venerdì 5 febbraio 2010

il Medioriente di Berlusconi


di Gigi Riva


Bilancio della visita del premier italiano in Israele

Si può tracciare un bilancio della visita di Berlusconi in Israele e nei Territori palestinesi depurato dall’enfasi retorica dell’agiografia che l’ha accompagnata?
Vediamo.
In Israele Berlusconi ha avuto un indubbio successo. Il nostro governo e la sua politica estera piacciono agli israeliani perché sposano pressoché in toto le loro tesi. Salvo un piccolo distinguo sulla necessità di fermare la costruzione di nuove colonie nei Territori perché sono un oggettivo ostacolo del processo di pace (non il solo e non il più rilevante). Ma su questo persino Bibi Netanyahu ha varato una moratoria di alcuni mesi.
Schierarsi così apertamente in difesa delle ragioni israeliane non poteva che produrre il risultato di suscitare simpatia e consenso. L’Italia è davvero, più ancora dell’America di Obama, il “miglior amico”. Il governo precedente (ministro degli Esteri Massimo D’Alema) aveva scelto la strada di mantenere una posizione equidistante e di criticare gli israeliani quando sbagliavano (i bombardamenti sui civili durante la guerra del Libano, ad esempio).
Quali sono le conseguenze di una scelta di campo così netta? Che in Medio Oriente non siamo più visti come potenziali arbitri e dunque negoziatori del conflitto, ma ci siamo messi una casacca che ci connota fortemente.
Alla Knesset, il Parlamento israeliano, Silvio Berlusconi ha definito “giusta” la reazione israeliana a Gaza. Il termine “giusta” non stava nel discorso scritto, il premier l’ha improvvisata a braccio. Quell’intervento “giusto” ha provocato mille morti (quasi 300 bambini). E’ stato fortemente criticato all’interno di Israele stesso e due ufficiali sono stati sanzionati per l’uso (proibito) del fosforo bianco. Per non dire della posizione dell’Onu e dei risultati della commissione Goldstone.
I palestinesi, irritati, hanno subito replicato che di “aggressione” si è trattata. Posizione ribadita non solo dagli estremisti di Hamas ma anche dei laici di Fatah. Berlusconi, che dopo la Knesset doveva vedere il presidente Abu Mazen, ha cercato di metterci una toppa. Che è risultata peggiore del buco. Ha detto: “Come è giusto piangere i morti della Shoah è giusto manifestare dolore per le vittime di Gaza”.
Frase infelice per il “miglior amico di Israele”. Perché è notorio il dibattito che suscitano sempre i paragoni con l’Olocausto in Israele. Anche in presenza di genocidi come quello del Rwanda o della Bosnia (centinaia di migliaia di morti) si tende a rifiutare il parallelismo in nome dell’unicità della Shoah (sei milioni di morti).
Lo scomparso Tommy Lapid, leader di un partito di centro, fu bersaglio di molte accuse quando, da ministro della Giustizia del governo Sharon, osò paragonare Gaza con L’Olocausto. Dopo una incursione israeliana disse: “L’immagine di una vecchia palestinese che cerca le sue medicine tra le macerie mi ha ricordato mia nonna”. Che è morta ad Auschwitz. Nel caso di Berlusconi gli israeliani hanno abbozzato, in nome del comune sentire. Sicuramente non hanno gradito.
Infine, sempre a Betlemme, rispondendo alla domanda di un giornalista sulle impressioni che aveva avuto vedendo il muro di separazione Berlusconi ha risposto: “Non me ne sono accorto. Ero concentrato sulle cose che avrei detto ad Abu Mazen ed ero intento a prendere appunti. So di deluderla e me ne scuso”. Possibile che un premier non abbia curiosità di vedere un muro che è diventato un emblema, che scorre per centinaia di chilometri ed è alto otto metri? Vanno bene gli appunti, ma una sbirciatina no?

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