lunedì 31 ottobre 2016


La nostra costituzione è bella, affascinante, ma anziana. 

Nel 1946 nell'anno in cui finalmente la nostra Nazione si approssimava a diventare "una repubblica libera e democratica fondata sul lavoro" i costituenti per sbrigarsi ad avere, in circa 2 anni "la madre della Legge italiana", la base da cui partire per tutte le Leggi, si appoggiarono, o comunque presero spunto dallo statuto Albertino (1848), che era fino ad allora la normativa vigente. Lo statuto Albertino era stato redatto dal Re Carlo Alberto, prendendo spunto a sua volta, dalle costituzioni francesi. 
Lo statuto era redatto, infatti, in francese. 
I nostri costituenti portarono delle modernizzazioni, attualizzando le Leggi ad un regime democratico. 
Inoltre da statuto (modificabile con una semplice legge) divenne costituzione (non modificabile da Legge ordinaria, bensì da referendum costituzionale). 
I padri costituenti di allora tennero a precisare che si sarebbe dovuto poi procedere ad apportare opportune modifiche alla seconda parte della nostra costituzione, dall'ART 138 "palleggiamento delle leggi tra Camera e Senato" che magari nel 1948 poteva essere un palleggiamento quick... Anno dopo anno è diventato, inceve, un palleggiamento soft, soft, soft. Arrivando ai 3000 emendamenti (odierni) per ogni Legge!

 #iovotosi! 

sabato 30 giugno 2012



Oggi, 30 giugno 2012,  che malinconia! Il contratto juventino di Alex Del Piero scade e finisce un'era per la Vecchia Signora del calcio italiano, per noi tifosi e per tutti gli amanti del calcio, quello bello, scintillante, emozionante non aggressivo ma brillante.
Insieme ad Alex del Piero sono cresciuta, ricordo quando la Juventus cedette Roberto Baggio esaltando Alex come nuovo punto di riferimento. Si sà come siamo poco abituati ai cambiamenti sbottai subito in un : e che ce ne facciamo di sto Del Piero, è giovane, senza esperienza. Banale errore fu il mio, dopo sarebbe stato ribattezzato, dal suo più grande tifoso,  il Pinturicchio.
Si, le sue sono spennellate di un gran pittore mosse dal genio, dal'estro che in pochi sanno tramutare in una grande emozione. 
Oggi sono dispiaciuta, ma mi rallegro pensando che ho tifato, sostenuto, gioito  per un campione, per un uomo che rimarrà nella storia del calcio italiano. Arrivederci Alex Del Piero e sempre forza Juve!
Rosalba

martedì 22 maggio 2012



LA BUROCRAZIA BLOCCA I FONDI DEGLI ARTISTI PER L'AQUILA

Dopo il sisma in Abruzzo di tre anni fa, molti artisti italiani vollero dare il proprio sostegno alle popolazioni colpite. Jovanotti, Giuliano Sangiorgi e Mauro Pagani, con altri cinquantatré cantanti, incisero il brano Domani, con cui raccolsero 1 milione 200 mila euro da destinare alla ricostruzione del Conservatorio dell'Aquila.

Oggi quei fondi sono ancora fermi al Ministero dei Beni culturali. Dopo aver fatto sentire la sua voce (di protesta) anche al ministro Fabrizio Barca, Jovanotti ha scritto su Facebook: "Il Ministero ha avuto il merito di non aver intaccato di un solo euro la cifra. In questi giorni dovrebbe avvenire lo sblocco della situazione".

Destino simile per i soldi raccolti da Laura Pausini, Fiorella Mannoia, Gianna Nannini, Elisa e Giorgia con il concerto Amiche per l'Abruzzo. Una parte di quel denaro doveva servire a ristrutturare una scuola elementare. È ancora tutto fermo. 



(andrea andrei-Venerdì di Repubblica 20 aprile 2012)



lunedì 7 maggio 2012

In bocca al lupo, monsieur le Président!





La sentenza di morte nei confronti del socialismo è vecchia più o meno quanto il socialismo stesso. Ma è sempre stata una sentenza avventata e imprudente, perché tende a confondere specifici partiti, movimenti, soluzioni tecnico-economiche con quello che è, al fondo, un principio e un afflato connaturato alla sfida – ancora aperta – proposta dalla modernità: l'eguale libertà degli uomini. Il regime democratico non può accettare che sia accantonato una volta per sempre il problema del divario fra le prospettive di autorealizzazione degli individui: le differenti condizioni di nascita – per definizione del tutto casuali, dunque “immeritate” – non possono, meglio, non devono, essere l'arbitro assoluto dei destini della persona. Così come è insita nell'ethos democratico la messa in discussione del privilegio: ciò che qualcuno considera l'intangibile frutto del proprio lavoro o di una legittima, e insindacabile, proprietà, è concepito dall'ethos democratico come il risultato degli sforzi di tutti coloro che partecipano ad una impresa produttiva, come il prodotto cioè di una cooperazione sociale, di un sistema che non potrebbe reggersi, svilupparsi e progredire senza l'intelligenza collettiva cui ogni grande intelligenza individuale è in qualche modo debitrice. 


Da questo punto di vista essere realmente democratici significa porsi il problema di come dare attuazione al concretissimo principio della uguale dignità degli uomini. Il quale prescrive, ad esempio, che tutti devono potersi curare da una malattia o accedere ai livelli più elevati di istruzione indipendentemente dal proprio censo o status sociale. Allo stesso modo ognuno ha diritto «al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione» (Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, approvata dalle Nazioni Unite 10 Dicembre 1948). 



C'è naturalmente un carico di utopia in tutto questo, ma l'utopia è proprio quell'ideale regolativo senza il quale non è possibile individuare la direzione di alcun disegno di riforma. Per questo Willy Brandt invitava il popolo tedesco ad «osare più democrazia» e concepiva il socialismo democratico come un progetto mai concluso: «non esiste un momento finale in cui si risolvono le contraddizioni della società». 



Ieri le elezioni francesi hanno registrato il trionfo del socialista François Hollande. Diventerà il ventiquattresimo presidente della Repubblica, il settimo della Quinta Repubblica. La sua vittoria coincide con uno dei momenti più difficili che l'Europa abbia attraversato dal secondo dopoguerra. Le risposte fin qui messe in campo dai vari leaders europei alla più grande crisi economica dopo la Grande Depressione degli anni Trenta si sono rivelate del tutto inadeguate. Ecco perché il successo di Hollande rappresenta la speranza di un cambio di passo, di una riformulazione complessiva delle priorità nell'agenda delle politiche europee, sonoramente bocciate anche dal voto greco. 



Non è ancora chiaro quale sarà il margine di manovra del presidente francese, quanto riuscirà a influenzare l'attuale leadership a egemonia tedesca, di quale entità saranno i compromessi ai quali dovrà inevitabilmente piegarsi. «Non voglio imporre nulla», ha detto Hollande all'indomani del primo turno delle presidenziali, «ma quando il popolo francese si esprime può essere ascoltato. Sopratutto se è portatore di una posizione giusta, utile, oggi sostenuta da molti economisti. Molti, compresi alcuni che guidano istituzioni finanziarie, dicono che senza crescita l'Europa non ha futuro». 



La crescita prima di ogni cosa, dunque. Ciò che Hollande intende per crescita è tuttavia molto diverso da ciò che intende Angela Merkel. Lo ha sottolineato molto bene – dal suo punto di vista – l'Economist, che ha definito Hollande «l'uomo più pericoloso d'Europa»: «Il candidato socialista ha saggiamente chiesto di rivedere il “patto fiscale” dell’eurozona in modo che non imponga soltanto una riduzione del deficit ma anche l’attenzione alla crescita», ha scritto nei giorni scorsi il settimanale conservatore britannico. «La proposta di Hollande risponde al coro di protesta contro l’austerity voluta dalla Germania che si sta diffondendo in tutto il continente, da Irlanda e Paesi Bassi a Italia e Spagna. Soltanto che diversamente da quello di altri, per esempio di Mario Monti, il rifiuto del patto fiscale di Hollande non si basa su sottigliezze macroeconomiche come il ritmo del rafforzamento fiscale». No, la politica di questo socialista francese muove da un altro approccio verso altri obiettivi. Ma questo è assolutamente un bene. E anche nella comunità finanziaria sono in molti a non pensarla come l'Economist: sul Financial Times, ad esempio, Wolfgang Münchau aveva giudicato «significantly positive» il potenziale impatto dell'elezione di Hollande per contrastare la «narrazione tossica» che è stata fatta delle cause della crisi (irresponsabilità fiscale) e delle sue possibili soluzioni (austerità). 



Il candidato del Ps aveva anticipato che in caso di vittoria avrebbe inviato agli altri leaders europei un memorandum fondato su quattro punti: «La creazione di eurobond, non per mutualizzare il debito bensì per finanziare progetti infrastrutturali industriali; maggiori possibilità di finanziamento per la Bei, la Banca europea d'investimento; la creazione di una tassa sulle transazioni finanziarie con gli Stati che saranno favorevoli; lo sblocco dei fondi strutturali oggi inutilizzati». A questo documento, aveva detto ancora Hollande, «si dovrà aggiungere un dialogo tra gli Stati e la Banca centrale per combattere la speculazione e fare in modo di garantire il finanziamento necessario all'economia reale, visto che in questo momento il rischio principale è che l'Europa resti in recessione a causa delle difficoltà che incontrano le imprese nell'accesso al credito». La Banca centrale europea è ovviamente indipendente, ma il mutato clima intorno ad essa potrebbe dare un buon contributo all'adozione di iniziative non convenzionali. Ha ricordato il premio Nobel Joseph Stiglitz nei giorni scorsi durante un incontro a Roma che «abbiamo già tante catastrofi naturali da fronteggiare, come i terremoti e gli uragani, da non dover aggiungercene una prodotta dagli uomini come la rigidità monetaria». 



Per quanto concerne il “fronte interno”, il sito di MicroMega ha già pubblicato unlungo articolo sul programma socialista. Ulteriori proposte sono emerse nel corso della campagna elettorale. 



Particolarmente scalpore ha fatto quella di un'aliquota marginale al 75% per i redditi superiori al milione di euro, nonostante il fatto che essa coinvolgerebbe un numero assai ristretto di contribuenti (3-4000 persone secondo l'economista Michel Sapin, responsabile del programma di Hollande). C'è da dubitare che il neopresidente tenga davvero fede a questa promessa, dal significato evidentemente simbolico. È sicuro però che essa nasce sulla spinta della “concorrenza a sinistra” del candidato del Front de Gauche Jean-Luc Mélenchon. Quest'ultimo proponeva addirittura la confisca totale per la quota di reddito oltre i 360mila euro. 



Ora, senza entrare nel merito della perseguibilità concreta, dell'efficienza e dell'equità delle singole soluzioni tecniche ci permettiamo di opporre una piccola nota storica a chi bolla come poco serie e “folcloristiche” alcune posizioni radicali presenti nel dibattito francese. In Italia la prima formulazione dell'Irpef (1973) prevedeva 32 scaglioni di reddito con aliquota massima all'82%, abbassata al 72% nel 1975. Erano gli anni Settanta: oggi c'è la globalizzazione, con tutti i vincoli che ne conseguono. Ma se parliamo di “principi” non dimentichiamo che quella era l'Italia democristiana – non l'Unione sovietica di Breznev –, un'Italia repubblicana e democratica nella quale si dava piena attuazione al principio costituzionale secondo il quale «il sistema tributario è informato a criteri di progressività» (art. 53). 



Tornando alla Francia, lo scorso 4 aprile l'allora candidato Hollande ha annunciato le misure che saranno prese subito, nei primi due mesi del mandato. Si comincerà, dopo l'insediamento (10 o 11 maggio) e prima della fine della sessione ordinaria del parlamento (29 giugno), con la riduzione del 30% dello stipendio del capo dello Stato e dei membri del governo; l'aumento del 25% dell'indennità scolastica (cioè del rimborso statale alle spese per l'acquisto del materiale didattico da parte delle famiglie); il blocco per tre mesi del prezzo della benzina (sul tema energia ricordiamo che nel programma del Ps c'è un piano per ridurre dal 75% al 50% il contribuito del nucleare al fabbisogno energetico del paese); l'annuncio del ritiro anticipato, entro il 2012, delle truppe francesi dall'Afghanistan (il 20 e 21 maggio è in programma un vertice Nato a Chicago); l'introduzione di un tetto massimo alle retribuzioni nelle aziende pubbliche, da individuare attraverso il limite di 20 a 1 nel rapporto fra stipendi di dirigenti e manager e quello degli altri lavoratori; il ripristino del diritto di andare in pensione a 60 anni per chi può contare su almeno 41 anni di contributi e ha cominciato a lavorare prima dei 20 anni; la cancellazione del blocco del turn-over nella pubblica amministrazione, in virtù del quale oggi si procede ad una sola assunzione ogni due dipendenti in uscita. 



Nel corso di una sessione parlamentare straordinaria (fra il 3 luglio e il 2 agosto) – e naturalmente ipotizzando una vittoria dei socialisti anche alle elezioni legislative che si terranno il 10 e il 17 giugno – il cammino di marcia segnato da Hollande prevede l'approvazione di una legge sulle banche che introduca una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. Era il cuore dello Glass-Steagall Act approvato negli Stati Uniti da Roosevelt nel 1933, nel mezzo della Grande Depressione e in buona parte abrogato da Bill Clinton nel 1999. Con l'ultima crisi in Europa non si è fatto quasi nulla per la regolamentazione del sistema finanziario, mentre negli Usa di Barack Obama è entrato in vigore nell'estate del 2010 il Dodd-Frank Act (una dettagliata analisi dei punti di forza e di debolezza di quest'ultimo pacchetto di leggi si può trovare nel capitolo 10 del libro di Luciano Gallino “Finanzcapitalismo”, Einaudi). 



Sempre nella sessione parlamentare straordinaria del 3 luglio-2 agosto è infine prevista una prima tranche di assunzioni nel settore scolastico (nell'arco dei cinque anni ne sono previste 60mila) e le prime misure della riforma fiscale, fra le quali il ripristino integrale della patrimoniale, attraverso la cancellazione degli sgravi introdotti da Sarkozy. 



L'uomo più pericoloso d'Europa? Per qualcuno certamente sì. Ma una sinistra che rinunciasse ad essere pericolosa, pericolosa per il privilegio, pericolosa per gli assetti di potere esistenti, è una sinistra che non avrebbe ragion d'essere. In bocca al lupo, monsieur le Président!
di Emilio Carnevali da Micromega 7 Maggio 2012

martedì 1 maggio 2012

OTTIMISMO TECNOLOGICO? 


NO GRAZIE!

Un docente accusa: italiani ignoranti, due righe su twitter non fanno cultura

Viviamo nell'età dell'ignoranza e crediamo di poter essere onniscienti. 
La velocità ha preso il posto dell'accuratezza. Siamo in balia di una moda rovinosamente populista. Il futuro appare fosco. In Italia più che altrove. Fabrizio Tonello non fa molti sconti nel suo nuovo libro: L'età dell'ignoranza. È possibile una democrazia senza cultura? (Bruno Mondadori, pp. 151, euro 15). Professore di Scienze politiche a Padova, ha lavorato negli Stati Uniti e lì ha deciso di scrivere il suo atto d'accusa."Mi sono reso conto che il clima anti-intellettuale che si è andato creando in Italia è parte di un contesto culturale più ampio. Possiamo finire bolliti prima di accorgercene. La temperatura dell'acqua sale lentamente".
Ci spieghi...
"Nel libro ho evitato di citare Bossi e Berlusconi. Non volevo sembrasse un pamphlet contro chi è fuori gioco. Ma quanto ci è costato dover assistere per anni alle cene di Berlusconi e alle canottiere di Bossi? Tanto che poi si deve ricorrere ai tecnici e siamo quasi stupiti che sappiano governare. Scopriamo che un Quintino Sella come ministro è meglio di Bartali. Bella scoperta".
Della competenza che manca ai governanti parlava già Socrate.
"Ma quel che è successo nel mondo occidentale dagli anni 80 è unico. Reagan vinse le elezioni con le sue battute di spirito, umiliando Carter che appariva un noioso ingegnere. Poi, prima dei suoi incontri importanti, ricorreva a una chiromante. Sempre meglio del bunga bunga, certo. Ora siamo contenti di avere un premier che invece di fare le corna sa far di conto. Ne siamo stupiti".
Nel suo libro le riflessioni più accorate riguardano la scuola.
"Più del 50 per cento degli italiani non ha mai letto un libro. La scuola elementare resiste. Ma poi non si formano più giovani con capacità linguistiche che li mettano in condizioni di trarre profitto dai corsi universitari".
Lei se la prende anche con i nuovi supporti elettronici.
"Sono contrario all'ottimismo tecnologico. A ogni innovazione si grida al miracolo e a un futuro migliore. Telegrafo, radio, aviazione, televisione. I risultati li abbiamo sotto gli occhi. Il problema è saper usare l'enorme massa di informazioni. Serve il senso critico. Ma oggi trionfano la velocità e la brevità. Come posso approfondire qualcosa con twitter? Centoquaranta caratteri. Due righe e mezza. Dove sono l'approfondimento e la discussione? I politici che twittano sono il trionfo del non pensiero. E del sentimentalismo. Le emozioni sono ciò che può essere veicolato in due frasi. Il sentimento privo di letterarietà. Moccia. I talk show. Un romanticismo d'accatto".

mercoledì 25 aprile 2012

25 aprile 2012




"Ma siamo ancora qui a ricordare 
come sono andate le cose nel periodo più nero e umiliante della nostra storia.
A ricordare  quell’ alta pagina di solidarietà 
e di civile  dignità, che si chiama Resistenza."



"Secondo alcuni revisionisti, come il senatore Pera, l’antifascismo è da archiviare tra i robivecchi, e la Resistenza, un mito inventato dai comunisti.

Insomma, quelli che come me erano in montagna dall’otto settembre del ’43, e che il diciannove di quel mese erano con Duccio Galimberti a Boves incendiata dalle SS del maggiore Peiper, stavano in un mito. Quarantacinquemila partigiani caduti, ventimila feriti o mutilati, uno dei più forti movimenti di resistenza d’Europa, gli operai e i contadini per la prima volta partecipi di una guerra popolare senza cartolina di precetto, una formazione partigiana in ogni valle alpina o appenninica:ecco che sessantacinque anni dopo dei professorini e dei diffamatori, ci avvertono che era tutta un’invenzione, una favola, un mito.

Ma quel mito non se lo sono inventati dei propagandisti politici, quel mito è nato dai fatti di cui parlano le lapidi e i monumenti in ogni Provincia italiana.

La distinzione tra l'antifascismo e la democrazia è una falsa distinzione. Assistiamo a un revisionismo reazionario che apre la strada a una democrazia autoritaria. Non a caso, nel presente, la globalizzazione economica è un ritorno al colonialismo, con cui l’antifascismo dello stato sociale, delle riforme democratiche, non ha nulla da spartire.

C’è stata una mutazione capitalistica, una rivoluzione tecnologica per cui i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri ed emarginati. Questa è la vera ragione per cui la Resistenza e l’antifascismo appaiono sempre più sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere. Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam. 

Così è riapparso il ventre molle del paese, l’eterno qualunquismo che la Resistenza aveva combattuto. 
Ma siamo ancora qui a ricordare come sono andate le cose nel periodo più nero e umiliante della nostra storia. A ricordare 
quell’ alta pagina di solidarietà e di civile dignità, che si chiama Resistenza."
Giorgio Bocca 


Testo inserito nella terza edizione ( 2008) di "Partigiani della montagna" ,  rielaborato per un discorso tenuto da G. Bocca alla manifestazione dell'ANPI del 25 aprile 2008.



domenica 22 aprile 2012

Turismo accessibile: Tutti dobbiamo fare turismo!


Cos’è il turismo accessibile

Per turismo accessibile si intende l’insieme di servizi e strutture in grado di permettere a persone con esigenze speciali la fruizione della vacanza e del tempo libero senza ostacoli e difficoltà. Le persone con esigenze speciali possono essere gli anziani, le persone con disabilità e le persone con esigenze dietetiche o con problemi di allergie che necessitano di particolari comodità ed agevolazioni per la pratica del viaggiare. 
La definizione di turista si basa su un’ampia categoria di persone e considera tutti coloro che dichiarano di aver effettuato almeno un viaggio durante l’ultimo anno.
Scarne se non assenti sono le informazioni ed i dati sull’argomento all’interno delle principali fonti statistiche sul turismo, che prevalentemente riescono ad effettuare solo valutazioni qualitative o, al più, stime sulle effettive dimensioni del fenomeno.
L’indagine è stata condotta su un campione di famiglie italiane, composto da 9.041 unità con l'esclusione di tutti coloro che vivono nelle convivenze. Le interviste, effettuate mediante telefono, hanno seguito la tecnica CATI (Computer Assisted Telefonic Interview).
Lo studio rappresenta un primo tentativo di colmare le attuali lacune informative e di costruire, contemporaneamente, un prototipo metodologico utile a realizzare, anche in differenti contesti, indagini ed analisi sulla domanda effettiva e potenziale di turismo accessibile.
Vi sono, inoltre, alcune indicazioni e richieste da parte degli operatori del settore che contribuiscono ad aumentare l’importanza della diffusione di dati statistici sul turismo accessibile e determinano un accrescimento delle motivazioni alla creazione di fonti di dati omogenee, comparabili e costanti su tale oggetto di studio. L'indagine.

La Roveja di Civita di Cascia

Nei secoli passati questo legume era prodotto su tutta la dorsale appenninica umbro-marchigiana, in particolare sui monti Sibillini, dove i campi si trovavano anche a quote elevate.
Questo tipo di pisello, dal seme colorato che va dal verde scuro al marrone per arrivare al grigio, cresce anche in forma spontanea, lungo le scarpate e nei prati, e nei secoli passati era addirittura protagonista dell'alimentazione dei pastori e contadini dell’area.
Il declino della roveja iniziò nella seconda metà del XX secolo, con la maggiore redditività di altre colture e l'introduzione dei mezzi meccanici nell'agricoltura.
La sua origine non è ancora chiaramente definita: molto probabilmente proviene dal Medio Oriente. In Europa questa specie conosciuta fin dalla preistoria ha rappresentato, insieme a lenticchia, orzo e farro, la base dell'alimentazione umana nel neolitico. Sia i Greci che i Romani lo consideravano un legume prelibato.
La roveja è resistente anche alle basse temperature, si coltiva in primavera-estate e non ha bisogno di molta acqua. Ha grande valenza nutritiva perché molto proteica, in particolare se consumata secca, con alto contenuto di carboidrati, fosforo, potassio e pochissimi grassi.
Oggi è stata abbandonata ovunque e resistono solo pochi agricoltori nella val Nerina, in particolare a Cascia dove, in una località chiamata Preci, c'è una fonte detta dei Rovegliari. In questa vallata la roveja si semina a marzo a un'altitudine che va dai 600 ai 1200 metri e si raccoglie tra la fine di luglio e l'inizio di agosto. La battitura è simile a quella della lenticchia: quando la metà delle foglie è ingiallita e i semi sono diventati cerosi, si sfalciano gli steli e si lasciano sul prato ad essiccare. Quando l'essicamento è completato si portano sull'aia e si trebbiano. Si deve poi liberare la granella dalle impurità con una ventilazione che avviene con setacci.
La roveja, detta anche roveglia, rubiglio, pisello dei campi, corbello, si può mangiare fresca oppure essiccata, in questo caso diventa un ottimo ingrediente per minestre, zuppe. Macinata a pietra, si trasforma in una farina dal lieve retrogusto amarognolo che serve per fare la farecchiata o pesata: una polenta tradizionalmente condita con un battuto di acciughe, aglio e olio extravergine di oliva, buona anche il giorno successivo, affettata e abbrustolita in padella.

Testo consultato Presidi Slow Food

ESODATI

Gli esodati sono lavoratori over 50 espulsi dal mercato dal lavoro e non ancora ammessi in pensione in conseguenza di un innalzamento dell'età o dei requisiti per accedere al trattamento pensionistico. Gli esodati sono pertanto un sottoinsieme dei disoccupati. E' una fascia sociale particolarmente debole poiché risentono maggiormente delle difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro e, a differenza dei disoccupati giovani, hanno spesso degli obblighi ed oneri economici derivanti dalle spese familiari ( mutuo casa, figli minori, ecc. ). Il termine "esodato" viene coniato nel 2012 dai mass media e dalla classe politica per indicare quei lavoratori che hanno perduto il posto di lavoro a seguito di una ristrutturazione aziendale, di un accordo sindacale o di un accordo economico con il datore di lavoro, contando di poter accedere in breve tempo al trattamento pensionistico e che hanno visto allungarsi il periodo di tempo di attesa con la riforma del sistema pensionistico.

domenica 15 aprile 2012

Romanzo di una strage


Paradossalmente, per avvicinarsi a Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana bisogna dimenticare all’ingresso del cinema ciò che si sa, ciò che si pensa di sapere e, soprattutto, le proprie convinzioni ideologiche. Non per banalmente accettare supinamente la tesi del regista e degli sceneggiatori Rulli e Petraglia ma, semplicemente, per godere, innocentemente (casomai fosse possibile…), di un buon film italiano animato da una tensione civile forte e nobile e che, al tempo stesso, non depone linguaggio e poetica ai piedi dell’altare dell’invettiva. 


Premessa quasi pedante e purtroppo inevitabile. Perché di fronte alla ferita che rappresenta la strage di piazza Fontana nella coscienza e nell’immaginario dell’Italia è quasi inevitabile parlare d’altro, e questo senza tenere conto delle pratiche giudiziarie che nel corso degli anni sono aumentate come l’inevitabile metastasi del cancro della prima menzogna pronunciata per coprire quell’infame colpo inferto a una democrazia debole e fragile. 


Marco Tullio Giordana è un regista contraddittorio. Un cinefilo melomane ossessionato dalla figura del Padre (maiuscola obbligatoria) che inevitabilmente non può fare a meno di fiondarsi nell’agone della storia (più o meno) recente. Non a caso la sua versione di Romanzo di una strage, nonostante tutta la tensione profusa nel film, per giungere a offrire l’immagine di una verità possibile, è soprattutto la rappresentazione della lotta titanica fra i figli smarriti sotto la tenda del circo della storia di un paese uscito da poco dalla tragedia della seconda guerra mondiale - sulla soglia di una modernità avvertita come matrigna e ingannatrice - mentre padri lontani, distanti e traditori, celano il loro volto nelle ombre del buio che una mancata rielaborazione dell’esperienza fascista alimentava e ancora alimenta. 


Romanzo di una strage è il pianto attonito che constata un tradimento: il tradimento dei padri consumato ai danni dei loro figli. Nel film di Giordana, però, nessun angelo ferma la mano di Abramo. Anzi. Il sacrificio si compie. E il sangue non si laverà mai. 

Rispetto ai due grandi esempi del cinema civile italiano, Elio Petri e Francesco Rosi, Giordana cela la sua voce tra le pieghe di un racconto piano e apparentemente senza scosse. Lineare, come una classicità post-televisiva. Se in Rosi la supremazia della forma offriva vigore alla tesi politica, non essendo Rosi al servizio di nessuna verità ufficiale pur essendo un intellettuale schierato a sinistra, in Petri la torsione del grottesco (accolta da Sorrentino per il suo Divo), favoriva una deriva barocca spagnoleggiante che, in ultima analisi, diventava angosciata invettiva. 

Giordana, invece, si trova a osservare la storia del paese dei padri, dalla prospettiva di un figlio postumo. Maledetti vi amerò, suo primo lungometraggio, distribuito nel 1980, non era solo il segno di uno smarrimento di una generazione alla fine degli anni Settanta, quanto la testimonianza di un esilio dalla storia, propria, individuale e collettiva. E, soprattutto, la documentazione di un paesaggio nel quale i padri, ancora una volta, avevano consumato un atroce tradimento. 

In questo senso il cinema civile secondo Giordana è sempre la storia di un figlio ucciso dal padre. Romanzo di una strage, in questo senso, tenta un approfondimento prospettico ulteriore: i figli uccisi, attraverso il lavoro prodotto dallo scavo della verità, vengono ricondotti al ruolo originario di padre negato loro dalla storia e della violenza. La storia interrotta, riconosciuto ciò che l’ha spezzata, può continuare. Forse.

Ed è proprio in questo movimento che il film di Giordana, nonostante gli inevitabili distinguo, precisazioni, polemiche e quant’altro un film su piazza Fontana inevitabilmente evoca, diventa anche un film interessante e che, ci pare, fa avanzare la poetica di un regista sino a questo momento indeciso fra il lutto per i padri esemplari trucidati (il film su Pasolini) e i figli traditi dai padri (il filone maggiore della sua poetica e che ne I cento passi trova la sua formulazione più problematica). 

E se dunque prima il cinema di Giordana sembrava come riferirsi a un’autorità esterna (una mancanza interrogata cui il cinema tentava di dare corpo), cui la cinefilia mai taciuta dell’autore conferiva un’identità traslata, con Romanzo di una strage, nel processo di rielaborare un lutto indicibile, il regista si trova a dare vita finalmente a padri, inevitabilmente assenti essendo stati assassinati, ma che è possibile recuperare alla loro funzione educativa, seppur postumi. 

Se dunque questo è l’arco etico del film, che si tende da Aldo Moro cui la rappresentazione sofferta di Gifuni offre l’immagine ascetica di un servitore totale e assoluto dello stato e della democrazia, al quale la sceneggiatura offre addirittura una battuta dove invoca il martirio pur di difendere la patria e un anelito antimoderno quasi pasoliniano, il binomio Calabresi-Pinelli, antinomico ma complementare, offre l’immagine di una “meglio gioventù” sacrificata ai piedi di un altare del tradimento, di promesse non mantenute. Non a caso Giordana in conferenza stampa evocava Shakespeare, i cui principi chiamati a sostituire i padri riverberano in quasi tutti i personaggi del regista. Ciò che quindi attrae fortemente nel film, è l’assunzione di responsabilità attraverso la quale Giordana opera, letteralmente, in senso strettamente etimologico, una revisione dell’intera vicenda di piazza Fontana, sottraendo dunque il revisionismo (ossia il vedere di nuovo…) alle spinte più reazionarie del paese. Rivedere per partecipare di una storia cristallizzata in posizioni trasmesse quasi come testimoni generazionali e per andare al di là delle barriere di un linguaggio segmentato. Un’operazione schiettamente cinefila, se si vuole. 


In questo processo, affascinante e rischioso, in cui allo spettatore spetta il compito di orientarsi in un film compatto e teso come un thriller, nel quale si torna a respirare un po’ di cinema italiano come si usava qualche decennio fa, inevitabilmente ci si scontra anche con scelte discutibili, come il ritratto (quasi) umano del golpista Borghese che di fronte ai numeri della strage mette in riga il fascista Delle Chiaie (ben altra cosa è l’acido muriatico monicelliano di Vogliamo i colonnelli) ricordandogli che lui non è un “soldato”. C’è un desiderio niente affatto celato di una ricomposizione, nella quale, forse troppo generosamente, gli unici “cattivi” sono coloro che restan fuori dal perimetro dell’inquadratura, che non si vedono mai e che vanno sotto l’indicazione generica di “servizi deviati” o “le parti più oltranziste della Nato” (cosa che però fa sorgere un’osservazione: quindi la Nato è oltranzista? Qual è la parte meno oltranzista…?). Come dire che gli attori in campo hanno tutti una loro motivazione… A ciascuno la sua catarsi. 


Romanzo di una strage, dunque, rischia di essere un film insoddisfacente se lo si approccia con il metro del desiderio non confessato/confessabile che il film aderisca quanto più possibile alle proprie convinzioni ideologiche e giudiziarie sulle strage, ed è facilmente prevedibile che intorno a Romanzo di una strage si scatenerà una teoria di discussioni e polemiche notevole. 


Può invece risultare il film più convincente di Giordana, se si accetta il rischio poetico di un autore che osa dare nomi ai propri fantasmi individuandoli nell’agone di una storia collettiva la cui ferita ha contaminato in profondità il corpo della democrazia italiana. 

Perché, diradato il fumo delle bombe, a Giordana interessa individuare, soprattutto, il nome del padre. Di un altro padre. Perché un altro padre è possibile. E con Romanzo di una strage, Giordana ci va davvero molto vicino.
di Giona A. Nazzaro Micromega.it (29/03/2012) 

martedì 10 aprile 2012

Veganismo


Cosa significa Vegan?

Vegan è chi evita di usare o consumare prodotti di origine animale. Mentre i vegetariani evitano solo la carne, i Vegani evitano anche latte e formaggi, uova, pellicce, cuoio, lana e tutti i prodotti testati sugli animali. Vegan (o Vegano) è la contrazione del termine inglese vegetarian. L'analogo italiano è Vegetaliano, dal latino vegetalis, ossia: appartenente al regno vegetale. Un termine che è però caduto in disuso. Recentemente Jeff e Sabrina Nelson, fondatori del più visitato portale del mondo vegetariano (www.vegsource.com), hanno coniato il vocabolo Vegitan, che definisce solo chi non usa cibi di origine animale e non è indicativo di convinzioni politiche, filosofiche o etiche ma si limita a descrivere un tipo di alimentazione, senza entrare nel merito delle motivazioni.

Perché Vegan?

Il Veganismo è il passo successivo del vegetarismo. componente essenziale di uno stile di vita libero da crudeltà. Fornisce indubbi benefici alla salute e allo spirito, oltreché agli animali e all'ambiente.


L'origine del Veganismo

La parola ''vegan'', che ha assunto anche il significato di vegetariani radicali, fu coniata da Donald Watson (morto il 16 novembre 2005, a 95 anni) e da Elsie Shrigley nel novembre 1944, quando a Londra fondarono l'associazione Vegan Society. Inizialmente gli iscritti alla Vegan Society furono 25, mentre oggi sono circa 5.000. Si stima che solo in Gran Bretagna i vegani siano 300 mila. In 60 anni di storia, il veganismo, secondo fonti dell'associazione, avrebbe fatto almeno 4 milioni di proseliti nel mondo.

Il veganismo fu presentato da Watson come uno stile di vita non violento, che elimina lo sfruttamento, la sofferenza e l'uccisione degli animali. I vegan mangiano infatti vegetali e non carne, uova o latte; indossano indumenti di cotone e sintetici e non pelle, seta, lana o pellicce; usano prodotti vegetali e sintetici ma non di origine animale ne' testati su di loro. Spettò proprio a Donald Watson scrivere a macchina il programma della nascente associazione in quel novembre del 1944, in una piccola stanza di Evesham Road. Quel programma venne poi stampato e diffuso come il primo numero di ''Vegan News''. 

Nei suoi scritti teorici, Donald Watson spiegava che si diventa vegan per risparmiare la vita agli animali ed eliminare la loro sofferenza; per proteggere e conservare l'ambiente; per nutrire un numero molto maggiore di persone in tutto il mondo; per migliorare la propria salute.

La Vegan Society - che ha affiliazioni in numerose nazioni - sostiene la scelta di migliaia di vegan in tutto il mondo con libri, giornali (il trimestrale ''The Vegan''), video ed organizzando un ricco sito web; promuove inoltre un marchio commerciale, utile ad identificare i prodotti coerenti con la scelta vegana ed una rete di associazioni locali e punti di contatto in vari paesi.

Quanti Vegetariani e Vegani in Italia

Secondo il Rapporto Eurispes 2011 vegetariani e vegani in Italia sono il 6,7%. L’amore e il rispetto per gli animali a volte finiscono per influenzare anche le abitudini alimentari dei soggetti che, per tutelare l’ambiente e proteggere la biodiversità, rinunciano a carne, pesce e talvolta anche a uova e latte. Che si chiamino vegetariani o, nell’accezione più estrema, vegani, essi costituiscono ormai anche nel nostro Paese un fenomeno sociale sul quale è opportuno soffermarsi ad indagare. Mangiare esclusivamente vegetali è un’abitudine per il 6,3% della popolazione che ha eliminato dalla propria dieta carne e pesce, lo 0,4% ha optato per una decisione ancora più drastica che prevede l’esclusione anche del latte e delle uova: il veganismo. A preferire uno stile alimentare di tipo vegetariano o vegano sono in prevalenza le donne (rispettivamente 7,2% vs 5,3% degli uomini; 0,5% vs 0,3%), i giovanissimi tra i 18 e i 24 anni (13,5%) e, a sorpresa, tra gli over 65 (9,3%). Vegetariani e vegani soprattutto per una scelta alimentare più salutare. Ma da dove nasce la spinta ad abbandonare la dieta mediterranea, con la sua varietà di alimenti e sapori, e rivolgere il proprio interesse esclusivamente verso determinate tipologie di cibo? Nel 48% dei casi questa scelta dipende fondamentalmente dal fatto che mangiare esclusivamente frutta e verdura arrechi benefici alla salute. Molto alta appare, poi, la percentuale di coloro che sono mossi in tal senso da ideologie animaliste (44%) che mal sopportano l’uccisione di animali per la macellazione delle carni. A questo risultato si associa la parte degli intervistati che scelgono la via del vegetarismo per ragioni di tipo ambientalista (2%). Questo tipo di dieta comporta infatti un minore spreco di risorse e provoca meno danni al territorio.
Fonte: Vegan Italia (http://www.veganitalia.com)

giovedì 5 aprile 2012

Se Disneyland batte la Tour Eiffel


Il parco parigino compie 20 anni e si conferma la principale destinazione turistica europea: 250 milioni di visitatori.

PARIGI - Era il 15 dicembre 1985, quando l’allora primo ministro francese, il socialista Laurent Fabius, firmava la lettera d’intenti per l’individuazione dell’area su cui sarebbe stato realizzato il primo parco Disneyland sul territorio europeo. Quindici mesi più tardi un altro primo ministro, il gaullista Jacques Chirac, firmava la convenzione per il progetto trentennale di Eurodisney. Fu poi il presidente socialista François Mitterand, il 12 aprile 1992, a patrocinare il taglio del nastro del nuovo resort. 
E oggi, mentre la Francia si prepara al rush finale di nuove elezioni presidenziali, Disneyland Paris celebra il suo ventesimo anniversario e lo status ormai consolidato di prima attrazione turistica europea.

TURISMO E OCCUPAZIONE - Nel 2011 sono stati raggiunti i 15,6 milioni di visitatori, un record nonostante la crisi economica globale. E, a metà novembre, ha varcato i cancelli il 250milionesimo ospite. Nei suoi vent’anni di vita, insomma, il regno europeo di Topolino ha accolto più turisti di quanti ne abbia contati la Tour Eiffel dal 1889 ad oggi. Quella di Eurodisney non è solo una storia di entertainment. É anche una storia di business e di sviluppo economico, che parla di oltre 14 mila posti di lavoro creati nell’area di Marne la Vallée (è la più grande azienda monosede esistente in Francia) che salgono a circa 50 mila considerando tutto l’indotto. E di un giro d’affari che corrisponde a più del 6% di tutte le entrate del comparto turistico in Francia.
GLI ESORDI E IL FUTURO - Con questi numeri non è stato difficile superare gli scetticismi di chi pensava che un prodotto così marcatamente a stelle e strisce potesse avere chance di successo in una Francia così fortemente orgogliosa delle proprie tradizioni. Ma Disneyland Paris non è solo Francia: la scelta della location ha tenuto conto di molti fattori, tra cui la posizione nel cuore dell’Europa e la possibilità di creare collegamenti diretti ed efficaci con diverse nazioni (come ad esempio la linea Tgv che attraverso l’Eurotunnel collega direttamente il resort con la Gran Bretagna). Caratteristiche che a suo tempo fecero scartare Spagna e Italia, che pure vennero prese in considerazione per lo sbarco europeo. Parigi già allora era la principale meta turistica internazionale nel vecchio continente e grazie al celebre topo e a tutta la sua banda oggi lo è ancora di più. Non è un caso se già si parla di un’ulteriore fase di sviluppo dopo le due realizzate nel corso del primo ventennio.

LE VENTI CANDELINE - Il presidente di Eurodisney, Philippe Gas, sabato sera ha dato il via alle celebrazioni di festeggiamento di questo anniversario assieme alla stella del calcio francese Zinedine Zidane, inaugurando Disney Dreams, la versione più avanzata degli show di son et lumières che usa come schermo il castello della Bella Addormentata e un muro d’acqua nebulizzata creato da fontane che sparano getti fino a 40 metri di altezza. Molti i vip internazionali presenti all’evento, dal regista francese Luc Besson all’attrice Salma Hayek.
IL SOGNO DI WALT - Molto tempo è passato dal quel 17 luglio 1955 in cui vide la luce il primo Disneyland, ad Anaheim, in California. Allora vedeva la luce il sogno di Walt Disney di un luogo dove bambini e genitori potessero divertirsi insieme. «Un posto dove potessi divertirmi anche io» come diceva sempre il “papà” di Mickey. Oggi nel mondo i parchi Disney sono cinque: a quello californiano si sono aggiunti Orlando (Florida), Tokyo, Parigi e Hong Kong. E un sesto nascerà nei prossimi anni a Shanghai. «Ma quello europeo ha un fascino particolare – commenta Tony Wayne Baxter, vicepresidente della Walt Disney Imagineering, il braccio creativo della compagnia,l’uomo a cui a metà degli anni Ottanta fu affidato il compito di progettare il comprensorio -. Castelli, boschi incantati, villaggi da favola che per il resto del mondo sono associati all’idea delle fiabe, in Europa esistono veramente, sono alla portata di tutti. Per i visitatori europei trovarsi nei paesaggi in cui sono ambientate molte delle favole disneyane significa ritrovarsi un po’ a casa propria. E questo è un valore aggiunto che nessun altro parco al mondo può replicare». «Il mondo Disney è tipicamente europeo – sottolinea Osvaldo Del Mistero, italiano, uno dei due “ambasciatori” di Disneyland Paris -. Da Pinocchio a Cenerentola, da Rapunzel alla Bella e la Bestia, da Peter Pan a Ratatouille sono tante le favole in cui si respira aria d’Europa».
di ALESSANDRO SALA corrispondente de il Corriere della Sera (1 aprile 2012)

sabato 24 marzo 2012

Battaglia di Anghiari (Leonardo)

Peter Paul Ruben (1577–1640)copia della Battaglia di Anghiari

La Battaglia di Anghiari era una pittura murale di Leonardo da Vinci, databile al 1503 e già situata nel Salone dei Cinquecento diPalazzo Vecchio a Firenze. A causa dell'inadeguatezza della tecnica il dipinto venne lasciato incompiuto e mutilo; circa sessant'anni dopo la decorazione del salone venne rifatta da Giorgio Vasari, non si sa se distruggendo i frammenti leonardiani o nascondendoli sotto un nuovo intonaco o una nuova parete: i saggi finora condotti non hanno sciolto il mistero.


Nell'aprile del 1503 Pier Soderini, gonfaloniere a vita della rinata Repubblica fiorentina, affidò a Leonardo, da qualche anno tornato in città dopo il lungo e prolifico soggiorno milanese, l'incarico di decorare una delle grandi pareti del nuovo Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio. Si trattava di un'opera grandiosa per dimensioni e per ambizione, a cui avrebbe atteso nei mesi successivi, e che l'avrebbe visto faccia a faccia con il suo collega e rivale Michelangelo, a cui era stato commissionato un affresco gemello su una parete vicina, laBattaglia di Càscina (29 luglio 1364, contro i Pisani)[1].
La scena affidata a Leonardo invece era la battaglia di Anghiari, cioè un episodio degli scontri tra esercito fiorentino e milanese del 29 giugno 1440; nel complesso la decorazione doveva quindi celebrare il concetto di libertas repubblicana, attraverso le vittorie contro nemici e tiranni[1].
Dopo un viaggio a Pisa nel luglio, Leonardo iniziò infine a progettare il grande dipinto murale che, come per altre sue opere, non sarebbe stato un affresco, ma una tecnica che permettesse una gestazione più lenta e riflessiva, compatibilmente col suo modus operandi. Dalla Historia naturalis di Plinio il Vecchio recuperò l'encausto, che adattò alle sue esigenze.
Per ragioni diverse nessuna delle due pitture murali venne portata a termine, né si sono conservati i cartoni originali, anche se ne restano alcuni studi autografi e copie antiche di altri autori.
Leonardo in particolare, dopo molti studi e tentativi, mise in opera il suo dipinto, ma come nel caso dell'Ultima Cenaanche questa scelta tecnica si rivelò drammaticamente inadatta quando era ormai troppo tardi[1]. Predispose due enormi pentoloni carichi di legna che ardeva, generando una temperatura altissima che avrebbe dovuto essiccare la superficie dipinta, puntandoveli direttamente (vi sono diversi studi descritti nei suoi manoscritti). La vastità dell'opera non permise però di raggiungere una temperatura sufficiente a far essiccare i colori, che colarono sull'intonaco, tendendo inoltre ad affievolirsi, se non a scomparire del tutto. Nel dicembre 1503 l'artista interruppe così il trasferimento del dipinto dal cartone alla parete, frustrato dall'insuccesso[1].
Paolo Giovio vide i resti del dipinto e ne lasciò una viva descrizione nella sua vita di Leonardo: «Nella sala del Consiglio della Signoria fiorentina rimane una battaglia e vittoria sui Pisani, magnifica ma sventuratamente incompiuta a causa di un difetto dell'intonaco che rigettava con singolare ostinazione i colori sciolti in olio di noce. Ma il rammarico per il danno inatteso sembra avere straordinariamente accresciuto il fascino dell'opera interrotta»[2].
Tra le migliori copie tratte dal cartone di Leonardo c'è quella di Rubens, oggi al Louvre[1]. Perduto anche il cartone, le ultime tracce dell'opera furono probabilmente coperte nel 1557 dagli affreschi del Vasari.
In realtà, nonostante i disastri, l'opera era stata in gran parte completata, infatti Leonardo ci aveva lavorato per ben un anno con sei assistenti. Malgrado i danni nella parte alta, quindi, questa Battaglia di Anghiari rimase esposta a Palazzo Vecchio per diversi anni; molti la videro. Alcuni la riprodussero. Rubens, però, interpretò la parte centrale da una copia o forse dal cartone (sicuramente non dai resti del dipinto, essendo nato nel 1577, quando la profonda ristrutturazione di Giorgio Vasari era già stata messa in opera). Il dipinto di Rubens offre un'idea abbastanza chiara di cosa fosse l'affresco di Leonardo.
Il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, che allora era la Sala del Maggior Consiglio della Repubblica di Firenze, è la più grande sala per la gestione del potere mai realizzata in Italia. Oggi è lunga 54 metri e alta 18, ma ai tempi di Leonardo era molto diversa: era più spartana e meno decorata. Fu ilVasari a trasformarla su richiesta di Cosimo I de' Medici: per accentuare l'imponenza della sala, la raccorciò e l'innalzò di ben 7 metri, su consiglio dell'anziano Michelangelo. In alto fece realizzare il soffitto dorato a cassettoni su cui si scorge il trionfo di Cosimo, il nuovo sovrano di Firenze, e la sottomissione della città e dei quartieri. Ai lati dipinse sei affreschi, simbolo della potenza dei Medici: da una parte la presa di Siena e dall'altra la sconfitta di Pisa.
Ovviamente tutte queste modifiche potrebbero aver distrutto il capolavoro di Leonardo, ma è anche vero che il Vasari aveva una grande ammirazione per Leonardo e che forse non avrebbe osato distruggere una sua opera. Si può citare il caso emblematico e per certi versi analogo della Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella: nonostante l'opera fosse da Vasari ampiamente lodata nelle Vite, egli, chiamato ad aggiornare la decorazione della chiesa, non esitò a coprire l'affresco con un altare moderno e una nuova pala; l'opera non fu però distrutta, infatti fu possibile recuperarla nel 1860.
È quindi logico supporre che Vasari abbia tentato, in qualche modo, di mantenere il dipinto, forse ricoprendolo. Attraverso dei sondaggi esplorativi ci si è accorti che sulla parete ovest, quella che rappresenta la sconfitta dei Pisani, un tempo dovevano esserci quattro enormi finestre, oggi murate: Leonardo non poteva aver dipinto su questa parete, date le dimensioni, ma piuttosto sulla parte est dove, invece, le aperture erano solo due.
Il Vasari è molto chiaro nei suoi scritti: il lato sinistro della parete era riservato a Michelangelo, quello destro a Leonardo e, considerando tutte le modifiche che ha subito la sala, si è calcolato che il nucleo del dipinto, quello più famoso, probabilmente si trova nella zona sopra la porta di sud-est. Su questa lunga parete sono stati fatti dei saggi esplorativi e la sorpresa è che emerso, al suo interno, un muro, ma non quello antico del palazzo, bensì uno nuovo, a ridosso, sul quale il Vasari ha fatto il proprio affresco. I sondaggi però non hanno ancora permesso di sapere se le due pareti sono appoggiate l'una all'altra oppure se è stato lasciato un piccolo spazio vuoto, un'intercapedine, che tutelerebbe e proteggerebbe il dipinto leonardiano. I risultati di un'indagine compiuta da un'equipe del National Geographic, guidata dall'ingegner Maurizio Seracini, direttore del Center of Interdisciplinary Science for Art, Architecture and Archaeology di San Diego,[3] in collaborazione con l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, i cui risultati sono stati resi pubblici nel marzo 2012, sembrano confermare la presenza di pigmenti sottostanti l'affresco vasariano, compatibili con colori usati da Leonardo in altre opere[4]. Ovviamente l'ipotesi, ma soprattutto il desiderio, che una così grande opera, anche se non riuscita, ma così carica di storia, ci sia ancora e che magari si trovi solo a poche decine di centimetri dall'osservatore, scatena le fantasie di molte persone. Un ulteriore particolare che ha acceso diverse fantasie deriva proprio dall'affresco del Vasari dedicato alla Vittoria di Cosimo I a Marciano in val di Chiana, nello stesso salone: fra le molte bandiere verdi dipinte ve n'è una che reca una scritta in bianco «CERCA TROVA». La scritta, che è difficilmente leggibile da un osservatore perché si trova molto in alto, è contemporanea al dipinto, e ciò fa presupporre che sia stata apposta dallo stesso Vasari, e stranamente non segue le pieghe della bandiera.
A differenza delle precedenti rappresentazioni di battaglie, Leonardo compose i personaggi come un turbine vorticoso, che ricordava le rappresentazioni delle nubi in tempesta.
L'affresco rappresentava cavalieri e cavalli animati in una zuffa serrata, contorti in torsioni ed eccitati da espressioni forti e drammatiche, tese a rappresentare lo sconvoglimento della "pazzia bestialissima" della guerra, come la chiamava l'artista. I personaggi della scena, infatti, lottano instancabilmente per ottenere il gonfalone, simbolo della città di Firenze. Quattro cavalieri si stanno contendendo la massiccia asta: quello in primo piano la prende di schiena torcendosi animatamente, quelli centrali si scontrano direttamente sguainando le spade, mentre i loro cavalli sbattono il muso l'uno con l'altro; un ultimo si scorge appena in secondo piano, col cavallo che spalanca il morso come a strappare l'estremità dell'asta.
Tre fanti si trovano in terra, atterrati e colpiti dagli zoccoli dei cavalli: due al centro, uno sopra all'altro, e uno in primo piano, che cerca di coprirsi con uno scudo.
La scena riflette il pensiero dell'artista fondato su una visione pessimistica dell'uomo, che deve lottare per vincere le proprie paure. Shearman[5] parla di "un livello mai sognato di energia e violenza" per la pittura storica.
« Lionardo da Vinci fu nel tempo di Michele Agnolo: et di Plinio cavò quello stucco con il quale coloriva, ma non l'intese bene: et la prima volta lo provò in uno quadro nella Sala del Papa che in tal luogo lavorava, et davanti a esso, che l'haveva appoggiato al muro, accese un gran fuoco, dove per il gran calore di detti carboni rasciughò et secchò detta materia: et di poi la volse mettere in opera nella Sala, dove giù basso il fuoco agiunse et seccholla: ma lassù alto, per la distantia grande non vi aggiunse il calore et colò. »
La tecnica dell'encausto richiede infatti una fonte di calore molto forte per fissare i colori sulla parete ma su un'opera di quelle dimensioni era molto difficile da utilizzare perché era praticamente necessario accendere degli enormi bracieri a poca distanza dal dipinto in modo da asciugare molto rapidamente la parete dipinta. Leonardo ci provò, ma i suoi assistenti li accesero solo in corrispondenza della parte inferiore, con il risultato che i colori posti più in alto si sciolsero immediatamente.