morale,
persino religioso che parte dal basso.
E dunque dentro c’è il lavoro del giornalista, dell’insegnante, dell’assistente sociale, del sacerdote,
di chiunque di noi faccia ogni giorno quello che può,
quello che sa.Proprio come ha fatto Saviano. "
Rita Borsellino
«Per amore del mio popolo non tacerò»
don Peppino Diana
"Io so e ho le prove.
Io so come hanno origine le economie e dove prendono l'odore. L'odore dell'affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto.
E la verità della parola non fa prigionieri
perchè tutto divora e di tutto fa prova".
Roberto Saviano
“In qualsiasi altro paese
la libertà d'azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini
connaturati a un territorio considerato
una delle province del buco del culo d'Italia.”
Roberto Saviano
E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse.
Com'è possibile?
Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese?
Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l'amore?
Vi ponete il problema, o vi basta dire, "così è sempre stato e sempre sarà così?
Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione?
Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient'altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti?
Vi basta dire "non faccio niente di male, sono una persona onesta" per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull'anima. Tanto è sempre stato così, o no?
O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli?
Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace?
Vi basta veramente?
Roberto Saviano

lunedì 15 dicembre 2008

Viaggio a Gomorra


Un’inchiesta esclusiva in segno di solidarietà
a Roberto Saviano minacciato dalla camorra


Immaginate una città grande come Caserta.
E poi provate anche a immaginare che è nata dal nulla in circa dieci anni. Oltre 60.000 abitazioni, capannoni industriali, attività produttive, addirittura stalle. Un centro urbano in calce e mattoni, completamente abusivo, illegale, anche brutto esteticamente e capace spesso di sfregiare aree della «Campania Felix», nato e cresciuto grazie soprattutto ai ripetuti condoni edilizi.
Un territorio martoriato e falciato dalla grave piaga del cemento illegale. E ad alimentare questo business è stata senza dubbio la criminalità organizzata. Camorra imprenditrice.
Dal capitale solido e da riciclare. Invasiva ma soprattutto convincente. Sicura di sé, tanto da lavorare alla luce del giorno.

Attraverso l’abusi vismo sono stati riciclati ingenti capitali «sporchi» derivanti da altre attività criminali; si è sviluppata un’imprenditoria complessa che mantiene il controllo del territorio con l’apertura di cementifici e imprese edili. Una «valanga» di cemento che non ha più nulla a che fare con ragioni di «necessità». È pura speculazione. Del resto, rischiare conviene.
Nel ciclo dell’ecomafia la camorra ci guadagna quattro volte. Quattro volte perdono l’ambiente, il territorio e il paesaggio. Prima si realizzano cave abusive per estrarre ghiaia e sabbia; poi si utilizzano questi materiali per costruire opere pubbliche, spesso inutili, o case fuorilegge; quindi si riempiono le buche con rifiuti urbani e tossico-nocivi; infine, si costruisce sopra o intorno, dopo aver nascosto il tutto con uno strato di terra.
Spesso, in questo corto circuito, le amministrazioni sono responsabili dell’assenza o dei gravi ritardi nell’adozione dei più elementari strumenti di pianificazione urbanistica, a cominciare dai Piani regolatori generali la cui elaborazione, quando viene avviata, in alcuni casi si svolge in stretto contatto con le cosche locali, come dimostra il ritrovamento di documenti urbanistici ufficiali nelle case dei boss, come quella di Pasquale Galasso, ad esempio, a Poggiomarino, in provincia di Napoli.
"Mi chiedo,
come si chiedono i tanti cittadini
onesti di questa regione,
quando sapremo i nomi e i cognomi
dei veri colpevoli che hanno consentito,
con la collusione e laconnivenza,
questo scempio criminale,sociale,
ambientale ed economico."

Altre volte il problema risiede nel rilascio sistematico di concessioni edilizie a termine di procedure illegittime: concessioni che alimentano il fenomeno dell’abusivismo, di fatto tollerato, quando non addirittura sostenuto dalle amministrazioni comunali in cui la camorra si ritaglia un ruolo da protagonista nella lottizzazione dei terreni, nella disponibilità di ditte edili, nella fornitura di materiali e nella stessa realizzazione d’immobili.
Negli ultimi mesi sono stati scoperti interi quartieri abusivi. A Melito come a Casalnuovo, comuni nell’area nord di Napoli, a Pianura come a Ercolano nell’area del Parco nazionale del Vesuvio, per ricordare i casi più recenti. Solo in una regione come la Campania è possibile che si realizzino interi quartieri abusivi senza che nessuno se ne accorga.
Piuttosto che a esigenze ambientali o a criteri urbanistici, l’assetto di tante città e aree della regione si è uniformato agli interessi degli speculatori, degli abusivi, degli evasori fiscali. Si è trattato soltanto d’inettitudine, d’incapacità, d’inesperienza? Oppure c’è stata una complicità tra potere politico e potere criminale? Gli ultimi dati del «Rapporto Ecomafia» di Legambiente parlano di 64 clan che gestiscono l’impero del cemento armato. E ancora si stima che in circa il 40% dei comuni sciolti in Campania per infiltrazioni mafiose negli ultimi vent’anni tra le motivazioni vi sia il dilagante fenomeno dell’abusivismo edilizio.
E dietro si nasconde il «tesoretto » dei clan. Da sempre il cemento rappresenta la «lavanderia » della camorra per i capitali sporchi derivanti da altre attività criminali. Mi chiedo, come si chiedono i tanti cittadini onesti di questa regione, quando sapremo i nomi e i cognomi dei veri colpevoli che hanno consentito, con la collusione e la connivenza, questo scempio criminale, sociale, ambientale ed economico. Ma siamo a Biùtiful c a u n t r i, dove tutto tace, nulla si risolve.
di Peppe Ruggiero Giornalista, cura per Legambiente Campania il Rapporto Ecomafia. Ha realizzato, insieme a Esmeralda Calabria e Andrea D’Ambrosio, il libro e film documentario Biùtiful cauntri.
12 dicembre 2008

mercoledì 10 dicembre 2008

GOMORRA

G O M O R R A
trionfa anche il film

Oscar Europei: Roberto Saviano miglior sceneggiatore


COPENAGHEN - Europa sotto il segno di Gomorra: il film di Matteo Garrone, tratto dal best seller di Roberto Saviano, ha vinto stasera a Copenaghen, alla cerimonia degli oscar europei, gli European Film Awards, tutto quello che poteva vincere: 5 premi su 5 candidature, miglior film europeo, miglior attore (Toni Servillo, in condomino con il Divo di Paolo Sorrentino), migliore regia, migliore sceneggiatura e migliore fotografia. Per i film 'rivali' tra cui Il Divo di Sorrentino, nulla c'e' stato da fare.
''Dedico la vittoria - ha detto Garrone - alle persone che a Napoli stanno come in guerra, cercando di sopravvivere come in una giungla''. Da 10 anni l'Italia non vinceva il primo premio agli oscar europei, dal '98 della Vita e' bella di Roberto Benigni, e come questo anche Gomorra ha vinto il Grand Prix al Festival di Cannes. Un percorso che sembra portare dritto all'Oscar: il film e' infatti il candidato italiano ed e' gia' considerato tra i favoriti per la cerimonia di Los Angeles del 22 febbraio. ''La cosa che piu' colpisce quando sei nei luoghi in cui ho preparato e girato Gomorra - ha proseguito Garrone - e' che tante persone che vivono li' sono quasi inconsapevoli, non hanno reale coscienza della loro condizione. Sono in una zona grigia dove si confonde legale e illegale e fin quando non si lavorera' abbastanza su istruzione e disoccupazione ad esempio, la camorra continuera' a vivere all'interno di quella realta'. Tanti premi cosi' non me li aspettavo di certo, ma li ritengo una conferma che il film riesce a comunicare emozioni forti anche a chi non e' italiano''.
Gomorra e' un'opera che ormai travalica il cinema, e' un fenomeno che e' riuscito a interessare tanti paesi grazie alla potenza del linguaggio e ai temi trattati, al mondo spietato del 'sistema' camorra cosi' tragicamente realistici. Paolo Sorrentino regista de Il Divo, ha assistito alla vittoria di Garrone quasi con rassegnazione, ''non e' una sfida'' ha continuato a dire. Da Cannes i due film duellano, rivali loro malgrado, entrambi pero' simbolo di riscossa internazionale del cinema italiano, uniti dallo stesso attore, Toni Servillo, che ha vinto il premio per entrambi i film. ''Questo film, come il libro, non puo' cambiare le cose nei territori in mano alla camorra - ha detto Garrone - perche' le cose si cambiano attraverso il lavoro dei politici. Noi abbiamo dato strumenti al pubblico per capire certe dinamiche, il successo del film e del libro ci dimostra che il messaggio e' arrivato. Ma non oltre questo compete a noi''.
Quanto a Servillo, arrivato oggi da San Pietroburgo dove domani sera debuttera' con la trilogia della Villeggiatura di Goldoni, ''non e' stato difficile interpretare entrambi i ruoli di questi film: da una parte e' un caso che io li abbia fatti insieme, dall'altra no perche' con Garrone e Sorrentino condivido - ha proseguito Servillo - un profilo culturale, un orizzonte artistico che ha determinato le mie scelte. Mi fa molto piacere che questi film tornino a occuparsi della complessita' del reale, con un linguaggio molto personale''.
I tanti premi stasera a Gomorra saranno ulteriore veicolo per la distribuzione del film: ne e' convinto il produttore Domenico Procacci che con la Fandango, Rai Cinema e il contributo del ministero per i Beni Culturali ha realizzato il film. Alla cerimonia di premiazione, al Forum di Copenaghen c'erano stasera i principi di Danimarca Frederik e Mary, il commissario europeo Viviane Reding e tanti nomi appartenenti a quel club europeo del cinema di qualita' che e' sostanzialmente la European Film Academy presieduta da Wim Wenders. Oltre che per Gomorra, gli applausi piu' calorosi con standing ovation sono andati alla signora del cinema inglese Judy Danch, premiata alla carriera, e ai fondatori del gruppo danese Dogma guidati da Lars von Trier.

di Alessandra Magliaro, Ansa

7 dicembre 2008

martedì 2 dicembre 2008

LETTURE



Leonardo Sciascia diceva:
"I mafiosi odiano i magistrati che ricordano".
I Casalesi odiano anche gli scrittori
che fanno conoscere a tutto il mondo
il loro vero volto.
Franco Roberti - Coordinatore DDA di Napoli



l'ORO della CAMORRA


di Rosaria Capacchione

CASERTA – Pecunia non olet, dice il vecchio brocardo: il denaro non puzza. Ma lascia, per chi la vuole seguire, una scia capace di svelarti mille misteri. E’ così che la Mafia - e la camorra della provincia di Caserta è una mafia, come Cosa Nostra in Sicilia – può essere sconfitta, spiegava agli interlocutori silenziosi il magistrato Giovanni Falcone. Seguendo la scia del loro denaro.

L'ORO DELLA CAMORRA
Il primo libro di Rosaria Capacchione - giornalista de Il Mattino, il più importante quotidiano del Mezzogiorno, la più informata e attenta alle questioni della camorra casertana - fa proprio questo.
Insegna al cittadino ignaro, lettore italiano o straniero, che anche nella propria piccola città possono esserci i camorristi della provincia di Caserta. Che non contano più solo i morti ammazzati a Caserta e dintorni, ma anche le decine di migliaia di attività commerciali, economiche, industriali che esistono nel mondo e che in qualche modo risalgono ai camorristi della provincia di Caserta. Camorristi che, con uno slang bruttissimo – perché infanga un intero popolo - vengono spesso definiti Casalesi.
IL CASO DI PASQUALE
E così attraverso le pagine de “L’oro della Camorra” il lettore impara a conoscere i camorristi della provincia di Caserta attraverso il guardaroba, le proprietà, il matrimonio, gli affari di Pasquale Zagaria, mente economica e fratello dell’attuale reggente dei Casalesi Michele “Capastorta”. Se ne uccide più la penna che la spada, L’Oro della camorra produrrà una carneficina, perché il libro insegna a tutti – anche agli inconsapevoli e distratti cittadini d’Italia che pensano di stare tranquilli a Bolzano o ad Adria – che la camorra della provincia di Caserta è dovunque, anche quando zuccheriamo il caffè al bar o compriamo il latte per la colazione dei figli la mattina.

RICCO DI DOCUMENTI E ATTI GIUDIZIARI
L’Oro della camorra ha anche un altro pregio: è esemplificativo del modo di pensare della giornalista Capacchione. Per chi ha avuto a che fare con Il Mattino a Caserta - e tra i giornalisti tutti, chi più chi meno ha varcato la soglia di quella redazione – la Capacchione è sempre stato un personaggio mitico ma con cui pochi difficilmente si sono intrattenuti a parlare a lungo. Normalmente, infatti, è sempre presa dal lavoro, che nel Casertano, per chi segue la cronaca, certo non manca. Chi ha avuto modo di stare un po’ di più in quella redazione, però, ha avuto la possibilità di capire che la cronista d’assalto de Il Mattino non è per nulla d’assalto. Bastava pensare a quando passava per il giornale un vecchio agente letterario sempre carico di novità editoriali. I maggiori acquisti erano i suoi. E giù poi a consultare testi e documenti per rendere sempre più ricchi e sistematici i suoi servizi giornalistici.
LA PROSPETTIVA
Così è anche L’oro della camorra. Ricco di informazioni, documentato, con citazioni di esperti della materia e di atti giudiziari. La conoscenza ci fa consapevoli. Speriamo che grazie anche a L’Oro della camorra, ci siano più italiani e stranieri – attendiamo la traduzione – consci che la camorra della provincia di Caserta è un male da combattere subito e fino alla radice.
Come ha capito anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni. di Luigi Ferraiuolo - l'Eco di Caserta

L'ORO DELLA CAMORRA
Rosaria Capacchione
Rizzoli, Bur: Futuropassato
Prima edizione: 2008
Euro: 10

giovedì 27 novembre 2008

Quelli che...

... se la sono cercata?


Rushdie-Saviano a casa Nobel
due scrittori invitati dall'Accademia di Svezia
La rabbia, la solitudine, la furia cieca:
è possibile combattere con le parole?
STOCCOLMA - "La parola fa paura solo quando supera la linea d'ombra". Applaudono tutti, qualcuno è commosso. Sono quasi le otto di sera, in una Stoccolma candida e gelida, quando Roberto Saviano parla alla Reale Accademia di Svezia. Sorride e infine stringe la mano e abbraccia Salman Rushdie, "compagno di fatwa", come lo chiama dietro le quinte, per allentare la tensione prima dei loro discorsi paralleli.

Due scrittori lontani e diversi, eppure accomunati dalle conseguenze delle loro parole. Entrambi invitati, pur non essendo premiati, a parlare di un tema che torna ad appassionare lettori e comunità internazionale. Quello che è andato in scena ieri, a pochi passi dalla città antica e dagli allori di cui è disseminata la sede dell'Accademia, è un appuntamento che sembrava impensabile fino a poco fa. Un'analoga iniziativa di sostegno in favore degli scrittori minacciati dai totalitarismi fu infatti respinta dai "padri" del Nobel nel 1989, quando lo scrittore anglo-indiano Rushdie venne condannato dalla fatwa islamista. Una bocciatura che spinse alcuni giurati a voltare le spalle all'Accademia. Proprio una di quelle voci più coraggiose ed "eretiche", l'autrice Kerstin Ekman, si è levata di nuovo, invitando l'istituzione a mostrare pubblico sostegno sul tema della letteratura e della testimonianza di impegno civile. Ma erano seguite le iniziali riluttanze del segretario permanente dell'Accademia, Horace Engdahl, secondo cui l'Accademia non poteva occuparsi dei seguiti "giudiziari", di risvolti prevalentemente "politici" di pur valorosi libri, ritenuti in fondo problemi privati di alcuni scrittori.
Ce n'era abbastanza perché dalle colonne dell'Expressen la signora Ekman tuonasse contro Engdahl: "Ma questo è un problema anche nostro, anche tuo". Una mobilitazione su cui aveva pesato anche l'appello lanciato su Repubblica da numerosi Nobel: dal turco Orhan Pamuk al tedesco Günter Grass a Dario Fo, e con l'aggiunta di Mikhail Gorbaciov. Qualche mese dopo, l'Accademia reale di Svezia spediva il suo invito non solo a Roberto Saviano, ma anche a Rushdie, per ripagare un torto vecchio di vent'anni, ma non per questo meno sedimentato. Ed è stato proprio Horace Engdahl, ieri sera, a presentare i due scrittori con un'introduzione molto lusinghiera, che ha sottolineato il valore letterario e civile della parola di Saviano e di Rushdie.
ROBERTO SAVIANO
Quei poteri che temono la letteratura
È davvero emozionante essere qui stasera. Quando mi è giunto l'invito dell'Accademia di Svezia, ho pensato che questa era la vera protezione alle mie parole. È una domanda complessa quella che ci interroga stasera: perché una letteratura mette in crisi potenti organizzazioni criminali, che fatturano 100 miliardi di euro l'anno, che massacrano innocenti. Io penso che una delle risposte sia: perché la letteratura ha il potere di svelare i meccanismi, di rappresentare questi crimini non in maniera tipizzata o stereotipata, come molte volte ha fatto anche il cinema - penso alla ferocia glamour de Il padrino di Scarface. Ma li svela parlando al cuore, allo stomaco e alla testa dei lettori. Ma c'è una differenza tra quanto accade qui in Occidente e quanto accade nei regimi totalitari rispetto alla stessa parola che appare "scomoda" o pericolosa. Nei regimi oppressivi qualunque parola, o verso contrario a ciò che quel dettame impone, diventa condizione sufficiente per essere messo all'indice. Non è così in Occidente. Dove tu scrittore, o artista puoi fare, dire e pensare ciò che vuoi. A patto però di non superare la linea dell'indifferenza o del moderato ascolto. Quando invece buchi la soglia del rullo compressore, quando superi la soglia dell'ascolto e vai in alto, o in profondità, a quel punto e solo allora diventi un bersaglio. Qualcuno ha detto che dopo Primo Levi, e dopo Se questo è un uomo, nessuno può più dire di non esser stato ad Auschwitz. Non di non esserne venuto a conoscenza, ma di non esserci stato. Ecco ciò che i poteri temono della letteratura, quello criminale e gli altri poteri. Che i lettori sentano quel problema come il loro problema, quelle dinamiche come le loro dinamiche. Quando i carabinieri ti dicono che la tua vita cambierà per sempre, oppure quando un pentito svela in quale data, a suo parere, cesserai di vivere, la prima sensazione, la prima domanda che ti fai è: che cosa ho fatto? Inizi a odiare le parole che hai scritto, e pensi che siano le tue parole ad averti tolto la libertà di camminare, di parlare, di vivere. Penso a una giornalista come la Politkovskaja, che ha dato una dimensione universale alla tragedia cecena, non era più solo un problema locale. Penso a uno scrittore come Salamov che ha raccontato l'inferno dei gulag, e con esso l'intera e universale condizione dell'uomo. Dopo quella letteratura, il mondo si sente rappresentato nella sua dimensione più profonda, e quindi non può prescindere più da quella parola. Allora non c'è più Russia o Cecenia o Mosca o Napoli. La mafia può condannarti, ma quello che ti ferisce sono le accuse della società civile, Dicono che stai speculando sul successo, che hai fatto tutto per visibilità. E che stai rovinando il paese. Sono ferito da quest'ultima affermazione. Perché penso che raccontare sia resistere. E stare vicino alla parte sana del Paese, a quella parte che non si arrende, che combatte le organizzazione criminale che hanno in mano grandi fette dell'economia, non solo nazionale. Qualcuno dice anche che sono ossessionato dal sangue, dalle ingiustizie. Ma chi ha dentro un'idea di bellezza e di giustizia, non può non sentire questa esigenza. Penso a quello che diceva Albert Camus: "Esiste la bellezza ed esiste l'inferno. Vorrei rimanere fedele ad entrambi".
SALMAN RUSHDIE
C'è anche chi dice: "Te la sei cercata"
Sono nel posto più geograficamente vicino al cuore della letteratura. Ed è molto importante che qui stasera si discuta della libertà della parola e del terrore che la minaccia. Un terrore vasto e diffuso, che non conosce confini. Talvolta, neanche confini di stupidità, di bizzarria. Con Saviano ci siamo già incontrati una volta a New York. Abbiamo conversato a lungo e ho potuto rendermi conto di quanto la sua situazione fosse anche peggiore di quella che avevo vissuto io all'epoca, circa venti anni fa. Ricordo che non poteva muovere un passo senza avere almeno tre o quattro persone intorno. Quell'immagine rappresentava per me qualcosa di molto vicino e increscioso, purtroppo. Il terrore minaccia, in questi anni, tutte le espressioni che hanno a che vedere con la manifestazione di un pensiero libero, che sia fuori dal coro, magari fuori dagli incasellamenti del politically correct. Non sono gli Stati a imporre il rispetto, ma anche le Chiese del mondo in passato hanno sempre teso a mettere dei punti fermi. Purtroppo non ci sono frontiere che tengano, per il terrore. Ma dobbiamo dare il minor potere, il minore spazio possibile a questo nemico. In questo più vasto scenario, esistono singoli casi di scrittori che diventano bersagli di paura, di minacce. Ma c'è un modo più subdolo di delegittimare e colpire chi ha scritto parole che danno fastidio: è la delegittimazione della tua genuinità. Ci sono quelli che pensano e dicono che non è stato tutto un caso, che te lo sei cercato, che stai facendo tutto quello che fai, o che hai scritto quello che hai scritto, per un vantaggio personale. E non vedono il prezzo che paghi: anche economicamente, per proteggerti. Dal momento in cui fui raggiunto dalla condanna, questa è la ferita più profonda che mi è rimasta: perché mirava alla mia credibilità, all'integrità morale. Qui ci stiamo chiedendo se gli scrittori hanno diritto a sconvolgere la vita delle persone, con le loro storie. Ma dal primo momento in cui noi veniamo al mondo, chiediamo storie. Non soltanto le grandi storie, ma anche piccoli fatti, o favole, o leggende, o racconti personali o corali. Anche storie imbarazzanti... Anzi, a pensarci bene, tante storie interessanti sono imbarazzanti. Perché le storie sono le artefici della nostra crescita: sono quelle che ci aiutano a capire chi siamo, chi vogliamo essere davvero, in quale relazione ci poniamo con il mondo. È la stessa ritualità per eccellenza che distingue le storie delle singole famiglie e poi di una comunità. Che cosa è, in fondo, la religione, da un certo punto di vista, se non la madre di tutte le storie? Ma questo fa paura a quelli che pensano, dentro di loro, che tu non devi raccontare quello che vuoi. Tu racconti quello che ti dico io, dice la mafia. E la libertà di raccontare la storia che uno ha in testa fa di uno scrittore uno scrittore libero e di un Paese un paese libero. Saviano racconta storie vere, ma fa i nomi e i cognomi. E questo lo costringe a vivere sotto scorta da tempo. Che poi Saviano sia anche un bel ragazzo, dispiace due volte. Di solito la gente non pensa alle conseguenze. Che sono drammatiche e anche buffe. A parte che vivere con quattro uomini sotto lo stesso tetto genera spesso dubbi, domande. Io ricordo una volta a Parigi: per prendere un caffè, circondato da uomini di scorta, divenni il centro di un andirivieni, una curiosità infinita. Volevo sprofondare. Tutti a chiedere: chi è, cos'è, che cosa succede? E chi dall'esterno vede il lato della vanità dello scrittore non sa che in quel momento egli vorrebbe solo dire: facciamola finita, portatemi via. Voglio entrare in un cinema.
di CONCHITA SANNINO
(la Repubblica 26 novembre 2008)

martedì 11 novembre 2008

MIRIAM MAKEBA, morta nella Soweto d'Italia.

Omaggio di Roberto Saviano alla Makeba:

Rappresentava la voce della libertà.
Ci ha insegnato la rabbia della fratellanza

Cosa è il blues?, si chiede lo scrittore afroamericano Ralph Ellison. Il blues è quello che i neri hanno al posto della libertà. Dopo aver saputo della morte di Miriam Makeba, mi è subito venuta in mente questa frase.

Mama Africa è stata ciò che per molti anni i sudafricani hanno avuto al posto della libertà: è stata la loro voce. Nel 1963 ha portato la propria testimonianza al comitato contro l'apartheid delle Nazioni Unite. Come risposta il governo sudafricano ha messo al bando i suoi dischi e ha condannato Miriam all'esilio. Trent'anni d'esilio. Da quel momento la sua biografia si è fatta testimonianza di impegno politico e sociale, una vita itinerante, come la sua musica vietata.

Nelle perquisizioni ai militanti del partito di Nelson Mandela vengono sequestrati i suoi dischi, considerati "prova" della loro attività sovversiva. Bastava possedere la sua voce per essere fermati dalla polizia bianca sudafricana. Ma la potenza delle sue note le conferisce cittadinanza universale fa divenire il sudafrica terra di tutti. E soprattutto l'inferno dell'apartheid un inferno che riguarda tutti. Negli anni Sessanta, approdata negli Stati Uniti, Miriam Makeba si innamora di Stokley Carmichael, leader delle Pantere Nere e i discografici in America le cancellano i contratti, perché Mama Africa non combatte con i mezzi della militanza politica ma con la voce. E questo fa paura. Lei arriva alla gente attraverso la sua musica, attraverso successi mondiali come Pata Pata che tutti ballano, che piacciono a tutti, con una forza dirompente e vitale che il governo dell'apartheid come i razzisti di tutto il mondo non sanno come arginare o combattere.

Così, a 76 anni, è venuta a cantare persino in un posto che sembra dimenticato da dio, dove persone solerti hanno organizzato un concerto per portare un po' di dignità a una terra in ginocchio. E l'altra sera mi hanno chiamato di notte. Checco che aveva seguito l'organizzazione del concerto, mi ha detto che Miriam Makeba non si sentiva bene, "ma la signora vuole cantare lo stesso, vuole il tuo libro nell'edizione americana nel camerino, Robbè, è tosta!".

Quando mi avevano detto che Miriam Makeba aveva accettato di cantare a Castel Volturno nel concerto in mia vicinanza che chiudeva gli "Stati generali della scuola del Sud", al primo momento stentavo a crederci. Invece lei che per anni aveva lottato e aveva viaggiato cantando per tutta l'Africa e il resto del mondo, voleva venire anche in questo angolo sperduto dove quasi due mesi prima c'era stata una strage di sette africani. Ché per lei erano africani, non ghanesi, ivoriani o del Togo. In questa idea panafricana che fu di Lumumba e che mai come oggi sembra per sempre purtroppo sepolta. Mama Africa si è esibita a pochi metri da dove hanno ammazzato l'imprenditore Domenico Novello, un morto innocente, nativo di queste terre, che invece è morto solo, senza partecipazione collettiva, rivolta, fratellanza. La morte di Miriam Makeba, venuta a portarmi la sua solidarietà e testimoniarla alla comunità africana ed italiana che resiste al potere dei clan, è stato per me un enorme dolore.

Enorme come lo stupore con cui ho accolto la dimostrazione di passione e forza di una terra lontana come quella sudafricana che già nei mesi passati mi aveva espresso la sua vicinanza attraverso l'arcivescovo Desmond Tutu. Invece, grazie alla loro storia, persone come Tutu o come Miriam Makeba sanno meglio di altri che è attraverso gli sguardi del mondo che è possibile risolvere le contraddizioni, attraverso l'attenzione e l'adesione, il sentirsi chiamati in causa anche per accadimenti molto lontani.

E non con l'isolamento, con la noncuranza, con l'ignoranza reciproca. Il Sudafrica vive una pressione dei cartelli criminali enorme, ma i suoi intellettuali e artisti continuano ad essere attenti, vitali e combattivi. Desmond Tutu stesso definì il Sudafrica "rainbow nation", nazione arcobaleno, lanciando il sogno di una terra molto più varia e ricca e colorata di un semplice ribaltamento di potere fra il bianco e il nero. Miriam Makeba era e rimane la voce di quel sogno. Se c'è un conforto nella sua tragedia si può dire che non è morta lontano. Ma è morta vicina, vicina alla sua gente, tra gli africani della diaspora arrivati qui a migliaia e che hanno reso propri questi luoghi, lavorandoci, vivendoci, dormendo insieme, sopravvivendo nelle case abbandonate nel Villaggio Coppola, costruendoci dentro una loro realtà che viene chiamata Soweto d'Italia.

È morta mentre cercava di abbattere un'altra township col mero suono potente della sua voce. Miriam Makeba è morta in Africa. Non l'Africa geografica ma quella trasportata qui dalla sua gente, che si è mescolata a questa terra a cui pochi mesi fa ha insegnato la rabbia della dignità. E, spero pure, la rabbia della fratellanza.
di Roberto Saviano
SOWETO:
è un'area urbana della città di Johannesburg, in Sudafrica. È la più grande township del Sudafrica e ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della lotta all'apartheid. Il nome "Soweto" è una contrazione di "South Western Townships" ("township sudoccidentali"). Tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

'O massim


E la camorra chiede il pizzo al concerto per Saviano

NAPOLI - La camorra bussa alla porta del concerto dedicato a Roberto Saviano.
Gli operai stavano montando il palco, sabato pomeriggio a Castel Volturno, quando sono arrivati gli emissari del racket a chiedere il "pizzo". L´esibizione di Miriam Makeba e Maria Nazionale, organizzata nell´intento di chiudere gli "Stati generali per la scuola del Mezzogiorno" con un messaggio forte di sostegno all´autore di "Gomorra" e alle vittime della criminalità, si è svolta ugualmente ieri sera, sotto l´occhio attento delle forze dell´ordine. Ma il segnale di arroganza lanciato una volta di più dal clan dei Casalesi non può non allarmare.«Di fronte alla richiesta di denaro - racconta l´assessore alla Formazione della Regione Campania, Corrado Gabriele, che ha reso noto l´episodio - gli operai hanno risposto agli sconosciuti di non essere in grado di dare risposte e di tornare il giorno dopo. Appena mi è stato riferito l´accaduto, ho chiamato il comandante provinciale di Napoli dei carabinieri ed è stato informato anche il coordinatore del pool anticamorra. Agli organizzatori ho detto di andare avanti».Oggi sarà formalizzata una denuncia contro ignoti, perché le persone presenti nel cantiere hanno detto di non essere in grado di identificare gli autori dell´intimidazione. «Quanto accaduto è di una gravità inaudita - commenta Gabriele - anche per il luogo simbolico scelto per il concerto», lo stesso dove il 16 maggio il clan dei Casalesi ha assassinato Domenico Noviello, un imprenditore che aveva denunciato il racket. E sempre a Castel Volturno, meno di due mesi fa, l´ala stragista della cosca malavitosa raccontata da "Gomorra" aveva eseguito la strage costata la vita a sei immigrati extracomunitari.«Lo Stato è molto presente in questo momento sul piano del controllo del territorio - ragiona l´assessore Gabriele - noi abbiamo voluto realizzare questo evento culturale perché la scuola e la cultura sono fondamentali per sconfiggere il crimine. Ciò nonostante, c´è chi continua a sfidare le istituzioni. Noi però non abbiamo alcuna intenzione di fermarci». Le indagini di questi mesi, condotte da carabinieri e polizia con il coordinamento di un pool di otto pm della Procura, individuano proprio in Castel Volturno e il Litorale Domizio la zona battuta a tappeto dagli uomini del gruppo ritenuto capeggiato dal superlatitante Giuseppe Setola, l´uomo che la Procura considera il "regista" della strategia del terrore scatenata da maggio a oggi.La perquisizione eseguita dalla polizia nel covo dove venerdì sono stati arrestati due fedelissimi del capo ha fatto venire alla luce "pizzini" sui quali erano annotati riferimenti a numerosissime attività commerciali e imprenditoriali sotto racket. Segno che, pur indebolito, il clan non si ferma davanti a nulla pur di incassare denaro.
Dario Del Porto - La Repubblica

mercoledì 29 ottobre 2008

"Siamo Tutti Saviano?"


Dopo le ultime notizie su un possibile attentato a Roberto Saviano in stile "Strage di Capaci"- far saltare con l'esplosivo le macchine blindate sull'autostrada Napoli -Roma - e dopo l'intervista di "Repubblica" in cui dice di voler lasciare per un po' l'Italia per riprendersi la sua vita,

si è scatenata una gara di solidarietà di dimensioni impressionanti.

Iniziative sui social network, letture collettive in piazza di Gomorra a Roma e Milano, cittadinanze onorarie, striscioni degli ultrà esposti allo stadio, un appello firmato da sei Premi Nobel che nella prima giornata raccoglie le adesioni di centomila persone. E molto altro, molto di più.

E' qualcosa di imprevisto e di straordinario soprattutto laddove è divampato dal basso, dalle persone che hanno letto il libro o l'hanno comprato o che hanno soltanto visto Saviano in tv e ne hanno fatto quel che è ora: un simbolo di lotta alla mafia, un simbolo di coraggio. E probabilmente di qualcos'altro, perché i simboli veri non sono come i cartelli stradali che stanno per una cosa sola, ma si caricano e irradiano significato. Ed è fin troppo facile obiettare che per aderire a un appello via rete o anche trovarsi in una piazza lontana dalla provincia di Caserta non ci vuole molto coraggio, né si mette in moto un cambiamento, né si fa qualcosa di concreto per togliere una persona dal pericolo in cui si trova. Sono soltanto gesti simbolici che rispondono proprio su quel piano a chi, appunto, è diventato un simbolo.

Esistono alcuni che pensano che Saviano sia diventato quello che è adesso grazie al marketing editoriale o all'influenza dei media o a entrambi. Ma nulla si sarebbe messo in moto senza il libro né tanto meno avrebbe raggiunto queste dimensioni senza pubblico perché è quest'ultimo, in un movimento di feed back circolare, che continua ad alimentare le ristampe e tener aperti gli spazi su televisioni e giornali.

Quindi ha ragione Saviano quando dice che non è stato il suo libro a innescare una reazione da parte della camorra, ma il successo del suo libro, la trasformazione del suo libro e di lui stesso in qualcosa che riveste un valore simbolico per moltissime persone.Pasolini scriveva che il successo è l'altra faccia della persecuzione e queste parole acquistano nel caso di Saviano una verità sinistra.Credo che la realtà del pericolo che corre derivi ormai in una misura non meglio quantificabile dal valore che ha assunto, dalla notorietà raggiunta persino oltre ai confini dell'Italia.E' un fatto inaudito.

La visibilità doveva avere un effetto protettivo, fargli - come si dice- da "scorta mediatica", comunicare ai nemici di Saviano che se lo toccano, la reazione scatenata peggiorerà pesantemente le condizioni per condurre i propri affari in segreto e in silenzio. Secondo quella logica tradizionale nell'ambito delle mafie, ammazzare Saviano non conviene: piuttosto si aspetta un tot di anni, quando non avrà più la scorta e l'attenzione pubblica, quando quest'ultima lo avrà almeno in parte dimenticato. Allora lo si distrugge, preferibilmente con diffamazione, querele, mosse trasversali, e se proprio non bastasse, con le armi. Ed è ovviamente uno scenario sempre presente e non escluso dalla situazione attuale. Cosa che fa capire che cercare di destreggiarsi fra la troppa esposizione e il possibile oblio, debba essere per Saviano come navigare fra Scilla e Cariddi.

La logica della visibilità come protezione ormai non vale più senza riserve. I capi Casalesi in carcere si sono visti riconfermare gli ergastoli, le loro mogli- anche quella del latitante Antonio Iovine- sono state arrestate, Casal di Principe è presidiato dalla Folgore come un territorio occupato. Erano, fino al successo di Gomorra, un clan sconosciuto o di cui l'opinione pubblica non si interessava già a partire da Napoli. Ora qualsiasi loro azione, persino quelle non strettamente sanguinarie, rimbalza su giornali e telegiornali. Hanno poco da perdere, e l'idea che una volta tolto di mezzo Saviano, tutto tornerà come prima -magari non subito, ma basta aspettare- sembra possedere, a questo punto, una logica più stringente e una maggiore attrattiva. A questi uomini che si vedono come un potere assoluto, poter mostrare con un solo omicidio che detengono più potere di Stato, Premi Nobel, masse nazionali e internazionali, essere in grado di scatenare un putiferio anche politico, deve fare non poca gola.Per questo, l'istinto e il buon senso suggeriscono di non scartare lo spauracchio della riedizione della Strage di Capaci soltanto perché il pentito ha poi smentito l'informazione sul presunto attentato raccolta da un poliziotto.

Nella migliore delle ipotesi mi pare rappresenti quello che il clan avrebbe voglia di fare.Chiunque abbia visto le interviste fatte da Repubblica tv o quelle di Matrix o delle Iene, si è reso conto che pure per il territorio dominato dai Casalesi, Saviano è un simbolo. Soltanto che è un simbolo negativo. A Casale- ma molto spesso anche a Napoli - Saviano è colui che è ti fa arrivare una sanzione se giri senza patente o senza casco, colui che è diventato famoso e venerato rovinando l'immagine della propria terra e affibbiando ai suoi abitanti l'immagine di mafiosi o di collusi, colui che si è arricchito senza aver fornito lavoro anche se nero o sporco, e non ha sganciato tangenti o soldi per i terreni trasformati in tombe di rifiuti tossici.Magari quel che abbiamo visto o letto non è tutta la verità, magari c'è qualcuno che in segreto la pensa diversamente, ma non importa. Importa che quelle dichiarazioni rappresentino la versione a cui da quelle parti occorre o conviene conformarsi. Persino il parroco di Casale ha lanciato un anatema contro Saviano perché infanga il nome dei bravi e onesti paesani.Basta aggiungere che accanto a un consenso negativo popolare intorno a Saviano, ci sono proprio nei luoghi che per primi dovevano essere scossi dalla sua denuncia, molti che si sentono sempre di più gettati nell'ombra dal fascio di luce che sembra ricadere tutto sul simbolo. Questi si trovano nello spettro di chi conduce la battaglia antimafia: dai magistrati ai testimoni di giustizia, dagli agenti delle forze dell'ordine ai militanti delle associazioni e così via.

Giornalisti lamentano che Saviano avrebbe preso dai loro articoli e dalle loro inchieste, cosa che non avrebbe dato alcun fastidio se il libro l'avessero letto in 5.000 (la prima edizione di Gomorra aveva esattamente questa tiratura) e nemmeno in 50.000. Sarebbe infatti stato impossibile e grave se l'autore non avesse fatto tesoro delle informazioni raccolte anche aldilà della propria esperienza personale, ed è perfettamente normale che chi riporta semplicemente una notizia, non abbia bisogno di citare nessuna fonte: questo, a maggior ragione, per un libro che si colloca a cavallo fra saggistica e romanzo, fra esposizione di fatti e dati e narrazione.

Ciò che non scorgono queste persone - o che la loro frustrazione fa passare in secondo piano - è che si tratta del più classico meccanismo del divide ut impera, tra l'altro messo in moto senza nessun burattinaio, e che a isolare Saviano ci si crea un danno da soli facendo il gioco dell'avversario. Inoltre non sembrano vedere la cosa più banale e primaria, ossia che, pur nell'ombra di Saviano, l'attenzione a quel che fanno non sia mai stato tanto alta: mai così tante opportunità di pubblicare libri, fare film ecc sulla camorra (e persino sulla 'ndrangheta fino ad allora quasi totalmente ignorata dall'attenzione pubblica), mai così tanto spazio nei mezzi d'informazione su arresti e inchieste, mai tanto impegno da parte dello stato nel territorio Casalese.Ma già qui si intravede una sorta di equivoco.
La Folgore che è a Casal di Principe - uso l'esempio come immagine esemplare, aldilà della valutazione sulla sua efficacia- non gira contemporaneamente a Platì e nemmeno a Secondigliano, e ammesso anche che si riuscisse a dare un colpo durissimo al clan dei Casalesi, non si avrebbe di certo ottenuto una vittoria su tutte le altre mafie che magari anzi godono dello sforzo concentrato da una parte come il proverbiale terzo fra i litiganti.L'equivoco nasce dai piani di rappresentazione. Su quello basilare sembra trattarsi di una lotta fra Saviano e i Casalesi o, al massimo, fra Saviano e lo Stato e i Casalesi.
Sembra che i Casalesi oggi "tirano" esattamente come un tempo facevano notizia solo i Corleonesi. In quest'equivoco che si autoalimenta ci casca pure l'editoria che pubblica libri sui Casalesi a cui sembra interessata solo una nicchia.Perché, in realtà, al celebre scrittore londinese, alla casalinga di Voghera o allo studente di Treviso che cosa gliene importa alla fine di un dato clan campano? Non moltissimo, se non avesse intenzione di uccidere Saviano e se nella sua vicenda non fosse simboleggiato molto altro.La libertà di parola, la fiducia nella verità e nella possibilità di dirla, il coraggio delle proprie azioni e convinzioni. E forse anche il meccanismo per cui la denuncia di certi clan reali, con nomi e cognomi, riesce a toccare per esteso le corde di chi in Italia si confronta con dinamiche "mafiose" in generale, cioè praticamente tutti.
Credo che in questo paese vecchio, attanagliato da mille paure supposte o reali - dagli stranieri al pedofilo della porta accanto, dal latte contaminato alla recessione -, privo di fiducia nel proprio futuro e nella possibilità di uscire dal marciume, l'esempio di Saviano incontri soprattutto il desiderio di essere diversi da come si è realmente: non impauriti, asserviti, rassegnati. Eppure l'investimento simbolico su di lui sembra giocare un ruolo ambivalente.
Ci si appaga nell'identificazione e nella preoccupazione per Saviano e si continua grosso modo a vivere come prima. D'altronde, cosa si potrebbe fare?Purtroppo dire "siamo tutti Saviano" non basta, anzi l'effetto è in parte anche contrario a quello desiderato. Perché alla fine solo Saviano è Saviano, solo Saviano è quello sotto scorta, minacciato di morte, ricusato dal parroco di un paese che non ha pronunciato nulla di simile nei confronti dei boss.
E voglio ribadirlo: Saviano non è ovviamente l'unico potenziale bersaglio delle mafie e non è l'unico a vivere sotto scorta, ma è un bersaglio privilegiato proprio in quanto simbolo. Più ci si schiera dietro al suo nome, più lui diventa simbolo e come simbolo diventa unico, diventa solo. E il fatto che così pochi lo appoggiano proprio laddove dovrebbe invece essere appoggiato primariamente, non fa che accrescere la pericolosità di questo meccanismo.
Chiunque abbia letto l'opera di René Girard centrata sulla funzione del capro espiatorio o conosca il mito e il rito del Re del Bosco analizzati dal Ramo d'oro di Frazer ha dimestichezza con la logica per cui figure investite collettivamente di un valore positivo e persino salvifico, siano per questa stessa ragione, destinate al sacrificio.Ma come si fa a strappare una persona reale, non un simbolo, dal pericolo che sta con troppa evidenza correndo anche in questo senso?Noi su questo sito abbiamo da sempre pensato che il modo migliore di stare vicini a Roberto era continuare a dare spazio alle tematiche che ha portato alla ribalta, anche e soprattutto se a scriverne erano altri, e cogliamo l'occasione per ribadire che Nazione Indiana è uno spazio aperto per chiunque voglia proporre un contributo.
I Wu Ming con spirito simile hanno lanciato lo slogan di "desavianizzare" Saviano. Carla Benedetti e Giovanni Giovanetti sul sito de "Il primo amore" propongono di "Condividere il rischio" facendo e ospitando inchieste su temi non solo legati alla criminalità organizzata.Tutto questo è giusto, però non illudiamoci: ormai non basta. Tutta l'attenzione e la maggiore facilità di accesso ai circuiti della comunicazione -dai blog, alle case editrici, ai telegiornali- che la fama di Saviano e del suo libro hanno innescato anche a beneficio di altri scrittori, giornalisti, documentaristi ecc., non hanno cambiato nulla su un certo piano. Si sono moltiplicate le voci di denuncia, ma Saviano è diventato sempre più simbolo.D'altronde, non si può dire alla gente: tutto questo è certamente anche bellissimo, ma per favore state attenti. Da un lato perché nessuno si sveglia la mattina dicendosi "adesso di sto ragazzo che ho visto ieri sera a Matrix faccio il mio simbolo di un Italia migliore o di chi "ha le palle".
Del resto, le stesse persone - che siano scrittori famosi o gente comune non importa - hanno reagito con affettuoso buon senso alla sua dichiarazione di volersene andare, dando la priorità al suo desiderio di riavere una vita decente. Non è che perché uno è simbolo che non ci si rende conto che è prima di tutto una persona in carne ed ossa.Ma soprattutto, pur con tutta la necessità di vederne gli aspetti rischiosi e ambivalenti, è giusto riconoscere che i bisogni simbolici sono bisogni profondi e reali, e il fatto che emergano con la loro portata utopica primaria, contiene in sé qualcosa di positivo: aldilà di ogni ricaduta concreta, di ogni possibilità che il semplice sentirli ed esprimerli possa bastare come appagamento e quindi diventi funzionale al mantenimento delle cose come stanno, e ovviamente aldilà di ogni manipolazione e strumentalizzazione della quale possono essere oggetto.Eppure, pur con tutta la consapevolezza dei limiti e dei rischi, non basta fermarsi a questo.
Bisogna cercare di capire quel che hanno fatto Gomorra e il "fenomeno Saviano" un po' più concretamente.Gomorra non è soltanto in assoluto il primo libro sulle mafie - inclusi quelli dedicati a Cosa Nostra, inclusa il volume intervista a Giovanni Falcone- ad aver ottenuto una simile diffusione in Italia e nel mondo. Gomorra ha soprattutto cambiato il modo di rappresentare e di vedere le mafie. Non più fenomeno locale, ma presenza ubiqua e interconnessa del mondo globalizzato. Non più intreccio fra potere criminale e potere politico, ma supremazia del potere economico al quale tutto il resto è subordinato.
Quel che talvolta viene mosso come critica a Saviano, ossia aver riservato un ruolo marginale all'aspetto della collusione politica, è in realtà la condizione di partenza perché si fosse potuto verificare questo mutamento collettivo di consapevolezza.Gomorra ha fatto questo:spostare lo sguardo dal sangue e persino dalla politica al business che è ovunque e rappresenta il cuore del potere criminale. Ed è, aldilà delle mafie, un grande e necessario aggiornamento ai tempi nostri, dove recentemente gli stati e la politica non hanno potuto fare altro che cercare di tamponare i disastri creati dall'economia, stavolta finanziaria.Lo sguardo di Gomorra è la sua più grande novità.
Ogni polemica su quel che Saviano possa aver preso da altri o su quel che "si sapeva già", manca il bersaglio perché non si rende conto che è stato Saviano, solo Saviano, a scorgere in quella materia una portata universale e trovare lo strumento per fare breccia con la sua visione delle cose e con la forza di coinvolgimento del suo racconto. Nessuno prima d'allora era arrivato a mostrare soprattutto questo, a far pervenire soprattutto questo come messaggio, a dirti:"non chiederti principalmente se Totò Riina si è baciato o meno con Andreotti", ma domandati piuttosto chi costruisce casa tua, come vengono raccolti i pomodori con cui fai la salsa, dove e come vengono smaltiti i rifiuti che butti nel bidone dell'immondizia".
Non erano cose di cui si interessava il lettore comune o il pubblico dei media, non erano nemmeno cose che sembravano riguardare da vicino i cosiddetti intellettuali, inclusi quelli impegnati. Pasolini probabilmente ha pagato con la vita il suo lavoro su Petrolio e il suo "Io so" che riguardavano comunque grandi intrecci fra politica e interessi multinazionali, non il subappalto del piccolo cantiere, non la proprietà di una pizzeria, non il racket subito dal negoziante. In breve: non il nostro quotidiano.Su tutto questo c'è stata una sensibilizzazione che forse è l'inizio di qualcosa che cambia.
I giornali non danno solo quell'attenzione a camorra e Casalesi di cui prima godevano solo i mafiosi siciliani (e comunque, per qualsiasi motivo, è preferibile essere informati su due organizzazioni criminali piuttosto che su una sola), ma concedono uno spazio prima impensabile a questioni come le mani dell'ndrangheta sui lavori per l'Expo di Milano (vedi gli articoli su "Corriere" e "Stampa").Noi non siamo Saviano e possiamo fare ben poco per tutelarlo. Ma, senza nessun eroismo, possiamo continuare ad allargare il solco che ha tracciato, continuare a ritenere che ogni indagine sul reale ci riguardi, possiamo trasformare tutto questo in una duratura e normale consapevolezza capace di non essere soltanto qualcosa di effimero: leggere - o scrivere- poesie e inchieste, articoli di cronaca e romanzi. Cambiare definitivamente postura rispetto a questo.
Capire che le nostre democrazie sono congegni imperfetti e fragili, i cui valori e il cui funzionamento possono essere messe in scacco non solo dall'ascesa al potere di un dittatore; che non bisogna arrivare al regime totalitario, per finire per perderne di fatto dei grossi pezzi. Questo paese ne è un esempio particolarmente mal messo, ma la questione di fondo non riguarda solo l'Italia e il suo meridione. E al tempo stesso non dobbiamo nasconderci lo sgomento e il senso di impotenza che ci coglie quando scopriamo che Caserta sembra più lontana da Roma, più altrove, che Parigi o Milano.

Sapere che si possa fare poco. Ma farlo. Di modo che se Saviano se ne va per un po' da un'altra parte, qualcosa di quel che ha aiutato a seminare continui a crescere e a radicarsi anche laddove non c'è mai stato uno specifico interesse per le mafie.E infine, anche se il coraggio è quella cosa che non ci si può dare da soli, sarebbe bello se fossimo capaci a tirarne fuori un po' di più: ovunque, in qualsiasi campo. Non per Roberto Saviano, soprattutto per noi stessi.
di Helena Janeczek, Nazione Indiana