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mercoledì 14 dicembre 2011

Enrico Berlinguer!!!!


"Non si può rinunciare
alla lotta per cambiare ciò che non va.
Il difficile, certo, è stare in mezzo alla mischia
mantenendo fermo un ideale
e non lasciandosi invischiare negli aspetti più o meno deteriori che vi sono in ogni battaglia.
Ma alternative non ne esistono."
(Enrico Berlinguer)

sabato 19 novembre 2011

Ugo Foscolo




"Noi abbiamo chierici monaci, e non preti, perchè la chiesa è un'amministrazione in cui la religione si prostituisce.
L'Italia ha nobili, non patrizi, perchè questi sanno combattere e non governare, e il fasto dell'ozio è la sola gloria della nostra nobiltà.
Abbiamo plebei, non cittadini, uomini che coltivano le professioni liberali, e verun ordine sociale che sia animato dallo spirito di libertà"
Discorsi “Della servitù dell’Italia” 1815

domenica 6 novembre 2011

Mio fratello Massimo Troisi

"Quando Massimo cominciò a muovere i primi passi in teatro, mio padre non la prese di buon grado. Non avrebbe mai pensato che ce l'avrebbe fatta a sfondare e gli ripeteva sempre: "Ma può essere mai che ti pigliano proprio a te?". E invece sì, alla fine era successo. Nostro padre era felice anche se era continuamente in apprensione per la sua salute e brontolava vedendolo sempre in viaggio. Massimo dal canto suo, pigro come era, scriveva e telefonava
di rado. Mi viene in mente una cartolina che Massimo ci spedì dal Costa Rica. Un paesaggio deserto in cui non si vede nulla se non una distesa di sabbia e mare. Evidentemente il senso di colpa per non essersi fatto vivo da laggiù non gli stava dando tregua e cercò di metterlo a tacere con una della sue trovate: "Vedete telefoni qui?"."



ERA una sera del 1953. Avevo otto anni ed ero stata accolta nel lettone di mia zia, che dormiva nella stanza da letto attaccata a quella dei miei genitori.
Mentre tendevo l'orecchio per capire cosa stava accadendo dall'altra parte della parete, all'improvviso sentii la voce gioiosa di nonno Pasquale che esclamava: "'O purciell'! 'O purciell'!". Era nato mio fratello. Pesava cinque chili e il nonno fu il primo a prenderlo fra le braccia. Era un bambinone pieno di vita e aveva sempre così tanta fame che presto il latte di mia madre cominciò a non bastare più. Lei si arrese a integrarlo con quello in polvere e poiché persino la capienza del biberon stava diventando insufficiente, lo sostituì con una bottiglia di birra, su cui applicò un ciucciotto. Da lì Massimo iniziò a poppare, crescendo forte e robusto. Custodisco gelosamente una vecchia foto di giornale un po' sbiadita: è una pubblicità della Mellin, il latte in polvere che ha nutrito generazioni di bambini. Il piccolo testimonial è proprio Massimo. Quando aveva pochi mesi, nostra madre aveva provato per gioco a inviare la sua foto e loro l'avevano
pubblicata, con sua grande sorpresa e immenso orgoglio.

Palazzo Bruno
Massimo è nato a San Giorgio a Cremano, piccolo paese stretto tra il mare e il Vesuvio, un posto fuori mano, che allora più che mai era una periferia all'ombra di Napoli. Abitavamo in quello che chiamavano 'o palazz'e Bruno miezz'e Tarall, un palazzone di sei piani rimasto in piedi fino al 1978. Vi erano lunghi ballatoi su ognuno dei quali si affacciavano le porte di due appartamenti. Nel nostro, al terzo piano, abitavano anche i nonni e gli zii. Siamo cresciuti molto uniti e la famiglia ha avuto per noi valore al di sopra di tutto, facendoci sentire forti e invincibili. Ancora oggi è evidente quanto ci assomigliamo nei comportamenti, nei gesti, nelle espressioni. Io, Massimo, Annamaria, Vincenzo, Luigi e Patrizia: sei fratelli cresciuti senza merendine e con giochi inventati. Fra di noi si creavano alleanze a seconda delle età e Massimo per esempio era molto legato a Patrizia, la più piccola. Avevano l'abitudine di giocare con una palla di carta nella camera da letto dei nostri genitori. Quando facevano cadere i pendenti del lampadario con le pallonate, Massimo e Patrizia diventavano complici e anche quando di quei pendenti ne rimasero solo due, nessuno di loro avrebbe mai confessato. La complicità fra me e Massimo passava attraverso altre forme di condivisione. Entrambi, fin da bambini, siamo stati molto curiosi di quello che succedeva nel mondo. Mio padre, ferroviere, di ritorno dal lavoro portava a casa le riviste e i quotidiani che i viaggiatori abbandonavano sui sedili dei treni. Noi allora facevamo a gara a chi riusciva a leggere più notizie memorizzando anche i particolari più marginali della cronaca.

Arrivano i mostri
Noi ragazzi stavamo crescendo ed era sempre più complicato vivere nei ristretti spazi della casa di piazza Tarallo. Così, nel 1956 ci trasferimmo in via Cavalli di bronzo, a pochi metri dalla piazza principale del paese. Fu in quel periodo che Massimo iniziò a coltivare la sua passione per il calcio. I finestroni della nuova casa affacciavano su uno spiazzo incolto e su quel campetto polveroso lui trascorreva tutto il tempo che poteva. Se in quel periodo gli avessero chiesto cosa avrebbe fatto da grande, avrebbe risposto il calciatore. Questo sport era del resto una passione per tutti i miei fratelli, cresciuti con un padre ex calciatore e una madre tifosa. Massimo giocava nel ruolo di terzino e papà si guardava bene dal far trasparire il suo entusiasmo per non fargli montare la testa, ma nei suoi occhi si leggeva grande orgoglio per quel piccolo calciatore così pieno di grinta e di talento. La passione per il pallone sottraeva decisamente a Massimo il tempo che avrebbe dovuto dedicare ai libri di scuola. Ripeté la seconda media per tre volte e cominciò a disamorarsi della scuola. Mi viene in mente Salvatore, un suo compagno di scuola che abitava nel nostro palazzo. Veniva portato in palmo di mano da tutti perché era il primo della classe e per Massimo era un tormento sentirsi mettere di continuo a confronto con lui. Dello spauracchio di Salvatore rimane traccia in Ricomincio da tre, nella scena in cui Gaetano racconta a Frankie di un bambino prodigio che gli aveva rovinato l'infanzia. Quel mostro sapeva le tabelline a memoria, conosceva le capitali di tutto il mondo e suonava perfino il pianoforte. I genitori avrebbero dovuto tenerlo insieme ai "mostri" come lui - concludeva Gaetano con una riflessione che Massimo doveva aver fatto tante volte da bambino - piuttosto che fargli rovinare la vita agli altri.

Voglio una bicicletta
In quel periodo i nonni materni abitavano con noi. Era la casa della "compagnia stabile", come Massimo aveva definito la nostra famiglia. E davvero in famiglia non mancavano mai spunti esilaranti. Mi è rimasto impresso nella memoria uno dei primi spettacoli che Massimo fece per noi quando aveva circa sei anni. Era la festa della Befana e come ogni anno nostro padre aveva portato a casa i regali che le Ferrovie dello Stato destinavano ai figli dei dipendenti. Negli anni i miei fratelli si erano visti recapitare sempre e solo trenini elettrici, così Massimo aveva deciso di scrivere una lettera alla Befana chiedendole, una volta per tutte, di portargli una bicicletta. Ma ecco che quel 6 gennaio arrivò l'ennesimo trenino. Con grande divertimento del suo piccolo pubblico familiare, Massimo inscenò allora il suo primo mini-sketch: "Ma chest è scema proprio? Ma io l'ho scritto accussì bell': VOGLIOUNABICICLETTA. E chella che ffa? M' porta n'atu treno? Chest s'è rimbambita!".

Un altro De Filippo
Un giorno si presentò l'occasione che consentì a Massimo di mettersi alla prova. Ce lo vedemmo tornare da scuola con gli occhi sgranati e il visino accaldato, il grembiulino blu come al solito stropicciato e il colletto di piqué bianco tutto storto. Era euforico come quando tornava vittorioso da una partita di calcio. Ci annunciò tutto fiero che era stato scelto per interpretare il ruolo di Pinocchio nella recita di fine anno della quinta elementare. Era la prima volta che Massimo riusciva a liberarsi della sua timidezza e con quel debutto cominciò a esplorare la sua predisposizione per la scena. In seguito, quando gli chiedevano come nascevano i suoi sketch, lui rispondeva: "A scuola, mentre 'o professore spiega Dante e Machiavelli". Una volta si esibì in un monologo in un'assemblea di protesta per il mancato riscaldamento delle aule e il vicepreside andò via commentando: "Sta facendo l'attore! È uscito un altro De Filippo!".

La scuola andava male a lui
Il periodo della scuola superiore fu per Massimo il momento in cui iniziò a vivere intensi rapporti d'amicizia. Indimenticabili le scarrozzate al colle di Sant'Alfonso, ammassati nella vecchia utilitaria di qualche compagno di classe più benestante. La meta preferita era la spiaggia. Arrivavano con i libri ingombranti sottobraccio, le scarpe in mano e i calzoni arrotolati e poi, come per magia, riusciva sempre a sbucare fuori un pallone. Quando arrivava l'estate cominciavano i primi bagni. Una volta, uscito dall'acqua Massimo non ritrovò più i suoi vestiti. La cosa peggiore era che gli avevano rubato anche le chiavi di casa e la tessera dell'abbonamento al treno. La preoccupazione principale era di non farlo sapere a nostro padre, e così un suo amico venne a casa di nascosto a prendere un cambio per Massimo.
Non è difficile intuire quanto la sua carriera scolastica sia stata lenta e difficoltosa. Il suo professore di lettere fu uno dei pochi a cogliere nel segno e nel ricordare Massimo una volta scrisse: "Non era lui che andava male a scuola. Era la scuola che andava male a lui. La sua fantasia rompeva i muri, i vetri, le pareti di quell'ambiente. Lui si realizzava fuori".

Lo zio fa l'attore
Massimo era molto legato ai suoi nipoti. Nel '77, quando nacque mia figlia Lynda, le scrisse un tenero biglietto come augurio di benvenuto al mondo, in un'epoca decisamente poco rassicurante. Continua a custodirlo come un tesoro, lei che insieme ai suoi cugini è cresciuta abituandosi a riconoscere in televisione l'immagine di quello zio famoso. Ma per tutti loro non c'era differenza fra l'immagine sullo schermo e quella dello zio affettuoso e paziente con cui si divertivano a giocare a casa. Noi adulti, poi, chiarivamo sempre che quello che veniva a trovarci non era l'attore: quello che girava per casa in pigiama, che discuteva a tavola con noi o che si appartava per ore intere al telefono, insomma, era sempre zio Massimo.

Sollevo lo sguardo in quella che un tempo era stata la sua cucina. Mi guardo attorno mentre sto scrivendo sul suo tavolo, ora ingombro di fogli, fotografie, appunti sparsi ed è come se questo spazio così pieno di lui non possa ammettere la sua assenza. Lo rivedo per un attimo seduto al suo posto a capotavola. Per me è come se fosse ancora lì.
dI ROSARIA TROISITratto da Repubblica.it 6 Novembre 2011

giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs




1955 - 2011

"L'unico modo di fare un ottimo lavoro è amare quello che fai. Se non hai ancora trovato ciò che fa per te, continua a cercare, non fermarti, come capita per le faccende di cuore, saprai di averlo trovato non appena ce l'avrai davanti. E, come le grandi storie d'amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continua a cercare finché non lo troverai. Non accontentarti. Sii affamato. Sii folle.
Negli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: "Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?". E ogni qualvolta la risposta è no per troppi giorni di fila, capisco che c'è qualcosa che deve essere cambiato".

Thank you Steve!


sabato 4 giugno 2011

Massimo Troisi

A Massimo Troisi
Non so cosa teneva "dint’a capa",
intelligente, generoso, scaltro,
per lui non vale il detto che è del Papa,
morto un Troisi non se ne fa un altro.

Morto Troisi muore la segreta
arte di quella dolce tarantella,
ciò che Moravia disse del Poeta
io lo ridico per un Pulcinella.

La gioia di bagnarsi in quel diluvio
di "jamm, o’ saccio, ’naggia, oilloc, azz!"
era come parlare col Vesuvio,
era come ascoltare del buon Jazz.

"Non si capisce", urlavano sicuri,
"questo Troisi se ne resti al Sud!"
Adesso lo capiscono i canguri,
gli Indiani e i miliardari di Hollywood!

Con lui ho capito tutta la bellezza
di Napoli, la gente, il suo destino,
e non m’ha mai parlato della pizza,
e non m’ha mai suonato il mandolino.


O Massimino io ti tengo in serbo
fra ciò che il mondo dona di più caro,
ha fatto più miracoli il tuo verbo
di quello dell’amato San Gennaro.

Roberto Benigni

sabato 21 agosto 2010

Addio Ferribotte!

il cinema piange Tiberio Murgia

E' morto il caratterista ottantunenne scoperto da Monicelli. Nato in Sardegna, promessa del Pci "bruciata" da una relazione proibita, fu reso famoso dai ruoli di (finto) siciliano, con la voce doppiata...



ROMA - E' stato un volto celebre del cinema, uno dei più noti caratteristi della commedia all'italiana. Tiberio Murgia se ne è andato: è morto ieri all'età di 81 anni, in una casa di cura per anziani di Tolfa, in provincia di Roma. Una scomparsa che lascia il segno. Perché è anche grazie a quelle facce un po' così come la sua, al suo nome non troppo noto al di là della ristretta cerchia degli appassionati, che i film cult della nostra filmografia hanno avuto tanto successo. Come è avvenuto per il suo ruolo forse più famoso: Ferribotte, il siciliano focoso dei Soliti ignoti.

Ed è un'ironia della sorte, questa. Perché Murgia era sì isolano, ma di un'isola molto diversa dalla Sicilia: la Sardegna. Era nato infatti a Oristano nel 1929, da una famiglia con pochi mezzi. La sua è una giovinezza tumultuosa, rispetto alla morale dell'epoca: fa il manovale, poi il venditore ambulante dell'Unità, poi viene mandato dal partito a frequentare la famosa scuola delle Frattocchie. Tornato a casa, la relazione con una "compagna" provoca scandalo nel Pci, tanto da costringerlo a emigrare. Dopo un'altra serie di peripezie, e di relazioni sentimentali extraconiugali, si ritrova a lavorare in una trattoria di Roma. Ed è qui che lo nota un regista dall'intuito straordinario come Mario Monicelli. Che resta affascinato, cinematograficamente parlando, da quella sua faccia molto meridionale e molto da sciupaffemine. Tanto da affidargli, nel 1958, il ruolo di Ferribotte (storpiatura di ferry boat, il traghetto che unisce la Sicilia al continente) nei Soliti Ignoti.

Malgrado la presenza di star come Totò, Murgia non passa inosservato. Ma questo lo condanna anche a ripetere, quasi all'infinito, quel chiché. Le sue apparizioni, sempre come caratterista, sono comunque numerose: oltre ai sequel L'audace colpo dei soliti ignoti e I soliti ignoti vent'anni dopo, vanno ricordati La grande guerra (1959, sempre con Monicelli), Caccia alla volpe (1966, regia di Vittorio De Sica), La ragazza con la pistola (1968, ancora diretto da Monicelli, al fianco di Monica Vitti). Poi ci sono i suoi ruoli in pellicole più commerciali: da Il giorno più corto con Totò a L'onorata società con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Con gli anni Settanta, arrivano anche la partecipazioni al filone erotico della commedia all'italiana, che in quel periodo vive il suo exploit.

Col passare del tempo Murgia resta attivo, apparendo in film di vario tipo. Vale la pena ricordare, fra i tanti, almeno Operazione Pappagallo (1988), opera prima del regista romano Marco Di Tillo: non tanto per il valore della pellicola, ma perché, per la prima volta, non viene doppiato ma parla con la sua voce. Dall'inflessione decisamente sarda: altro che siciliano...

Nel nuovo Millennio, infine, Murgia appare al fianco di Nino Manfredi in Una milanese a Roma, recita in Ribelli per caso di Vincenzo Terracciano e in Chi nasce tondo di Alessandro Valori, accanto a Valerio Mastandrea. Recentissimamente, in tv, ha preso parte a Tutti pazzi per amore 2: un modo allegro, leggero leggero, per concludere la sua carriera da faccia un po' così.

giovedì 2 luglio 2009

Michael Jackson


thanks michael..

you are the one forever... we'll miss you..

king of kings

mercoledì 1 aprile 2009

RINO GAETANO



/« C'è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno!
Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni!
Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera!
Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale!
E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta. »
(Rino Gaetano ad un concerto prima di cantare Nuntereggae più nel 1979)
/Rino Gaetano, pseudonimo di Salvatore Antonio Gaetano (Crotone, 29 ottobre 1950 – Roma, 2 giugno 1981), è stato un cantautore italiano. Nato a Crotone, in Calabria, Rino Gaetano si trasferisce a Roma all'età di dieci anni, per motivi legati al lavoro dei suoi genitori, e nella città capitolina vive per tutto il resto della sua vita, in Via Nomentana Nuova, nel quartiere di Monte Sacro, nei dintorni di piazza Sempione.
Dopo le prime esibizioni al Folkstudio, viene scoperto da Vincenzo Micocci, e il debutto discografico avviene nel 1973: con lo pseudonimo di Kammamuri's, pubblica per la It il 45 giri I Love You Marianna (sul lato B Jaqueline); prodotto da Antonello Venditti e Piero Montanari. I Love You Marianna potrebbe far pensare alla marijuana ma in realtà qui Rino, pur giocando sul doppio senso, si riferisce all'affetto che lo lega alla nonna Marianna, con la quale giocava da bambino. In quegli anni il cantante stringe una particolare amicizia con alcuni dei colleghi sotto contratto con la It di Vincenzo Micocci, ancora poco noti, quali i cantautori Francesco De Gregori, Lucio Dalla, l'attore Marco Messeri.
Nel 1974 pubblica il suo primo album, Ingresso libero, che non ottiene tuttavia particolari riscontri di vendita né di critica, pur mostrando già i segni dello stile estroso, provocatorio e innovativo che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera. Tra i brani presenti ci sono Ad esempio a me piace il sud, canzone già nota perché incisa l'anno precedente da Nicola Di Bari con un testo leggermente diverso, e I tuoi occhi sono pieni di sale.
Il successo arriva l'anno dopo con il 45 giri Ma il cielo è sempre più blu.
Nel 1978 Rino Gaetano partecipa al Festival di Sanremo con la canzone Gianna, piazzandosi al terzo posto, alle spalle dei Matia Bazar e di Anna Oxa. Inizialmente Rino Gaetano non vuole presentarsi al Festival, manifestazione nel cui spirito non si riconosce, ma viene poi in qualche modo convinto dalla sua casa discografica, la It. Decide allora di presentarsi col brano Nuntereggae più perché considera Gianna troppo commerciale e perché, a suo parere, si tratta quasi di una brutta copia di Berta filava. Poi però, poco tempo prima dell'inizio del Festival Rino decide di portare sul palco Gianna, un brano che, grazie anche al trampolino di Sanremo, ottiene un grande successo e rimane per numerose settimane al primo posto nella classifica dei 45 giri più venduti in Italia. Sul lato B di quel disco c'è il brano Visto che mi vuoi lasciare.
Artista estremamente poliedrico, nel 1981 recita nel Pinocchio di Carmelo Bene a Roma nel ruolo della volpe.
La carriera e la vita di Rino Gaetano si interrompono tragicamente il 2 giugno 1981 a soli trent'anni, in un incidente stradale che avviene a Roma, sulla via Nomentana, nei pressi del quartiere Trieste. Pochi giorni prima della tragedia, Rino rimane coinvolto in un altro incidente automobilistico dal quale esce miracolosamente illeso. La sua auto, una Volvo 343, è completamente distrutta e lui ne acquista subito un'altra uguale.
Il secondo incidente invece si rivela fatale: la vettura nuova di zecca si schianta contro un camion lungo via Nomentana all'altezza dell'incrocio con via Carlo Fea. Pur prontamente soccorso, in fin di vita, il cantante viene rifiutato da ben cinque ospedali, una circostanza sorprendentemente simile a quella narrata in uno dei suoi primi testi, "La Ballata di Renzo", eseguita dal cantautore durante le sue prime esibizioni al Folkstudio. Muore per la gravità delle ferite riportate, per giunta a pochi giorni di distanza dalla data fissata per il suo matrimonio. È sepolto a Roma, al cimitero del Verano.
« ...vedo già la mia salma portata a spalle da gente che bestemmia che ce l'ha con me... »
(da Al Compleanno Della Zia Rosina, 1976 - Rino Gaetano)




lunedì 16 marzo 2009

Giuseppe Di Vittorio

/E' stato un politico e sindacalista italiano./

Fra gli esponenti più autorevoli del sindacato italiano del dopoguerra, a differenza di molti altri sindacalisti non fu un operaio, ma un contadino, nato da una famiglia di braccianti di Cerignola, la categoria sociale più numerosa di quei tempi in Puglia, che lavorava presso i marchesi Rossi. Già negli anni dell'adolescenza aveva iniziato un'intensa attività politica e sindacale; a 15 anni fu tra i promotori del Circolo giovanile socialista di Cerignola, mentre nel 1911 passò a dirigere la Camera del Lavoro di Minervino Murge; in seguito avrebbe diretto anche la Camera del Lavoro di Bari, dove organizzò la difesa della sede dell'associazione, sconfiggendo gli squadristi fascisti di Caradonna insieme con ex ufficiali legionari di Fiume, socialisti, comunisti, anarchici e Arditi del Popolo.
Al centro dei problemi del lavoro c'era allora in Italia, come oggi, la questione meridionale. Nel 1912 Di Vittorio entrò nell'Unione Sindacale Italiana, arrivando in un anno nel comitato nazionale. Così come alcuni membri del sindacalismo rivoluzionario egli fu "interventista" riguardo alla prima guerra mondiale, a detta di Randolfo Pacciardi, smentito da Di Vittorio stesso in una intervista a Felice Chilanti.
Di Vittorio, a cui amici ed avversari riconobbero unanimi un grande buonsenso ed una ricca umanità, seppe farsi capire, grazie al suo linguaggio semplice ed efficace, sia dalla classe operaia, in rapido sviluppo nelle città, sia dai contadini ancora fermi ai margini della vita economica, sociale e culturale del Paese. Lui stesso era un autodidatta, entrato nella lotta sindacale e politica giovanissimo, inizialmente come socialista e successivamente – dal 1924, tre anni dopo la scissione di Livorno del 1921,e sempre nel 1921 viene eletto deputato mentre è detenuto nelle carceri di Lucera. La elezione a deputato avviene in circostanze del tutto eccezionali. Esse ci offrono un quadro della situazione non solo personale, ma ci indicano lo scontro sociale in atto tra la fine del 1920 e la metà del 1921. Condannato dal tribunale speciale fascista a 12 anni di carcere, nel 1925, riuscì a fuggire in Francia dove aveva rappresentato la disciolta Confederazione Generale Italiana del Lavoro nell'Internazionale dei sindacati rossi. Dal 1928 al 1930 soggiornò in Unione Sovietica e rappresentò l'Italia nella neonata Internazionale Contadina per poi tornare a Parigi ed entrare nel gruppo dirigente del PCI.

domenica 1 marzo 2009

l'inutile guerra tra D'Alema e Veltroni


"Il tempo in cui a governare erano gli uomini e non le leggi è finito"
B. Obama

Il mondo è molto cambiato nei vent'anni che la sinistra italiana ha speso nei litigi tra Walter Veltroni e Massimo D'Alema. Una guerra mai dichiarata apertamente, come sarebbe stato giusto. Una mozione di qua, una di là, e chi vince, poi comanda davvero. Una guerra personale di stili, di caratteri non tanto di argomenti. In vent'anni non si è mai ben capito su quali questioni concrete i due fossero in disaccordo.

Entrambi convinti della possiblità di dialogo con Berlusconi, nonostante le lampanti prove negative. Entrambi assai timidi nel rivendicare la laicità dello Stato, moderati in politica economica, ossessionati dal non sembrare troppo "antiberlusconiani" o radicali su qualsiasi tema, infastiditi dai movimenti.

Dovendo scegliere, come tutti gli elettori di sinistra, fra la zuppa e il pan bagnato, ho preferito la zuppa buonista. Veltroni è stato il migliore della sua generazione, il più moderno il più aperto al cambiamento. L'unico dirigente di sinistra, incusa quella estrema, profondamente convinto che la politica sia altra cosa dal salotto di Bruno Vespa.

A parte questo lo preferivo perchè voleva il Partito democratico già nel 1996, subito dopo la prima vittoria di Prodi. Fu D'Alema a mettersi di traverso, ritardando di oltre un decennio il cammino del centrosinistra. Ma questo è il passato. Ed è un sollievo che sia il passato.

Ora c'è soltanto da sperare che l'elettorato di sinistra non sia più chiamato a scegliere fra due personalità, due stili, due immagini, ma fra due programmi ben distinti. Al discorso del giuramento Barack Obama ha detto:

"il tempo in cui a governare erano gli uomini e non le leggi è finito".

Ecco un programma, lungo appena una frase, che vale più di centinaia di pagine.

I cittadini sono stanchi di risse fra galli. Aspettiamo tutti un leader dell'opposizione che dica non come la pensa sul suo rivale interno, ma quali sono le tre, quattro, cinque cose da fare subito, per fronteggiare la crisi economica, quali sono le proposte sui diritti civili, il voto degli immigrati, il testamento biologico.

Che poi sia bello o brutto, giovane o vecchio, maschio o femmina, biondo o bruno, milanese o barese, amico di Fiorello o Colannino, onestamente a chi interessa?
di Curzio Maltese

Pubblicato su Venerdì di Repubblica _27 feb 2009

domenica 1 febbraio 2009

My Amalfi Coast di Amanda Tabberer

My Amalfi Coast is a loving memoir of the place Amanda called home for so many years, and a guide packed with insider's tips on where to eat, stay, shop and visit. Amanda takes us to the very heart of a region where the splendour of the scenery is more than matched by the warmth and charm of the people. We tour the caostal towns that are strung across the cliffs like exotic baubles, with their Moorish cupolas, gelato-coloured houses and knee-shakingly steep hills. We bask on the beaches and drift across the azure waters of the Mediterranean. We explore the countryside, with its buffalo, vineyards, lemon groves and ancient ruins, and experience the rhythm of local life as determined by the tides, the long lunches, the arrival of the tourists for the summer and the endless round of festivals.
Along the way we are invited to share Amanda's own story: the holiday that led to a love affair, which in turn inspired her to trade a glamorous fashion career in Florence for bare feet, a bikini and a beautiful man in the jewel-like town of Positano. We meet the family who take her into their home and their beachside restaurant, where she waits tables and rubs shoulders with the patrons - an eclectic mix of celebrities, tourists and local eccentrics. We follow Amanda as she becomes a mother, business owner, and bona fide local, before finally making the decision to return to Australia.
Beautifully photographed by Carla Coulson, My Amalfi Coast is a warm and initmate account of one of the world's most spectacular coastal regions, and of a culture that knows how to appreciate the things that truly matter in life.
"Open up this work of love on any page, and you'll smell the fresh grilled mozzarella on lemon leaves and feel the warmth of the Neapolitan sun on your face. Lucky for Amanda to have loved this fairytale life, and lucky for us to be able to enjoy it vicariously through her vivid descriptions and the gorgeous photos."

Patricia Schultz, author of 1000 Places to See Before You Die ( Workman Publishing)

My Amalfi Coast è un libro/memoria illustrato, scritto con grande passione verso tutti i luoghi della Costa d'Amalfi da Amada Tabberer, illustre ospite della nostra terra.
Amalda racconta dei luoghi da Lei amati, lo fa raccontando la sua esperienza di vita nella Costa d'Amalfi.
Nel libro troverete splendide foto della nostra Costiera ed inoltre bellissime pagine e parole su Praiano. Un ulteriore spunto per il turista e per quanti sono fieri di essere cittadini di Praiano e della Costiera Amalfitana.

E' possibile visionare il libro presso l'Ufficio Informazioni Turistiche di Praiano.

My Amalfi Coast è in vendita presso

Feltrinelli di Napoli in via S. Caterina a Chiaia, 23 (ang. piazza dei Martiri) costo € 28.00

mercoledì 17 dicembre 2008

RAFFAELLA CARRA'


Messa sotto torchio dal suo compagno di vita per dieci anni (e collaboratore di sempre), accetta di parlare di matrimonio, maternità, vecchiaia e perfino di crisi economica.

Questa sì che è una carrambata. A intervistare Raffaella Carrà, Sorrisi ha inviato Gianni Boncompagni, collega di sempre e, per 10 anni, compagno della Raffa nazionale.
Tutti si aspettano che le chieda chissà cosa, invece sono tutte domande normalissime. La prima:
ha mai sgozzato un uomo? «Ho provato con lei, ma il coltello non era affilato…».
Tutti si domandano: perché non è sposata? «Perché il marito ideale esiste solo negli annunci matrimoniali. E poi il matrimonio è come la Divina Commedia al contrario: prima viene il Paradiso, poi il Purgatorio e infine l’Inferno».
Dicono che il denaro non garantisce la felicità, però costituisce un ottimo punto di partenza. «Sì, è vero, aiuta, però ho visto che nelle famiglie quando c’è il denaro si litiga più facilmente. Invece quando non c’è una lira vanno tutti d’accordo».
E lei, in percentuale, quanto è felice? «Diciamo che sono serena. In percentuale? 5 per cento».
Una tragedia…«No, in certi momenti sei molto felice, in altri sereno. La felicità è un punto alto».
Il successo del suo show è una felicità grande? «Sì, ma non saprei quantificarla in percentuale. La vita per me è “Carràmba”, poi la mia vita personale e poi le storie di tutti i giorni».
Si dice che lei sia un’ottima cuoca. «No, non “si dice”, lo sono! E lei dovrebbe saperlo, visto che cena spesso a casa mia».
Questa domanda ha detto il Direttore che gliela devo proprio fare: come fa a rimanere magra? «Mangio certe volte sì e certe volte no».
E che cosa mangia? «Di tutto, dalle tagliatelle ai dolci. Il giorno dopo mangio poco e senza pane». Ma il segreto della sua magrezza? «Lo domandi alla mia mamma. È nei geni, il mio corpo è un elastico».
Si dice che un tempo per diventare un’attrice ci voleva molta stoffa. Oggi ne basta pochissima… «Io ne ho usata poca in tv, tanto che ho scoperto pure l’ombelico! Però la stoffa di una showgirl, di un’attrice, parte dall’interiorità. Puoi essere sexy anche copertissima, dipende da come ti poni».
Come si immagina a 80 anni? «Spero visibile. Un po’ raggrinzita…».
Vorrei vedere! No, ma intendo l’aspetto generale: vecchia o ancora no? «Beh, diciamo che mi accontenterei di stare come lei».
Quando lascerà le scene? «Domani, tra un anno, mai. Dipende dal cuore. Se il cuore dice vai con Japino e Boncompagni a fare “Carràmba”, mi sento convinta».
«Capricci» si chiamano i vizi dei grandi. I suoi? «Non ne ho di capricci, io».
Eh, sì... Il vizio di essere generosa, per esempio. «Ma non è un vizio, è una virtù che viene con gli anni. Prima si è più egoisti. Ma capricci non ne faccio, semmai dico dei no violentissimi».
Morirebbe per un ideale? «Non so. Morirei per sbaglio forse, perché non è che mi immolo così…».E quale sarebbe questo ideale? «Il senso di giustizia».
Mangiare è uno dei quattro scopi della vita. Quali siano gli altri tre però nessuno l’ha mai saputo. «Come nessuno l’ha mai saputo? Ma se lei è il primo che li professa! Ebbene, la prima cosa è fare l’amore…».
Sì, certo, per procreare. «Solo? Ma da dove viene lei? No, per prima cosa fare l’amore, poi avere una profonda spiritualità. E poi… cazzeggiare». Un figlio le manca?«Sì, certo. Ma mi occupo dei miei nipoti, di tanti altri ragazzi che hanno bisogno e la mia vita è piena lo stesso». Per amore della rosa si sopportano le spine. Quali sono state le sue spine?«Ma lei è un poeta… Le mie spine sono le “sparizioni” da questa terra di persone che amo moltissimo. Poi le malattie. Il resto è vita».
Si dice che il nostro Paese sia sull’orlo dell’abisso. Che segnali ha della crisi? «Siamo abituati a vivere oltre le nostre possibilità. Mia madre diceva: “Pochi, maledetti e subito”, cioè fai il passo secondo la tua possibilità. Con l’incitazione continua alla rateizzazione è bastato uno scossone e in tanti si sono trovati in difficoltà. Non mi va che i manager che hanno guadagnato miliardi e gestito male le aziende non paghino i loro errori».
Vuol fare un nome? «Quello dell’Alitalia per esempio. Chi non gestisce bene un’azienda dovrebbe restituire parte del denaro ricevuto». Ma questa è una pia aspirazione… «Se noi sbagliamo un programma ce lo chiudono. Perché un manager che ha lavorato male deve andar via con milioni di euro? Guardi Marchionne: è andato alla Fiat e l’ha ritirata su. Così si fa. Se sei bravo ti pago, se hai gestito male ti caccio e ti tolgo i soldi per ridarli agli operai».
Che voto si dà in generale? «Mah, la sufficienza. Un 7 e mezzo».
Alla faccia della sufficienza! «Non sono mica tanto male, sa? Lavoro molto, sono leale, mi so divertire, ho autocritica, autoironia e cerco di prendere la vita a braccia aperte».
Chi sarà il suo successore? «Morto un Papa se ne fa un altro. C’è solo da scegliere…».
Cosa vorrebbe sentirsi dire? «Che lei ha finito l’intervista. Ciao! E non dimentichi di salutarmi il suo Direttore...».
di Gianni Boncompagni
Tv Sorrisi e Canzoni - 17 dicembre 2008

martedì 18 novembre 2008

... viaggi


"Le persone non fanno i viaggi,
sono i viaggi che fanno le persone."
J. Steinbeck

martedì 11 novembre 2008

MIRIAM MAKEBA, morta nella Soweto d'Italia.

Omaggio di Roberto Saviano alla Makeba:

Rappresentava la voce della libertà.
Ci ha insegnato la rabbia della fratellanza

Cosa è il blues?, si chiede lo scrittore afroamericano Ralph Ellison. Il blues è quello che i neri hanno al posto della libertà. Dopo aver saputo della morte di Miriam Makeba, mi è subito venuta in mente questa frase.

Mama Africa è stata ciò che per molti anni i sudafricani hanno avuto al posto della libertà: è stata la loro voce. Nel 1963 ha portato la propria testimonianza al comitato contro l'apartheid delle Nazioni Unite. Come risposta il governo sudafricano ha messo al bando i suoi dischi e ha condannato Miriam all'esilio. Trent'anni d'esilio. Da quel momento la sua biografia si è fatta testimonianza di impegno politico e sociale, una vita itinerante, come la sua musica vietata.

Nelle perquisizioni ai militanti del partito di Nelson Mandela vengono sequestrati i suoi dischi, considerati "prova" della loro attività sovversiva. Bastava possedere la sua voce per essere fermati dalla polizia bianca sudafricana. Ma la potenza delle sue note le conferisce cittadinanza universale fa divenire il sudafrica terra di tutti. E soprattutto l'inferno dell'apartheid un inferno che riguarda tutti. Negli anni Sessanta, approdata negli Stati Uniti, Miriam Makeba si innamora di Stokley Carmichael, leader delle Pantere Nere e i discografici in America le cancellano i contratti, perché Mama Africa non combatte con i mezzi della militanza politica ma con la voce. E questo fa paura. Lei arriva alla gente attraverso la sua musica, attraverso successi mondiali come Pata Pata che tutti ballano, che piacciono a tutti, con una forza dirompente e vitale che il governo dell'apartheid come i razzisti di tutto il mondo non sanno come arginare o combattere.

Così, a 76 anni, è venuta a cantare persino in un posto che sembra dimenticato da dio, dove persone solerti hanno organizzato un concerto per portare un po' di dignità a una terra in ginocchio. E l'altra sera mi hanno chiamato di notte. Checco che aveva seguito l'organizzazione del concerto, mi ha detto che Miriam Makeba non si sentiva bene, "ma la signora vuole cantare lo stesso, vuole il tuo libro nell'edizione americana nel camerino, Robbè, è tosta!".

Quando mi avevano detto che Miriam Makeba aveva accettato di cantare a Castel Volturno nel concerto in mia vicinanza che chiudeva gli "Stati generali della scuola del Sud", al primo momento stentavo a crederci. Invece lei che per anni aveva lottato e aveva viaggiato cantando per tutta l'Africa e il resto del mondo, voleva venire anche in questo angolo sperduto dove quasi due mesi prima c'era stata una strage di sette africani. Ché per lei erano africani, non ghanesi, ivoriani o del Togo. In questa idea panafricana che fu di Lumumba e che mai come oggi sembra per sempre purtroppo sepolta. Mama Africa si è esibita a pochi metri da dove hanno ammazzato l'imprenditore Domenico Novello, un morto innocente, nativo di queste terre, che invece è morto solo, senza partecipazione collettiva, rivolta, fratellanza. La morte di Miriam Makeba, venuta a portarmi la sua solidarietà e testimoniarla alla comunità africana ed italiana che resiste al potere dei clan, è stato per me un enorme dolore.

Enorme come lo stupore con cui ho accolto la dimostrazione di passione e forza di una terra lontana come quella sudafricana che già nei mesi passati mi aveva espresso la sua vicinanza attraverso l'arcivescovo Desmond Tutu. Invece, grazie alla loro storia, persone come Tutu o come Miriam Makeba sanno meglio di altri che è attraverso gli sguardi del mondo che è possibile risolvere le contraddizioni, attraverso l'attenzione e l'adesione, il sentirsi chiamati in causa anche per accadimenti molto lontani.

E non con l'isolamento, con la noncuranza, con l'ignoranza reciproca. Il Sudafrica vive una pressione dei cartelli criminali enorme, ma i suoi intellettuali e artisti continuano ad essere attenti, vitali e combattivi. Desmond Tutu stesso definì il Sudafrica "rainbow nation", nazione arcobaleno, lanciando il sogno di una terra molto più varia e ricca e colorata di un semplice ribaltamento di potere fra il bianco e il nero. Miriam Makeba era e rimane la voce di quel sogno. Se c'è un conforto nella sua tragedia si può dire che non è morta lontano. Ma è morta vicina, vicina alla sua gente, tra gli africani della diaspora arrivati qui a migliaia e che hanno reso propri questi luoghi, lavorandoci, vivendoci, dormendo insieme, sopravvivendo nelle case abbandonate nel Villaggio Coppola, costruendoci dentro una loro realtà che viene chiamata Soweto d'Italia.

È morta mentre cercava di abbattere un'altra township col mero suono potente della sua voce. Miriam Makeba è morta in Africa. Non l'Africa geografica ma quella trasportata qui dalla sua gente, che si è mescolata a questa terra a cui pochi mesi fa ha insegnato la rabbia della dignità. E, spero pure, la rabbia della fratellanza.
di Roberto Saviano
SOWETO:
è un'area urbana della città di Johannesburg, in Sudafrica. È la più grande township del Sudafrica e ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della lotta all'apartheid. Il nome "Soweto" è una contrazione di "South Western Townships" ("township sudoccidentali"). Tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

sabato 14 giugno 2008

El CHE







Ernesto Guevara de la Serna più noto come Che Guevara (o semplicemente El Che) (Rosario, 14 giugno 1928 – La Higuera, 9 ottobre 1967) è stato un rivoluzionario e guerrigliero argentino. Guevara fu membro del Movimento del 26 di luglio e, dopo il successo della rivoluzione cubana, assunse un ruolo nel nuovo governo, secondo per importanza al solo Fidel Castro.
Dopo il 1965, lasciò Cuba per "esportare la rivoluzione", prima nell'ex Congo Belga (ora Repubblica Democratica del Congo), poi in Bolivia. L'8 ottobre 1967 venne ferito e catturato da un reparto anti-guerriglia dell'esercito boliviano - assistito da forze speciali statunitensi ossia agenti speciali della CIA - a La Higuera, nella provincia di Vallegrande (dipartimento di Santa Cruz). Il giorno successivo venne ucciso e mutilato ai polsi e caviglie nella scuola del villaggio. Il suo cadavere - dopo essere stato esposto al pubblico a Vallegrande - fu sepolto in un luogo segreto e ritrovato da una missione di antropologi forensi argentini e cubani, autorizzata dal governo boliviano di Sanchez de Lozada, nel 1997.
Da allora i suoi resti si trovano nel Mausoleo di Santa Clara di Cuba.

El CHE
Il soprannome di "Che" gli venne attribuito dai suoi fedelissimi compagni di lotta cubani in Messico, e deriva dal fatto che Guevara, come tutti gli argentini, pronunciava spesso l'allocuzione "che". La parola deriva dalla lingua mapuche e significa "uomo", "persona", e venne ripresa nello spagnolo parlato in Argentina ed Uruguay, per chiamare l'attenzione di un interlocutore, o più in generale, come un'esclamazione simile a "hey".

Biografia
Ernesto Guevara de la Serna nacque a Rosario, in Argentina, da una famiglia di origini spagnole, basche ed irlandesi. I genitori erano Ernesto Guevara Lynch e Celia de la Serna.
Relativamente alla data di nascita si hanno notizie discordi: nella biografia più completa e documentata, quella redatta da Jon Lee Anderson viene citata l'affermazione della madre, la quale asserisce che la data corretta è il 14 maggio. Era primo di cinque fratelli (tre maschi e due femmine), sebbene il padre avrà da un secondo matrimonio con la pittrice argentina Ana Maria Erra altri 3 figli, Ramon, Maria Victoria e Ramiro.
Nonostante soffrisse d'asma (male che costringerà i Guevara a trasferirsi a Córdoba e che lo affliggerà tutta la vita), si dedicò allo sport, specialmente al rugby, con ottimi risultati.
Altra passione giovanile furono gli scacchi, gioco insegnatogli dal padre. Dall'età di 12 anni partecipò a diversi tornei scacchistici locali. Durante l'adolescenza, si appassionò alla poesia, specialmente a quella di Pablo Neruda. Come molti sudamericani della sua estrazione sociale e culturale, nel corso degli anni Guevara scrisse diverse poesie. Era, del resto, un lettore vorace ed eclettico, con interessi che variavano dai classici dell'avventura di Jack London e Jules Verne ai saggi di Sigmund Freud e Carl Jung ed ai trattati filosofici di Bertrand Russell. Nella tarda adolescenza si appassionò alla fotografia, passando molte ore a fotografare persone e luoghi. Anni dopo, avrebbe fotografato i siti archeologici visitati nei suoi viaggi.
Studiò dal 1941 nel "Colegio Nacional Deán Funes" e, nel 1948, si iscrisse all'Università di Buenos Aires per studiare medicina. Dopo diverse interruzioni, si laureò nel marzo 1953, ma, probabilmente, non concluse il tirocinio necessario per esercitare la professione medica.

Quando era ancora studente, Guevara passò molto tempo a viaggiare in America Latina. Nel 1951 un suo vecchio amico, Alberto Granado, un biochimico, suggerì a Guevara di prendere un anno di pausa dagli studi in medicina per intraprendere il viaggio attraverso il Sudamerica che per anni si erano proposti di fare. Guevara ed il ventinovenne Alberto partirono quindi dalla città di Alta Gracia a cavallo di una motocicletta Norton Model 18 di 500 cc del 1939, cui Granado aveva dato il soprannome di "La Poderosa". La loro idea era di passare qualche settimana nel lebbrosario di San Pablo, in Peru, sulle rive del Rio delle Amazzoni, a compiere attività di volontariato. Guevara raccontò questo viaggio nel diario "Latinoamericana" (Notas de viaje) da cui, nel 2004, verrà tratto il film I diari della motocicletta e nel 1997 i Modena City Ramblers ne scrissero un canzone intitolata Transamerika contenuta nel loro album Terra e libertà.
Dopo aver visto la povertà di massa e influenzato dalle letture sulle teorie marxiste, concluse che solo la rivoluzione avrebbe potuto risolvere le disuguaglianze sociali ed economiche dell'America Latina. I suoi viaggi gli fornirono anche l'idea di non vedere il Sudamerica come una somma di diverse nazioni, ma come un'unica entità, per la liberazione della quale era necessaria una strategia di respiro continentale. Cominciò ad immaginare la possibilità di una Ibero-America unita e senza confini, legata da una stessa cultura (mestizo), un'idea che assumerà notevole importanza nelle sue ultime attività rivoluzionarie. Ritornato in Argentina, completò gli studi il prima possibile, deciso a continuare i suoi viaggi nell'America del Sud e nell'America centrale.
Dopo la laurea alla scuola medica dell'Università di Buenos Aires nel 1953, Guevara ricominciò a viaggiare, visitando Bolivia, Peru, Ecuador, Panamá, Costa Rica, Nicaragua, Honduras e El Salvador. Raggiunse finalmente il Guatemala dove il presidente Jacobo Arbenz Guzmán guidava un governo populista che cercava di portare avanti una rivoluzione sociale attraverso varie riforme, soprattutto fondiarie. Intorno a questo periodo Guevara ricevette il famoso soprannome "Che", dovuto all'uso frequente che faceva del tipico intercalare argentino Che.
Secondo Jon Lee Anderson, il principale contatto di Guevara in Guatemala fu la socialista peruviana Hilda Gadea, che lo introdusse in ambienti vicini al governo Arbenz. Hilda faceva parte dell'American Popular Revolutionary Alliance (APRA), un movimento politico guidato da Víctor Raúl Haya de la Torre.
Guevara prese anche contatto con diversi esuli cubani, legati a Fidel Castro, tra cui Antonio "Ñico" López, che aveva preso parte all'attacco della caserma "Carlos Manuel de Céspedes" a Bayamo, nella provincia cubana di Oriente, e che sarebbe morto al ponte Ojo del Toro poco dopo lo sbarco a Cuba della Granma. Guevara si unì a questi "moncadistas" nella vendita di oggetti religiosi connessi al culto del Cristo nero ed aiutò anche due medici venezuelani specialisti della malaria, Vega e Peñalver.
La sua situazione economica era precaria e fu costretto a dare in pegno alcuni gioielli di Hilda. Il 15 maggio 1954, sulla nave svedese Alfhem, arrivò un carico d'armi di alta qualità per la fanteria e per l'artiglieria leggera di marca Skoda, inviato dalla Cecoslovacchia comunista al governo Arbenz.
Il carico fu stimato in 2000 tonnellate dalla CIA e, abbastanza stranamente, in appena due tonnellate da Jon Lee Anderson (si pensa però che la stima di Anderson sia il risultato di un errore di stampa).
Guevara si era recato per breve tempo nel Salvador per procurarsi un nuovo visto ed in seguito era ritornato in Guatemala. Nel frattempo, aveva avuto inizio il colpo di stato di Carlos Castillo Armas, messo in atto con l'appoggio della CIA. Le forze contrarie ad Arbenz non furono in grado di arrestare il trasporto delle armi ceche su ferrovia. In seguito però, riorganizzate e dotate di supporto aereo, iniziarono a guadagnare terreno. Guevara entrò in una milizia armata organizzata dai giovani comunisti, ma ben presto ritornò ai suoi impegni medici. A seguito del colpo di stato, Guevara si era presentato volontario, ma Arbenz consigliò ai sostenitori dotati di cittadinanza estera di abbandonare il paese. Dopo che Hilda fu arrestata, Guevara per breve tempo si rifugiò nel consolato argentino e poi si trasferì in Messico.
Il colpo di stato contro Arbenz, appoggiato dalla CIA, consolidò l'opinione di Guevara che gli Stati Uniti fossero una potenza imperialista, che si sarebbe sempre opposta ai governi intenzionati a ridurre le disparità economiche, endemiche in America Latina e negli altri paesi in via di sviluppo. Questo rafforzò ulteriormente la sua convinzione secondo cui solo il socialismo, raggiunto attraverso la lotta armata e difeso dal popolo in armi, avrebbe risolto i problemi dei paesi poveri.

La rivoluzione Cubana
Poco dopo l'arrivo in Messico, rinnovò la sua amicizia con Ñico López e con gli altri esuli cubani che aveva incontrato in Guatemala. López lo mise in contatto con Raúl Castro. Dopo essere stato rilasciato, Fidel Castro arrivò a Città del Messico e Raúl gli presentò Guevara. Dopo una fervida conversazione durata tutta la notte, Guevara si convinse che Castro era il capo rivoluzionario che stava cercando ed aderì al Movimento del 26 di luglio che aveva in programma di abbattere il dittatore cubano Fulgencio Batista. Anche se i piani prevedevano che Guevara avrebbe dovuto essere solo il medico del gruppo, Guevara partecipò all'addestramento militare insieme agli altri membri del movimento e, alla fine del corso, fu segnalato dall'istruttore, il colonnello Alberto Bayo, come il migliore degli allievi. Nel frattempo, anche Hilda Gadea era arrivata dal Guatemala e riprese la sua relazione con Guevara. Nell'estate del 1955 lo informò che era incinta e lui le propose di convolare a nozze. Il matrimonio ebbe luogo il 18 agosto 1955 e la loro figlia, che chiamarono Hilda Beatríz, venne alla luce il 15 febbraio 1956.
Quando, il 25 novembre 1956, la nave Granma partì da Tuxpan, in Messico (provincia di Veracruz) alla volta di Cuba, Guevara e l'italiano Gino Donè Paro (morto nel 2008 a San Donà di Piave all'età di 83 anni) erano gli unici due non cubani a bordo. Il 2 dicembre avvenne lo sbarco a La Playa de las Coloradas, una zona paludosa vicino a Niquero (Cuba sudorientale). Poco dopo furono attaccati dai militari di Batista e la metà di loro cadde in combattimento o fu uccisa dopo la cattura. I sopravvissuti, circa una ventina, si riorganizzarono e fuggirono sulle montagne della Sierra Maestra, per condurre la guerriglia contro il regime.
Negli ultimi giorni del dicembre 1958, diresse l'attacco condotto dalla sua "squadra suicida" (un reparto che svolse le missioni più rischiose dell'esercito rivoluzionario) su Santa Clara. Fu una delle battaglie decisive della rivoluzione, anche se la serie di sanguinose imboscate, prima durante la ofensiva sulla Sierra Maestra poi sulla Guisa e l'intera campagna delle pianure di Cauto probabilmente ebbero una maggiore importanza militare. Dopo essersi accorto che i suoi alti ufficiali, come il generale Cantillo che aveva incontrato Castro allo zuccherificio abbandonato "Central America", stavano stipulando una pace separata con Castro, Batista, il 1 gennaio 1959, fuggì nella Repubblica Dominicana.

Il Governo Cubano
Il 2 gennaio 1959 la colonna del Che entra nella capitale di Cuba, La Habana, e occupa la fortezza militare "La Cabaña", eretta al tempo della colonizzazione degli spagnoli a L'Avana. Per i sei mesi in cui rivestì l'incarico di comandante della prigione sovrintese ai processi e alle esecuzioni di circa 55 miltari, ex ufficiali del regime di Batista, membri del BRAC (Buró de Represión de Actividades Comunistas, "Ufficio repressione attività comuniste"). In questo periodo organizza una scuola di alfabetizzazione per tutti gli ex combattenti e incontra Salvador Allende; Successivamente il Che dedicherà al futuro Presidente del Cile il libro La guerra de guerrillas: "A Salvador Allende che con altri mezzi cerca di ottenere la stessa cosa. Con affetto, Che".
Il 7 febbraio 1959, il nuovo governo nominò Guevara "Cittadino cubano per diritto di nascita". Poco dopo, Guevara iniziò le procedure di divorzio, per porre una fine anche formale al suo matrimonio con Hilda Gadea, da cui si era separato, nei fatti, già prima di partire dal Messico con la Granma. Il 2 giugno 1959, sposò Aleida March, una cubana che faceva parte del Movimento del 26 di luglio, con cui viveva dalla fine del 1958.
Il 12 giugno del 1959, in rappresentanza del governo parte per il Medio Oriente e l'Asia, alla testa di una delegazione economica che ha come obiettivo principale l'apertura di nuovi mercati.
In seguito, Guevara divenne dirigente dell'Istituto Nazionale per la Riforma agraria e poi presidente della Banca Nazionale di Cuba (in un certo senso, uno scherzo del destino, poiché aveva spesso condannato il denaro. Espresse il suo disagio firmando le banconote col soprannome "Che").
In questo periodo, riemerse la sua passione per gli scacchi e prese parte a molti tornei nazionali ed internazionali che si tenevano a Cuba. Desiderava molto incoraggiare i giovani cubani ad accostarsi agli scacchi e organizzò molte attività per stimolare il loro interesse verso il gioco.
Già dal 1959, Guevara aiutò ad organizzare tentativi rivoluzionari, a Panamá e poi nella Repubblica Dominicana. In questi tentativi morì Ramón López (Nené), aiutante del Comandante Camilo Cienfuegos. Alcuni definiscono queste operazioni come una purga dei fedeli di "Camilo". Nel 1960 Guevara prese parte ai soccorsi alle vittime in seguito all'esplosione della nave La Coubre. Mentre l'operazione di salvataggio era in corso, avvenne una seconda esplosione. I morti furono oltre cento. Fu in questa occasione che Alberto Korda scattò la sua fotografia più famosa. Non è chiaro se la nave fu sabotata o se esplose per un incidente. Coloro che favoriscono la teoria del sabotaggio tendono ad attribuirlo alla Central Intelligence Agency e spesso attribuiscono la colpa a William Alexander Morgan un rivale di Guevara nelle forze anti-Batista delle province centrali, che più tardi sarebbe entrato nella CIA. Alcuni esuli cubani portano avanti la teoria secondo cui l'attentato sarebbe stato compiuto da alcuni filosovietici, nemici di Guevara.
Secondo alcuni giornalisti italiani il Che nel 1960 avrebbe inaugurato il sistema dei campi a Cuba. Secondo le loro fonti, il primo campo di rieducazione, nella penisola di Guanaha, sarebbe stato ideato e messo in piedi da Guevara. Lo ricorderebbe Regis Debray, già ideologo dei Focolai di guerriglia rivoluzionari e compagno di Che Guevara in Bolivia: "È Stato lui e non Fidel a ideare il primo 'Campo di lavoro correzionale'. Sempre secondo questi giornalisti, ripresi da molte fonti sulla rete, a Guanaha, avrebbero trovato la morte oltre 50.000 dissidenti.
Dopo essere stato direttore dell'Istituto Nazionale per la Riforma Agraria e della Banca Nazionale di Cuba, Guevara venne nominato ministro dell'industria. In questa posizione, diede il suo contributo a modellare il socialismo cubano, diventando una delle figure politiche più importanti dell'isola. Nel suo libro Sulla guerriglia, Guevara sostenne il modello cubano di rivoluzione, iniziato da un piccolo gruppo di guerriglieri (foco), senza la necessità di ricorrere a grandi organizzazioni che sostenessero l'insurrezione armata (dottrina del focolaio). Questa strategia più tardi sarebbe fallita in Bolivia. Nel saggio El socialismo y el hombre en Cuba (1965) sostenne la necessità di creare un "uomo nuovo" (hombre nuevo) assieme allo stato socialista.
Durante l'invasione della Baia dei Porci (1961), Guevara non partecipò ai principali combattimenti, essendo stato assegnato da Castro ad un comando nella provincia più occidentale di Cuba, Pinar del Rio, dove respinse un tentativo d'invasione (era un'operazione diversiva, escogitata per stornare l'attenzione dei cubani dal luogo del vero sbarco). Durante lo svolgimento di questo incarico, patì una ferita al volto, che affermò essere stata causata dallo sparo accidentale della sua pistola.
Guevara giocò un ruolo importante nello schieramento a Cuba dei missili balistici sovietici, armati con testate nucleari, causa della crisi dell'ottobre 1962.

L'allontanamento da Cuba
Nel dicembre 1964 Guevara andò a New York in qualità di capo della delegazione cubana e tenne un discorso all'assemblea generale dell'ONU (ascolta, Richiede RealPlayer; oppure leggi). In quell'occasione, apparve nel programma domenicale d'informazione Face the Nation sulla CBS ed incontrò diverse personalità ed esponenti di gruppi politici. Tra loro, il senatore statunitense Eugene McCarthy, componenti del gruppo guidato da Malcolm X e dalla radicale canadese Michelle Duclos . Il 17 dicembre volò a Parigi, dando inizio ad un viaggio di tre mesi, in cui visitò la Repubblica Popolare Cinese, l'Egitto, l'Algeria, il Ghana, la Guinea, il Mali, il Dahomey, il Congo-Brazzaville e la Tanzania, con soste in Irlanda, a Parigi e a Praga. Ad Algeri, il 24 febbraio 1965, fece l'ultima apparizione pubblica sul palcoscenico internazionale, intervenendo al "Secondo seminario economico sulla solidarietà afro - asiatica". Nel suo discorso dichiarò: "In questa lotta fino alla morte non ci sono frontiere. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanto accade in ogni parte del mondo. Una vittoria di qualsiasi nazione contro l'imperialismo è una nostra vittoria, come una sconfitta di qualsiasi nazione è una nostra sconfitta" . Sorprese quindi il suo uditorio proclamando "I paesi socialisti hanno il dovere morale di liquidare la loro tacita complicità con i paesi sfruttatori del mondo occidentale". Delineò anche una serie di misure che, secondo lui, i paesi del blocco comunista avrebbero dovuto prendere per raggiungere questo scopo . Ritornò a Cuba il 14 marzo, ricevuto solennemente all'aeroporto di L'Avana da Fidel e Raúl Castro, Osvaldo Dorticós e Carlos Rafael Rodríguez. Due settimane dopo, Guevara si ritirò dalla vita pubblica e scomparve. Dove fosse restò il grande mistero cubano per tutto il 1965, anche se era sempre genericamente considerato il "numero due" del regime dopo Castro. La sua latitanza fu variamente attribuita al relativo insuccesso del piano d'industrializzazione che aveva portato avanti da ministro dell'industria, alle pressioni esercitate su Castro dai Sovietici, allarmati dalle tendenze filo cinesi di Guevara, in un momento in cui la frattura tra Mosca e Pechino si approfondiva, oppure a gravi divergenze tra Guevara ed il resto della dirigenza cubana sullo sviluppo economico dell'isola e sulla sua linea politica. È anche possibile che Castro fosse stato reso diffidente dalla popolarità di Guevara, che poteva farlo diventare una minaccia. I critici di Fidel affermano che le sue spiegazioni sulla scomparsa di Guevara sono sempre sembrate sospette e molti trovano sorprendente che Guevara non dichiarò mai le sue intenzioni in pubblico, ma solo con una lettera priva di data a Castro.
L'orientamento filo cinese di Guevara era sempre più problematico per Cuba, mano a mano che l'economia del paese diventava sempre più dipendente dall'Unione Sovietica. Dai primi giorni della rivoluzione cubana, Guevara era stato considerato un sostenitore della strategia maoista nell'America Latina. Il suo piano per una rapida industrializzazione di Cuba per molti era comparabile alla campagna cinese del grande balzo in avanti. Secondo diversi osservatori occidentali della situazione cubana, l'opposizione di Guevara alle raccomandazioni ed alle condizioni sovietiche, che Castro aveva dovuto accettare, potrebbe essere la ragione del suo allontanamento dalla vita pubblica. D'altronde, sia Guevara che Castro sostenevano l'idea di un fronte unico tra Unione Sovietica e Cina, tentando anche, senza successo, di riconciliare le due maggiori potenze comuniste.
Durante la crisi dell'ottobre 1962, Guevara percepì come un tradimento sovietico la decisione - presa da Nikita Khruščёv senza consultare Castro - di ritirare i missili da Cuba. Divenne quindi più scettico nei confronti dell'URSS. Come emerso dal suo ultimo discorso ad Algeri, del 24 febbraio 1965, aveva iniziato a vedere l'emisfero settentrionale, guidato ad ovest dagli Stati Uniti e ad est dall'Unione Sovietica, come unica entità sfruttatrice dell'emisfero meridionale.
Di fronte alle più diverse ipotesi sul destino del rivoluzionario argentino, Castro, il 16 giugno 1965, disse che l'opinione pubblica sarebbe stata informata su Guevara quando lo stesso Guevara avesse ritenuto opportuno farlo. Intanto le voci si diffondevano sia a Cuba che all'estero. Il 3 ottobre di quello stesso anno, Castro rese pubblica una lettera priva di data presumibilmente scrittagli da Guevara diversi mesi prima, in cui questi riaffermava la sua solidarietà con Cuba, ma dichiarava anche la sua intenzione di abbandonare l'isola e di andare a combattere altrove per la Rivoluzione. Spiegava che "Altri paesi nel mondo necessitano dei miei modesti sforzi". Nella stessa lettera Guevara annunciava di dimettersi da tutte le cariche che occupava, nel governo, nel partito e nelle forze armate. Rinunciò anche alla cittadinanza di Cuba, che gli era stata concessa nel 1959 per i suoi meriti nella rivoluzione.
Durante un'intervista con quattro giornalisti stranieri il 1 novembre, Castro disse di essere al corrente dove fosse Guevara e aggiunse, riguardo le voci su una possibile morte del vecchio compagno d'armi, che questi, al contrario, godeva di ottima salute. Dove fosse Guevara restò, comunque, un mistero per i successivi due anni, durante i quali i suoi movimenti rimasero segreti.

La Guerriglia
Le ipotesi su dove Guevara potesse essere continuarono a inseguirsi per tutto il 1966 e i primi mesi del 1967. Rappresentanti del movimento indipendentista mozambicano FRELIMO raccontarono di incontri con lui alla fine del 1966 o all'inizio del 1967 a Dar es Salaam, dopo i quali rifiutarono la sua offerta di aiuto al loro progetto rivoluzionario. In un discorso tenutosi durante la manifestazione del Primo maggio 1967 a l'Avana, il ministro delle forze armate facente funzione, maggiore Juan Almeida, annunciò che Guevara stava "servendo la rivoluzione da qualche parte nell'America Latina". Le notizie, sempre più consistenti, secondo cui stava conducendo la guerriglia in Bolivia vennero infine considerate degne di fede.
Su richiesta di Fidel Castro, un pezzo di terreno in una zona remota era stato comprato dai comunisti boliviani perché Guevara lo utilizzasse come base e campo d'addestramento. Probabilmente, per Guevara ed i cubani che lo accompagnavano, la scelta di non iniziare a combattere subito, ma di addestrarsi in questo campo nella regione di Ñancahuazú comportò maggiori rischi. Poco fu fatto per gettare le basi di un esercito guerrigliero. La presunta ex operativa della Stasi (qualità negata dalle autorità della DDR, oggi dopo il crollo della DDR non vi sono informazioni che possano far presumere la sua appartenenza alla Stasi) Haydèe Tamara Bunke Bider, più nota con il nome di battaglia di Tania, che si era installata a La Paz come principale agente di Guevara, vennero diffuse voci su una sua collaborazione col KGB e si è spesso ritenuto che abbia servito inconsapevolmente interessi sovietici, portando le autorità boliviane sulle tracce dei guerriglieri. Tania cadde in Bolivia qualche tempo prima di Guevara. Il diario, trovato addosso al suo cadavere, avrebbe aiutato i boliviani a individuare i movimenti dei cubani.
Le numerose foto di Guevara e degli altri membri del gruppo, lasciate nel campo base dopo che questo fu abbandonato a seguito dei primi scontri con l'esercito boliviano nel marzo 1967, fornirono al presidente René Barrientos Ortuño la prova della presenza del rivoluzionario argentino nel paese. Si dice che, dopo averle viste, Barrientos espresse il desiderio di vedere la testa di Guevara piantata su una picca e mostrata nel centro di La Paz. Ordinò quindi all'esercito di dare la caccia al gruppo cubano.
Il reparto di Guevara, composto da circa 50 combattenti e denominato ELN (Ejército de Liberación Nacional de Bolivia), era ben equipaggiato e inizialmente conseguì un certo numero di successi contro le forze boliviane, sul terreno difficile e montuoso della regione di Camiri. In settembre, tuttavia, l'esercito riuscì ad eliminare due gruppi guerriglieri, uccidendo uno dei capi.
Nonostante la natura violenta del conflitto, Guevara fornì cure mediche a tutti i militari boliviani che i guerriglieri presero prigionieri e, di seguito, li rilasciò. Anche dopo l'ultima battaglia di Quebrada del Yuro, in cui fu ferito e catturato, quando fu condotto in un centro di detenzione provvisoria e vide che lì si trovavano diversi militari boliviani rimasti feriti nel combattimento, si offrì di fornirgli assistenza medica (offerta rifiutata dall'ufficiale boliviano in comando).
Il piano di Guevara per fomentare la rivoluzione in Bolivia si basava su alcune concezioni sbagliate:
Si aspettava di dover affrontare solo il governo militare locale ed il suo esercito, male armato e poco equipaggiato. Al contrario, appena il governo statunitense ebbe confermata la sua presenza in Bolivia, inviò personale della CIA e di altre agenzie per aiutare ad organizzare la contro guerriglia. L'esercito boliviano venne addestrato da consiglieri appartenenti alle forze speciali dell'US Army, incluso un nuovo battaglione dei Rangers esperto in combattimento nella giungla. I reparti speciali statunitensi probabilmente presero parte anche a certi combattimenti.
Si aspettava di ricevere assistenza e cooperazione dai locali oppositori al governo. Queste aspettative vennero frustrate ed il Partito comunista boliviano, filosovietico e non filocubano, non lo aiutò affatto, anche se alcuni membri, come Rodolfo Saldana, Serapio Aquino Tudela e Antonio Jimenez Tardiolo lo fecero a titolo personale o si arruolarono nei suoi reparti, contro la volontà dei vertici di partito.
Si aspettava di rimanere in contatto radio con l'Avana. Al contrario, le due trasmittenti ad onde corte che gli erano state fornite erano difettose, impedendo le comunicazioni con Cuba. Dopo qualche mese, il registratore a nastro che utilizzavano per registrare e decodificare i messaggi radio provenienti da Cuba fu perso durante l'attraversamento di un fiume.
Oltretutto, la sua inclinazione al confronto più che al compromesso contribuì probabilmente alla sua incapacità di sviluppare un buon rapporto di lavoro con i dirigenti boliviani, come era avvenuto anche in Congo. Questo tratto del suo carattere era emerso anche nel corso della guerriglia a Cuba, ma era stata tenuta sotto controllo dalla guida di Fidel Castro.
In realtà l'ipotesi che il Che stesse preparando la rivoluzione in Bolivia sembra non essere corretta. È più probabile, come confermano anche le ricerche del giornalista boliviano José Luis Alcázar, che stesse preparando una scuola d'addestramento per guerriglieri, per portare in un secondo tempo queste forze a sud ed entrare nel suo Paese d'origine, l'Argentina.
Già da più di un mese, dal 31 agosto, l'avanguardia di Guevara era rimasta sola dopo l'annientamento da parte dell'esercito della retroguardia comandata da Joaquin, a Puerto Mauricio, sul rio Grande. L'imboscata contò con la delazione di un contadino Honorato Rojas che, sotto minaccia dell'esercito (la moglie si lamentò per le percosse inferte al marito), informò su luogo del possibile attraversamento del fiume da parte dei guerriglieri.
Guevara, durante i primi giorni di ottobre, ormai con poche informazioni, senza viveri e con scarse vie di scampo, si rifugia in un canalone (quebrada) dove è circondato da forze militari preponderanti. Qui Guevara è catturato dall'esercito boliviano, assieme ad altri guerriglieri, l'8 ottobre del 1967 nella quebrada del Yuro, a pochi km dal villaggio de La Higuera. Si arrese dopo essere stato ferito alle gambe e dopo che il suo fucile fu distrutto da un proiettile.
Barrientos, appena informato della cattura, diede l'ordine di assassinarlo, ma diffuse un comunicato in cui affermava che Che Guevara era morto in combattimento. Guevara fu recluso nella piccola scuola del paese, dove passò la notte. Fu ucciso nel primo pomeriggio successivo, il 9 ottobre 1967. L'uccisore fu Mario Terán, un sergente dell'esercito scelto a sorte tra alcuni volontari. Su quanto accadde dopo, esistono diverse versioni. Qualcuno dice che Terán era troppo nervoso, al punto di uscire dal locale e dover essere ricondotto dentro a forza. Per altri, non volle guardare Guevara in faccia, così da sparargli alla gola, ferita che sarebbe stata fatale. Per altri ancora, il sergente avrebbe avuto bisogno di ubriacarsi, al fine di portare a termine il compito. La versione più accreditata racconta che Guevara ricevette diversi spari alle gambe, sia per evitare di deturpargli il volto ed ostacolare l'identificazione, sia per simulare ferite in combattimento, così da nascondere l'esecuzione sommaria del prigioniero. Come colpo di grazia, gli spararono al petto: ferita che gli riempì i polmoni di sangue. Guevara pronunciò diverse parole famose prima della morte. Si è detto che avrebbe accolto così il suo uccisore: "So che sei qui per uccidermi. Spara dunque, codardo, stai solo uccidendo un uomo". Il suo corpo fu legato ai pattini di un elicottero e portato a Vallegrande, dove venne adagiato su un piano di lavaggio dell'ospedale e mostrato alla stampa.Le fotografie prese allora fecero nascere leggende come quelle di San Ernesto de La Higuera e El Cristo de Vallegrande. Dopo che un medico militare ebbe amputato le mani al cadavere, l'esercito boliviano fece sparire il corpo, rifiutandosi di rivelare se i resti fossero stati sepolti o cremati.
La caccia a Guevara in Bolivia fu guidata da Félix Rodríguez, un agente della CIA che era stato infiltrato a Cuba per prendere contatto con i ribelli dei Monti Escambray e con ambienti anti castristi di l'Avana prima dell'invasione alla Baia dei Porci e che era stato con successo fatto uscire dall'isola dopo il fallimento dello sbarco. Rodríguez riferì la notizia della cattura al quartier generale della CIA a Langley, in Virginia, servendosi di diverse stazioni dell'Agenzia situate in Sud America. Dopo l'esecuzione, Rodríguez prese per sé oggetti personali di Guevara, tra cui il suo Rolex. Negli anni seguenti, avrebbe spesso mostrato con orgoglio ai giornalisti questi cimeli.
Un altro fatto, di minore rilevanza, collegato alla cattura ed alla morte di Guevara fu l'arresto di Régis Debray. Nell'aprile 1967 le forze governative boliviane catturarono Debray, un giovane francese, professore di filosofia all'Università dell'Avana, che aveva studiato all'Ecole Normale Supérieure con il filosofo marxista Louis Althusser, accusandolo di collaborare alla guerriglia. Debray dichiarò con forza di lavorare solo come giornalista e rivelò che Guevara, scomparso da tempo, stava guidando la guerriglia. Il processo a Debray (che divenne un caso internazionale) era appena iniziato quando le autorità boliviane, l'11 ottobre, riportarono (falsamente) che Guevara era stato ucciso nello scontro con le forze governative dei giorni precedenti.
Il 15 ottobre Castro riconobbe pubblicamente la morte di Guevara e proclamò tre giorni di lutto nazionale. La morte del Che fu vista come un grave fallimento per i movimenti rivoluzionari d'impronta socialista operanti nell'America latina e nel resto del terzo mondo.
Nel 1997 i resti del cadavere di Guevara furono esumati vicino alla pista di volo a Vallegrande e riportati a Cuba. Il 17 ottobre 1997, i suoi resti, assieme a quelli di sei altri combattenti cubani morti durante la campagna in Bolivia, furono tumulati con tutti gli onori militari in un mausoleo costruito appositamente nella città di Santa Clara, dove trentanove anni prima aveva vinto quella che era stata ritenuta la battaglia decisiva della rivoluzione cubana.
Il monumento è corredato da una grande statua con la scritta "Hasta la victoria siempre" e da una lapide recante la parte iniziale del testo del famoso ordine di servizio firmato da Fidel Castro il 21 agosto 1958, con cui venivano comunicate le istruzioni operative per la colonna numero 8, comandata da Guevara: "Se asigna al comandante Ernesto Guevara la misión de conducir desde la Sierra Maestra hasta la provincias de Las Villas una Columna rebelde y operar en dicho teritorio de acuerdo con el plan estratégico del Ejército rebelde".
Tratto da Wikipedia - L'enciclopedia libera

mercoledì 4 giugno 2008

il Paradiso poteva attendere


M A S S I M O T R O I S I
"NOI LO RICORDIAMO COSI' "


Massimo Troisi nel ricordo di amici, parenti e colleghi.

Mi piace ricordare Massimo anche attraverso quello che le persone che lo hanno conosciuto direttamente pensavano di lui. Vorrei inziare con una frase di Anna Pavignano: >. Questa frase si ricollega a quello che ho cercato di fare in questa tesi, cioè di parlare di un personaggio come Troisi, purtroppo scomparso, senza pateticità , ma solo con una grande naturalezza.

Gli amici di sempre, quelli di Via Cavalli di Bronzo 31, dove Troisi abitava, a pochi passi da Villa Vannucchi e quelli di Piazza Garibaldi, dove era nato, lo consideravano quasi un profeta.

Addirittura il sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, ha parlato di lui come di un napoletano di valore, un modello per i giovani. Clarissa Burt, da sempre sua amica ha dato della sua comicità una definizione bellissima e poetica: "...la sua comicità è fatta d'innocenza."

Centinaia sono ancora le lettere che gli scrivono gli ammiratori più fedeli e che gli ripongono, insieme a fiori e mille altri piccoli regalini, sulla tomba.
Una letterina, scritta su un foglio stracciato da un diario, dice così:
SEI L'UNICO CHE HA VANTATO I NAPOLETANI. GRAZIE PER TUTTO.
TIZIANA e ANTONELLA TI AMIAMO.

Per dimostrargli tutto l'amore possibile, a Napoli due anni fa gli hanno dedicato una statuina del presepe: Massimo vestito da postino. Marco Ferrigno, di 25 anni, dei Ferrigno artigiani di San Gregorio Armeno, una zona nel cuore della città ha plasmato una statuina incredibilmente somigliante. Le frasi più belle che ho trovato in ricordo di Massimo Troisi,sono forse queste:

"Era il nostro attore dei sentimenti....... sono tristissimo". ( Ettore Scola)

"E' difficile accettare l'idea che gli sia capitata questa cosa cosi' inappellabile e sapere che non scherzeremo più..." (Giuliana De Sio)

"La sua malinconia, ilsuo garbo ci mancheranno tantissimo" (Francesca Neri)

"Sono sconvolto" (Pino Daniele)

"Era un ragazzo dal cuore d'oro. Un eterno fanciullo che trasmetteva voglia di vivere.
Voglio ricordarlo col suo sorriso". (Renato Scarpa)

In conclusione, spero di essere riuscita a presentare Massimo Troisi in una veste diversa e non solo come un colorito esponente della comicità italiana, ma anche come un personaggio simpatico, profondo, attento al suo cinema ed a lanciare un messaggio che in forma comica sia senza limiti o etichette. Un messaggio spaziante entro i confini dell'intelletto, della ragione, dello spirito e delle ragione del cuore. Massimo Troisi è riscito ad "oltrepassare" la schiera dei nuovi comici, a fare un passo avanti ed a lasciare qualcosa in più e di diverso che riesca sempre a far parlare di lui. Che cosa? Una nuova comicità, una nuova dimensione napoletana ed un nuovo modo di intendere i desideri e le aspirazione dei giovani. Non male per uno partito da zero da San Giorgio a Cremano...
Senza continuare a dilatare l'argomento, ricordandoti con immenso affetto, semplicemente....
....Grazie, Massimo.
Alcune frasi e battute di Massimo
"Io non voglio assumere l'atteggiamento
di quello che vuole spiegare tutto,
che è serio... si rischia di essere banali,
di ripetere cose già dette che sanno tutti quanti.
La comicità ti dà la possibilità di dire tante cose
senza annunciare: <>. Se vuoi capire, bene. Se no, ti sei fatto una risata."
Napoli
(provocazione contro i luoghi comuni)
"A Napoli ce sta 'o sole, penso che lo sanno tutti quanti, no? Ma mica ce sta 'o sole normale piccirillo accussì, sta 'nu piezzo 'e sole accussì a Napoli [allarga le braccia].
Non piove mai. Ma mica è bello, sai. Tra l'altro io tengo un impermeabile a casa, cioè nuovo, mai messo. Mai la soddisfazione di metterlo 'na vota, mai.
Poi che ce sta' cchiù? 'A museca. Cantano e suonano continuamente. Infatti si tu vide a Napoli ce stanno mandulini e chitarre che camminano. E pure chisto è difficoltoso dint' 'o pullman, dint' all'uffici, tutti quanti cu 'sti chitarre e mandulini camminano. Poi è pericoloso pecché pe' 'a strada cu' 'o manico d' 'a chitarra che è accussì [allunga il braccio] è pericoloso per i bambini specialmente. Pecché si tu cammini cu' 'a chitarra accussì gli dai la chitarra sulla testa, veramente è 'na cosa difficile...però è bello pecché cantano, stanno tutti quanti contenti a fatica', sempre 'o sole mio.
E poi che ce sta cchiù? Ah, 'a pizza e 'e spaghetti. Sempre. Io a Napoli solo pizza e spaghetti mangiavo. No, è vietato proprio mangia' 'sti ccose a Napoli. Si può mangià solo 'a pizza e 'e spaghetti. Infatti teniamo 'o fegato noi che è rovinato, no pecché sempre cu 'sta pizza e spaghetti, non si può mangia' niente, è vietato proprio...
Infatti 'na vota tornai a casa, tornai a casa mia all'improvviso accussì.
Bussai alla porta e sentette a mio padre che dice: <>. <>
Mio padre ha aperto: <>."
Le iniezioni
Troisi: "....Mi ricordo da piccolo mia nonna mi faceva le iniezioni....a Napoli le fanno le nonne, loro prendono la pelle in mezzo a due dita (unendo pollice e indice) e non si sentiva dolore......"
De Caro: "Ah.....allora le faceva proprio bene......."
Troisi: "No.....è che se le faceva sul dito........mia nonna era anziana.......non ci vedeva tanto bene........40 siringhe e' vitamine ca io n'avevo bisogno, io stavo rovinato, se l'è fatte tutte sul dito......Mia nonna ha fatto nu braccio e' chesta manera, pareva Maciste.....ogni tanto pigliava a mio nonno (mimando di alzarlo in aria con il braccio): <>."
La donna ideale
"L'ho già detto. La mia donna ideale, io lo dico pecché... anche se rischio di perdere delle amicizie... la mia donna ideale è la donna di un altro. No, pecché io so' pigro, sono uno che non mi va di uscire, allora se ci ho una donna che non può uscire, ci ha il marito geloso, se sta a' casa, nun po' ghi' a cena, nun po' ghi' al teatro, non può... quindi più che la donna ideale ci ho il marito ideale della donna ideale! Uno geloso. Questo mo' l'ho detto, nessuno mi inviterà più a casa sua, ma l'ho detto... Io, geloso della donna di un altro? che me 'mporta a me!"
"Non è che sono contrario al matrimonio. Ma un uomo e una donna sono i meno adatti per sposarsi, c' è troppa differenza tra loro."
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