
io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa,che passa da che guevara e arriva fino a madre teresa; passando da malcomx attraverso gandhi e san patrignano arriva da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano.
martedì 16 novembre 2010
Chi si ritiene di sinistra

venerdì 2 luglio 2010
LEGGE BAVAGLIO

La battaglia al malaffare
L'arrivo a sorpresa di Roberto Saviano è stato il momento più forte della manifestazione di ieri a piazza Navona contro la legge bavaglio.
Parole semplici, quelle dell'autore di Gomorra, senza slogan, senza retorica, come la parole di tanti giovani della rete che si sono appassionati a questa battaglia civile, di cittadini, non dei giornalisti.
Parole giuste per togliere la maschera di tutela della privacy a una legge semplicemente e indecentemente liberticida. L'unica tutela che si vuole con questa legge è la privacy del malaffare. L'unica divisione che alimenta nel Paese non è fra destra e sinistra, ma fra "le persone perbene e i banditi". Stavolta l'appello populista, il referendum permanente che è lo stilema del berlusconismo, non funzionano, sono sospesi. Non è il popolo, alle prese con ben altri problemi, a volere una legge scudo per i corrotti contro il lavoro di magistrati e giornalisti. Non è il popolo, nemmeno di destra, a non voler più essere informato sulle case di Scajola, le mazzette di Brancher, sui favori di Dell'Utri agli amici degli amici di Dell'Utri, sulle mille altre ruberie di una classe dirigente corrotta che poi chiede sacrifici ai cittadini per uscire dalla crisi. Sono soltanto loro, i signori del malaffare, ad avere bisogno disperato di uno scudo contro la ricerca della verità, tanto da stravolgere l'agenda parlamentare per approvarlo in fretta e furia, meglio se quando i cittadini sono in vacanza.
Così agiscono appunto i ladri. Tanto più che diventa ogni giorno più difficile darla a bere alla famosa gente, nonostante tutte le loro televisioni e le legioni di giornalisti servi e contenti. È difficile convincere le istituzioni, dal Quirinale alla presidenza della Camera, perfino gli stessi parlamentari della maggioranza, dell'assoluta, quasi sacra urgenza di un'altra guerra di casta contro magistrati e giornalisti nell'Italia dilaniata da disoccupazione e sfiducia.
E' una legge anti-italiana. Sono loro gli anti-italiani, ha detto Saviano. Diffamano l'immagine del nostro Paese all'estero, riducendola a quella di una repubblica delle banane. Per due motivi. Entrambi evidenti dalle reazioni di queste settimane. Il primo è che la classe dirigente al potere non si riconosce nel valore comune della Costituzione. Non esiste d'altra parte una democrazia al mondo dove il governo, sia di destra o di sinistra, attacchi un giorno sì e l'altro pure il patto comune. Il berlusconismo si conferma sempre di più nella sua natura eversiva, ormai apertamente anti-costituzionale. Vengono da un'altra storia, parlano un'altra lingua, hanno altri valori. Hanno altri eroi. Un mafioso assassino e trafficante d'eroina, per esempio. Scambiano l'omertà mafiosa per coraggio, così come scambiano la censura per privacy.
L'altro motivo, strettamente collegato, è che abbiamo al potere la classe dirigente più corrotta dell'Occidente e della storia repubblicana. Non sono impressioni o valutazioni politiche. Sono dati. Ai tempi di Tangentopoli si calcolava che gli italiani versassero alla corruzione politica ogni anno il valore di "un'altra finanzaria". Oggi, secondo la Corte dei Conti, la tassa della corruzione è di sessanta miliardi all'anno, il triplo di una finanziaria.
Questi sono i fatti, che nessun bavaglio ci impedirà di continuare a raccontare. La giornata di piazza Navona è stato un passaggio di una battaglia che continuerà nelle piazze, nelle istituzioni, in Parlamento, sui giornali, sulla rete. Finché non saremo tutti rassegnati all'impunità dei banditi, oppure finché la casta non si arrenderà alle regole della democrazia.
Italia 2 Luglio 2010
Il diritto di raccontare
IO semplicemente volevo essere qui per partecipare, non sono bravo a parlare in piazza. Tutti questi vostri applausi mi tagliano il fiato, però volevo esserci, ma innanzitutto raccontare quello che sta accadendo. Diventa sempre più difficile e sempre più necessario. Come ho cercato anche di scrivere, c'è un grande fraintendimento in questa vicenda. Ci viene raccontato che questa legge difenderà la privacy. La privacy è sacra, è un elemento fondamentale della democrazia, rendere fragile, compromettere la privacy significa in qualche modo compromettere tutto il resto, tutta la struttura che ha una democrazia.

Ma questa legge non difende affatto la privacy. Su questo bisogna essere chiari, semplici, diretti nel raccontare, nel far capire questo. Non è vero che questa legge difende, come è stato detto, le telefonate tra fidanzati. Questa legge ha un unico scopo: impedire che i giornalisti, e non soltanto loro, possano farci conoscere quello che sta accadendo; impedire che il potere possa essere raccontato.
Quindi la privacy che loro vogliono difendere è la privacy degli affari, anzi dei malaffari. Questo è fondamentale capirlo, è fondamentale capire anche un'altra cosa che forse è nel profondo di tutti i visi che sto vedendo, di tutte le persone che sono qui questo pomeriggio, in questa serata infrasettimanale nonostante il lavoro, nonostante il caldo. Ciò che stiamo facendo, ciò state facendo, supera i confini italiani, perché compromettere la libertà di stampa, il racconto, compromette anche la possibilità di indagare in Europa. Ecco, difendere la democrazia qui significa non permettere che possa essere compromessa in Europa.
Quello che stiamo facendo lo stiamo facendo anche e soprattutto in nome di regole universali. Che permettono altrove di raccontare, di essere liberi. Tutt'altro che diffamare il paese, tutt'altro che compromettere l'immagine dell'Italia nel mondo. Insomma, io sono anche convinto che questa battaglia sia trasversale, è una battaglia che non riguarda neanche più le parti politiche. Sono convinto che, in qualche modo, in Italia stia accadendo qualcosa di molto pericoloso e complicato, cioè che si stia iniziando a dividere il paese in persone perbene, indipendentemente dalle idee, e banditi, indipendentemente dalle idee. Mi hanno ferito ieri le parole di Marcello Dell'Utri che per l'ennesima volta ha definito Mangano un eroe. Semplicemente non possiamo far passare queste cose come naturali, come una boutade politica, come una semplice provocazione. È gravissimo, non è pensabile.
L'utilizzo delle intercettazioni, per esempio, ha permesso a molti di raccontare gli affari che riguardano l'imprenditoria criminale che aveva coinvolto Nicola Cosentino, il sottosegretario allo Sviluppo. Se ci fosse stata questa legge-bavaglio non avremmo mai potuto saperlo. Ecco, quello che voglio ribadire è che in qualche modo ci stanno spingendo a dire: "Tanto è tutto uno schifo, è tutto una chiavica", come si dice al mio paese. E questo non bisogna pensarlo, perché è esattamente quello che vogliono.
Resistere è una parola complicata, forse spesso un po' abusata, quasi come la parola amore che se la ripeti troppo spesso, se la spendi troppo insomma, si lercia. In qualche modo resistere oggi significa permettere di raccontare, voi lo racconterete a qualcun altro e qualcun altro ancora a qualcun altro e soprattutto senza avere paura di confrontarsi con gli altri, senza pensare male o criminalizzare chi ha votato in maniera differente, chi la pensa in maniera diversa. Credo che ci sia uno spazio in questo momento per parlare al cuore delle persone. Ieri ero a Viterbo, una città feudo del Pdl eppure c'erano migliaia di persone ad ascoltare delle storie che qualcuno non ha condiviso e qualcun altro sì. Secondo me questo è il momento per parlare al cuore di molte persone e sognare un paese diverso. Danilo Dolci, che era un grande filosofo che visse in Sicilia nonostante fosse settentrionale, diceva che possiamo crescere solo se sappiamo sognare di crescere. Allora io credo che l'Italia potrà crescere solo se iniziamo a sognarla.
ROBERTO SAVIANO
Italia 1 Luglio 2010
mercoledì 30 dicembre 2009
"500mila firme per un'Italia diversa"

ROMA - "Migliaia di persone che chiedono al governo di ritirare una legge non sono una rumorosa minoranza, sono la democrazia". Roberto Saviano ringrazia i lettori di Repubblica. Quel mezzo milione e oltre (ieri sera il conteggio diceva 505.018) che in tre settimane ha firmato il suo appello contro il processo breve. Cinquecentomila nomi e cognomi lasciati su Repubblica. it per dire no alla "norma del privilegio". Perché il disegno di legge sul cosiddetto processo breve è stato fin da subito percepito come l'ennesima "legge ad personam".
Per questo, Saviano, nel suo appello pubblicato per la prima volta il 15 novembre, scriveva così: "Ritiri la legge sul processo breve e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei".
Per scongiurare questo rischio è partita su Repubblica una mobilitazione rilanciata anche dai social network Facebook e Youtube. Il risultato sono oltre mezzo milione di sottoscrizioni. "Cinquecentomila firme sono un risultato incredibile - dice oggi Saviano - la dimostrazione che questa legge non può essere approvata perché moltissime persone la vedono come un pericolo per il diritto e la giustizia". Una "dote" di firme che lo scrittore di Gomorra vorrebbe "consegnare idealmente al presidente del Consiglio e ai presidenti delle Camere". Perché, spiega, "sappiano che c'è un'Italia che non vuole leggi ad personam".
In un messaggio Saviano ringrazia tutti i firmatari dell'appello. Già nei giorni scorsi aveva letto in questa adesione "una voglia di democrazia". "Vi diranno - spiega - che è solo una minoranza e che firmare non costa nulla. Mi piacerebbe rispondere che una firma è la premessa dell'impegno, la voglia di partecipare. Di promettere in qualche modo che il proprio nome è lì a sostenere un'idea di paese diverso, una difesa del diritto e non di un territorio politico. Perché - conclude - la giustizia non è né di destra né di sinistra".
di Mauro Favale
venerdì 18 settembre 2009
Quel sangue del Sud versato per il Paese
venerdì 13 febbraio 2009
Chiedete scusa a Beppino e Eluana Englaro
di Roberto SavianoQui non si tratta di essere per la vita o per la morte. Non è così. Beppino Englaro non certo tifava per la morte di Eluana, persino il suo sguardo porta i tratti del dolore di un padre che ha perso ogni speranza di felicità - e persino di bellezza - attraverso la sofferenza di sua figlia. Beppino andava e va assolutamente rispettato come uomo e come cittadino anche e soprattutto se non si condividono le sue idee. Perché si è rivolto alle istituzioni e combattendo all'interno delle istituzioni e con le istituzioni, ha solo chiesto che la sentenza della Suprema Corte venisse rispettata.
Senza dubbio chi non condivide la posizione di Beppino (e quella che Eluana innegabilmente aveva espresso in vita) aveva il diritto e, imposto dalla propria coscienza, il dovere di manifestare la contrarietà a interrompere un'alimentazione e un'idratazione che per anni sono avvenute attraverso un sondino. Ma la battaglia doveva essere fatta sulla coscienza e non cercando in ogni modo di interferire con una decisione sulla quale la magistratura si stava interrogando da tempo.
Beppino ha chiesto alla legge e la legge, dopo anni di appelli e ricorsi, gli ha confermato che ciò che chiedeva era un suo diritto. È bastato questo per innescare rabbia e odio nei suoi confronti? Ma la carità cristiana è quella che lo fa chiamare assassino? Dalla storia cristiana ho imparato a riconoscere il dolore altrui prima d'ogni cosa. E a capirlo e sentirlo nella propria carne. E invece qualcuno che nulla sa del dolore per una figlia immobile in un letto, paragona Beppino al "Conte Ugolino" che per fame divora i propri figli? E osano dire queste porcherie in nome di un credo religioso. Ma non è così. Io conosco una chiesa che è l'unica a operare nei territori più difficili, vicina alle situazioni più disperate, unica che dà dignità di vita ai migranti, a chi è ignorato dalle istituzioni, a chi non riesce a galleggiare in questa crisi. Unica nel dare cibo e nell'essere presente verso chi da nessuno troverebbe ascolto. I padri comboniani e la comunità di sant'Egidio, il cardinale Crescenzio Sepe e il cardinale Carlo Maria Martini, sono ordini, associazioni, personalità cristiane fondamentali per la sopravvivenza della dignità del nostro Paese.
Conosco questa storia cristiana. Non quella dell'accusa a un padre inerme che dalla sua ha solo l'arma del diritto. Beppino per rispetto a sua figlia ha diffuso foto di Eluana sorridente e bellissima, proprio per ricordarla in vita, ma poteva mostrare il viso deformato - smunto? Gonfio? - le orecchie divenute callose e la bava che cola, un corpo senza espressione e senza capelli. Ma non voleva vincere con la forza del ricatto dell'immagine, gli bastava la forza di quel diritto che permette all'essere umano, in quanto tale, di poter decidere del proprio destino. A chi pretende di crearsi credito con la chiesa ostentando vicinanza a Eluana chiedo, dov'era quando la chiesa tuonava contro la guerra in Iraq? E dov'è quando la chiesa chiede umanità e rispetto per i migranti stipati tra Lampedusa e gli abissi del Mediterraneo. Dove, quando la chiesa in certi territori, unica voce di resistenza, pretende un intervento decisivo per il Sud e contro le mafie.
Sarebbe bello poter chiedere ai cristiani di tutta Italia di non credere a chi soltanto si sente di speculare su dibattiti dove non si deve dimostrare nulla nei fatti, ma solo parteggiare. Quello che in questi giorni è mancato, come sempre, è stata la capacità di percepire il dolore. Il dolore di un padre. Il dolore di una famiglia. Il "dolore" di una donna immobile da anni e in una condizione irreversibile, che aveva lasciato a suo padre una volontà. E persone che neanche la conoscevano e che non conoscono Beppino, ora, quella volontà mettono in dubbio. E poco o nullo rispetto del diritto. Anche quando questo diritto non lo si considera condiviso dalla propria morale, e proprio perché è un diritto lo si può esercitare o meno. È questa la meraviglia della democrazia. Capisco la volontà di spingere le persone o di cercare di convincerle a non usufruire di quel diritto, ma non a negare il diritto stesso. Lo spettacolo che di sé ha dato l'Italia nel mondo è quello di un paese che ha speculato sull'ennesima vicenda.
Molti politici hanno, ancora una volta, usato il caso Englaro per cercare di aggregare consenso e distrarre l'opinione pubblica, in un paese che è messo in ginocchio dalla crisi, e dove la crisi sta permettendo ai capitali criminali di divorare le banche, dove gli stipendi sono bloccati e non sembra esserci soluzione. Ma questa è un'altra storia. E proprio in un momento di crisi, di frasi scontate, di poco rispetto, Beppino Englaro ha dato forza e senso alle istituzioni italiane e alla possibilità che un cittadino del nostro Paese, nonostante tutto, possa ancora sperare nelle leggi e nella giustizia. Sarebbe bello se l'epilogo di questa storia dolorosa potesse essere che in Italia, domani, grazie alla battaglia pacifica di Beppino Englaro, ciascuno potesse decidere se, in caso di stato neurovegetativo, farsi tenere in vita per decenni dalle macchine o scegliere la propria fine senza emigrare. È questa l'Italia del diritto e dell'empatia - di cui si è già parlato - che permette di rispettare e comprendere anche scelte diverse dalle proprie, un'Italia in cui sarebbe bellissimo riconoscersi.
venerdì 16 gennaio 2009
GOMORRA - Roberto Saviano

Il suo primo libro Gomorra (Mondadori) è un bestseller che ha venduto 3.000.000 copie ed è stato tradotto in 50 paesi. È presente nelle classifiche di best seller in Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Francia, Svezia, Finlandia. La letteratura e il reportage sono gli strumenti che Roberto Saviano usa per raccontare la realtà.
Dal 13 ottobre 2006, in seguito al successo del romanzo Gomorra, fortemente accusatorio nei con fronti delle attività camorristiche, ha ricevuto numerose minacce da parte della camorra e vive sotto scorta. Attualmente, per motivi di sicurezza, è costretto a cambiare continuamente dimora.
Da Gomorra sono stati tratti uno spettacolo teatrale, che è valso a Saviano gli Olimpici del Teatro 2008 come miglior autore di novità italiana, e l’omonimo film candidato al premio Oscar come miglior film straniero e premiato a Cannes nel 2008 con il Gran Prix du Jury.
GOMORRA: Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra.
Questo incredibile, sconvolgente viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci "fresche", appena nate, che sotto le forme più svariate - pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi - arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate, si riversano fuori dai giganteschi container per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto, come creature sventrate, private delle viscere. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente "sversate"
nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde - dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi - che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere ma testimoniano utopie farneticanti, pulsioni messianiche, millenarismi oscuri.
Questa è oggi la camorra, anzi, il "Sistema", visto che la parola "camorra" nessuno la usa più: da un lato un'organizzazione affaristica con ramificazioni impressionanti su tutto il pianeta e una zona grigia sempre più estesa in cui diventa arduo distinguere quanta ricchezza è prodotta direttamente dal sangue e quanta da semplici operazioni finanziarie. Dall'altro lato un fenomeno criminale profondamente influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, per cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze a divi del cinema e a creature dell'immaginario, dai gangster di Tarantino alle sinistre apparizioni de Il corvocon Brandon Lee. Figure come Gennarino McKay, Sandokan Schiavone, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo 'o Milionario, se non avessero provocato decine di morti ammazzati potrebbero sembrare in tutto e per tutto personaggi inventati da uno sceneggiatore con troppa fantasia. In questo libro avvincente e scrupolosamente documentato Roberto Saviano ha ricostruito sia le spericolate logiche economico- finanziarie ed espansionistiche dei clan del napoletano e del casertano, da Secondigliano a Casal di Principe, sia le fantasie infiammate che alle logiche imprenditoriali coniugano il fatalismo mortuario dei samurai del medioevo giapponese. Ne viene fuori un libro anomalo e potente, appassionato e brutale, al tempo stesso oggettivo e visionario, di indagine e di letteratura, pieno di orrori come di fascino inquietante, un libro il cui giovanissimo autore, nato e cresciuto nelle terre della più efferata camorra, è sempre coinvolto in prima persona. Sono pagine che afferrano il lettore alla gola e lo trascinano in un abisso dove davvero nessuna immaginazione è in grado di arrivare.
edizioni internazionali di GOMORRA
IL TRAILER DEL LIBRO
martedì 13 gennaio 2009
GOMORRA: quel libro, un gesto politico

L'unica ad avere le idee chiare sull'ardua questione è la camorra. I critici letterari, dopo essersi nei decenni scorsi avvitati intorno ad alti quesiti a cosa serve la letteratura? Ha una funzione politica? Ha un qualche effetto pratico? hanno convenuto che la letteratura è attività che lascia il tempo che trova: appartiene al passato remoto l'illusione che essa possa - illuminismo, romanticismo, verismo, futurismo e neorealismo - contribuire a migliorare il mondo. Ora invece arriva la risposta eloquente, la reazione quasi esplosiva, della camorra: il sapere è potere, e la scrittura, oltre che un'attività, è un'azione. Uccidete insomma l'infame Saviano: Gomorra, è devastante come una battaglia perduta. Nessuna politica aveva mai danneggiato tanto la camorra. La narrativa antimafia di Camilleri? Le bombe delle mafie sono intelligenti: non si ammazza la letteratura se non ha effetti collaterali.
Gomorra è grande letteratura? Si lasci ai critici l'aulico interrogativo, a questi livelli non c'è spazio per la poesia, un impatto simile sulla realtà la letteratura lo sognava da vent'anni. Anche la camorra si ferma alle parole, cioè alle minacce di morte? Se non gliel'avessero impedito, Roberto Saviano, l'inventore di quel savianismo che è alternativo al realismo da conversazione, l'avrebbero spinto ancora più su. Il giovane narratore è quasi salito in cielo, o almeno è andato assai vicino al Polo Nord, all'Accademia dei Nobel, insieme a quel Rushdie che è stato condannato a morte da un tribunale religioso, al cospetto del quale la camorra è una tragedia interpretata da Pasqualino o' Marajà.
La camorra e Kamenei hanno chiaramente manifestato l'intenzione di stroncare un'opera economicamente e religiosamente non condivisa, ma, rispetto ai critici letterari che hanno rimosso l'unità di pensiero e azione, ci mettono un attimo per passare dalla parola alla cosa, in altri termini a stroncare fisicamente gli autori. Non ci sono riusciti, ma nell'attesa si conferma che la stroncatura può in pratica fallire l'obiettivo e al mercato provocare il maggiore successo dell'opera odiata.
lunedì 12 gennaio 2009
GOLDEN GLOBE
mercoledì 7 gennaio 2009
News su Gomorra - il film

GRAZIE A SCORSESE CHE APPOGGERA' LA CANDIDATURA DI GOMORRA AGLI OSCAR STATUNITENSI, MA TANTA DELUSIONE DA UN CAMPIONE DEL MONDO, PALLONE D'ORO, CAMPIONE D'ITALIA (E DI SPAGNA?)
peli sulla lingua quando tocca argomenti non sportivi, ad esempio il capitano della nazionale italiana, sul film Gomorra, ammette che a lui non dispiarebbe che il film italiano, tra i più in assoluto, vincesse il premio Oscar ma di contro vede in Gomorra come quella faccia sporca che etichetta l’Italia come terra di mafiosi e di illegalità. Fabio Cannavaro vive in Spagna, a Madrid, e non nasconde la cattiva pubblicità che l’Italia negli anni si è fatta su questioni legati alla malavita che hanno per il capitano campione del mondo un po fatto perdere l’immagine. sabato 20 dicembre 2008
io sono SAVIANO


lunedì 15 dicembre 2008
Viaggio a Gomorra

mercoledì 10 dicembre 2008
GOMORRA
Oscar Europei: Roberto Saviano miglior sceneggiatore
COPENAGHEN - Europa sotto il segno di Gomorra: il film di Matteo Garrone, tratto dal best seller di Roberto Saviano, ha vinto stasera a Copenaghen, alla cerimonia degli oscar europei, gli European Film Awards, tutto quello che poteva vincere: 5 premi su 5 candidature, miglior film europeo, miglior attore (Toni Servillo, in condomino con il Divo di Paolo Sorrentino), migliore regia, migliore sceneggiatura e migliore fotografia. Per i film 'rivali' tra cui Il Divo di Sorrentino, nulla c'e' stato da fare.
''Dedico la vittoria - ha detto Garrone - alle persone che a Napoli stanno come in guerra, cercando di sopravvivere come in una giungla''. Da 10 anni l'Italia non vinceva il primo premio agli oscar europei, dal '98 della Vita e' bella di Roberto Benigni, e come questo anche Gomorra ha vinto il Grand Prix al Festival di Cannes. Un percorso che sembra portare dritto all'Oscar: il film e' infatti il candidato italiano ed e' gia' considerato tra i favoriti per la cerimonia di Los Angeles del 22 febbraio. ''La cosa che piu' colpisce quando sei nei luoghi in cui ho preparato e girato Gomorra - ha proseguito Garrone - e' che tante persone che vivono li' sono quasi inconsapevoli, non hanno reale coscienza della loro condizione. Sono in una zona grigia dove si confonde legale e illegale e fin quando non si lavorera' abbastanza su istruzione e disoccupazione ad esempio, la camorra continuera' a vivere all'interno di quella realta'. Tanti premi cosi' non me li aspettavo di certo, ma li ritengo una conferma che il film riesce a comunicare emozioni forti anche a chi non e' italiano''.
Gomorra e' un'opera che ormai travalica il cinema, e' un fenomeno che e' riuscito a interessare tanti paesi grazie alla potenza del linguaggio e ai temi trattati, al mondo spietato del 'sistema' camorra cosi' tragicamente realistici. Paolo Sorrentino regista de Il Divo, ha assistito alla vittoria di Garrone quasi con rassegnazione, ''non e' una sfida'' ha continuato a dire. Da Cannes i due film duellano, rivali loro malgrado, entrambi pero' simbolo di riscossa internazionale del cinema italiano, uniti dallo stesso attore, Toni Servillo, che ha vinto il premio per entrambi i film. ''Questo film, come il libro, non puo' cambiare le cose nei territori in mano alla camorra - ha detto Garrone - perche' le cose si cambiano attraverso il lavoro dei politici. Noi abbiamo dato strumenti al pubblico per capire certe dinamiche, il successo del film e del libro ci dimostra che il messaggio e' arrivato. Ma non oltre questo compete a noi''.
Quanto a Servillo, arrivato oggi da San Pietroburgo dove domani sera debuttera' con la trilogia della Villeggiatura di Goldoni, ''non e' stato difficile interpretare entrambi i ruoli di questi film: da una parte e' un caso che io li abbia fatti insieme, dall'altra no perche' con Garrone e Sorrentino condivido - ha proseguito Servillo - un profilo culturale, un orizzonte artistico che ha determinato le mie scelte. Mi fa molto piacere che questi film tornino a occuparsi della complessita' del reale, con un linguaggio molto personale''.
I tanti premi stasera a Gomorra saranno ulteriore veicolo per la distribuzione del film: ne e' convinto il produttore Domenico Procacci che con la Fandango, Rai Cinema e il contributo del ministero per i Beni Culturali ha realizzato il film. Alla cerimonia di premiazione, al Forum di Copenaghen c'erano stasera i principi di Danimarca Frederik e Mary, il commissario europeo Viviane Reding e tanti nomi appartenenti a quel club europeo del cinema di qualita' che e' sostanzialmente la European Film Academy presieduta da Wim Wenders. Oltre che per Gomorra, gli applausi piu' calorosi con standing ovation sono andati alla signora del cinema inglese Judy Danch, premiata alla carriera, e ai fondatori del gruppo danese Dogma guidati da Lars von Trier.
di Alessandra Magliaro, Ansa
7 dicembre 2008
martedì 2 dicembre 2008
LETTURE

Leonardo Sciascia diceva:
"I mafiosi odiano i magistrati che ricordano".
I Casalesi odiano anche gli scrittori
che fanno conoscere a tutto il mondo
il loro vero volto.
Franco Roberti - Coordinatore DDA di Napoli
Il primo libro di Rosaria Capacchione - giornalista de Il Mattino, il più importante quotidiano del Mezzogiorno, la più informata e attenta alle questioni della camorra casertana - fa proprio questo.
Insegna al cittadino ignaro, lettore italiano o straniero, che anche nella propria piccola città possono esserci i camorristi della provincia di Caserta. Che non contano più solo i morti ammazzati a Caserta e dintorni, ma anche le decine di migliaia di attività commerciali, economiche, industriali che esistono nel mondo e che in qualche modo risalgono ai camorristi della provincia di Caserta. Camorristi che, con uno slang bruttissimo – perché infanga un intero popolo - vengono spesso definiti Casalesi.
E così attraverso le pagine de “L’oro della Camorra” il lettore impara a conoscere i camorristi della provincia di Caserta attraverso il guardaroba, le proprietà, il matrimonio, gli affari di Pasquale Zagaria, mente economica e fratello dell’attuale reggente dei Casalesi Michele “Capastorta”. Se ne uccide più la penna che la spada, L’Oro della camorra produrrà una carneficina, perché il libro insegna a tutti – anche agli inconsapevoli e distratti cittadini d’Italia che pensano di stare tranquilli a Bolzano o ad Adria – che la camorra della provincia di Caserta è dovunque, anche quando zuccheriamo il caffè al bar o compriamo il latte per la colazione dei figli la mattina.
L’Oro della camorra ha anche un altro pregio: è esemplificativo del modo di pensare della giornalista Capacchione. Per chi ha avuto a che fare con Il Mattino a Caserta - e tra i giornalisti tutti, chi più chi meno ha varcato la soglia di quella redazione – la Capacchione è sempre stato un personaggio mitico ma con cui pochi difficilmente si sono intrattenuti a parlare a lungo. Normalmente, infatti, è sempre presa dal lavoro, che nel Casertano, per chi segue la cronaca, certo non manca. Chi ha avuto modo di stare un po’ di più in quella redazione, però, ha avuto la possibilità di capire che la cronista d’assalto de Il Mattino non è per nulla d’assalto. Bastava pensare a quando passava per il giornale un vecchio agente letterario sempre carico di novità editoriali. I maggiori acquisti erano i suoi. E giù poi a consultare testi e documenti per rendere sempre più ricchi e sistematici i suoi servizi giornalistici.
Così è anche L’oro della camorra. Ricco di informazioni, documentato, con citazioni di esperti della materia e di atti giudiziari. La conoscenza ci fa consapevoli. Speriamo che grazie anche a L’Oro della camorra, ci siano più italiani e stranieri – attendiamo la traduzione – consci che la camorra della provincia di Caserta è un male da combattere subito e fino alla radice.
L'ORO DELLA CAMORRA
Rosaria Capacchione
Rizzoli, Bur: Futuropassato
Prima edizione: 2008
Euro: 10
giovedì 27 novembre 2008
Quelli che...
... se la sono cercata?martedì 11 novembre 2008
MIRIAM MAKEBA, morta nella Soweto d'Italia.
Cosa è il blues?, si chiede lo scrittore afroamericano Ralph Ellison. Il blues è quello che i neri hanno al posto della libertà. Dopo aver saputo della morte di Miriam Makeba, mi è subito venuta in mente questa frase.
Mama Africa è stata ciò che per molti anni i sudafricani hanno avuto al posto della libertà: è stata la loro voce. Nel 1963 ha portato la propria testimonianza al comitato contro l'apartheid delle Nazioni Unite. Come risposta il governo sudafricano ha messo al bando i suoi dischi e ha condannato Miriam all'esilio. Trent'anni d'esilio. Da quel momento la sua biografia si è fatta testimonianza di impegno politico e sociale, una vita itinerante, come la sua musica vietata. 'O massim

mercoledì 29 ottobre 2008
"Siamo Tutti Saviano?"

